A San Bellino, in una campagna dall'orizzonte piatto, qual è quella del Polesine, villa Moro si impone come unico segno di emergenza sul territorio circostante, quale significativa testimonianza di un mondo ormai passato, ma che ancora oggi fa parte integrante della nostra vita.
Di definita linea settecentesca, nonostante un originale impianto risalente al secolo precedente e qualche alterazione delle strutture, villa Moro si affaccia sul Canal Bianco, un tempo importantissima via di accesso al Polesine.
L'originale complesso architettonico apparteneva ad una famiglia veneziana, i Moro (da qui il toponimo di Ca' Moro), che possedeva molti terreni in questa zona.
La presenza delle iniziali E.C., poste al di sopra delle porte che collegano i piani nobili, fa però anticipare di qualche periodo le origini del palazzo. E.C. infatti significa probabilmente Emo Capodilista, il conte che con molta probabilità edificò tale insolita costruzione nelle campagne polesane.
La nobile famiglia dei Moro fece poi perfezionare e adattare il palazzone dove vi visse per più di un secolo prima di lasciarlo ai nobili Donà che si trovavano nelle terre di Pincara già dal 1500.
Nel 1775 la villa passa ai Carragiani fino al 1824, anno in cui giunge ai Marchetto. Dal 1846 è di proprietà della famiglia greca dei Biassidi (o Liassidi, come risulta dai registri dell'archivio di Stato), che la tengono fino al 1946, anno in cui passa agli eredi Duceschi. Dal 1975 la villa appartiene alla famiglia Magagnini.
Dai registri dell'Archivio di Stato risultava essere "casa di villeggiatura", e si presenta con un massiccio corpo cubico sviluppato su tre piani. La facciata principale è ingentilita da una doppia scala di accesso che conduce al piano nobile. Su tale piano si aprono, ai lati della grande porta di ingresso, ampie finestre rettangolari arricchite da un'elegante cornice in pietra a cimasa orizzontale.
Perfettamente in asse con le corrispondenti aperture del primo, le finestre del secondo piano sono però di dimensioni più ridotte e vengono interrotte nella loro successione da un balcone centrale centinato dotato di balaustra. Piccole finestre di forma ellittica danno luce al sottotetto.
Il ricorso a citazioni di repertorio classico mira a conferire al blocco rigidamente squadrato una maggiore dignità. Ciò è evidente soprattutto nel corpo centrale della facciata principale che si propone con un pronao a doppio ordine, sormontato da un timpano, con quattro piccole lesene appena abbozzate sulla superficie.
Le lesene hanno una successione di ordine dorico-toscanino e ordine ionico.
Al piano terra della villa si apre un salone dal soffitto basso, diviso da due grosse travature. Da tale salone si accede a quattro stanze un tempo adibite a cucine e servizi.
I due piani superiori comunicano con una scalinata sulle cui porte appare lo stemma affrescato di un leone rampante con ramo d'olivo, di un'aquila coronata con la testa girata sul fianco e le ali aperte, e le iniziali E.C. I vani dei piani superiori, i saloni e le stanze, conservano ancora oggi i pavimenti in terrazzo veneziano e hanno i soffitti con travature lignee. In alcune stanze sono ancora riscontrabili tracce di decorazione a stucco. Anche due porte sono state conservate e mostrano ancora oggi la loro decorazione pompeiana, mentre le altre porte sono state tutte rifatte.
Di particolare interesse, sul retro della casa dominicale, è l’imponente rustico. Esso è stato costruito in epoca successiva ed è impostato e risolto in chiave neoclassica. Il suo volume, oltre a distinguersi per la rilevanza delle dimensioni complessive presenta una definizione architettonica del prospetto verso la villa, del tutto inconsueta, nonostante la modellistica architettonica rurale del Polesine sia vastissima.
Tale prospetto si articola infatti in tre avancorpi timpanati che vengono sostenuti da colonne tuscaniche le quali poggiano su massicci basamenti in cotto d’ordine maggiore rispetto a quelle del loggiato centrale. Si ha così una conseguente scansione di arcate maggiori e minori che produce un complesso gioco di contrapposizioni chiaroscurali. La parte superiore, già adibito a granaio, riprende il ritmico succedersi delle finestre termali, le quali vengono riproposte anche sui fianchi e sul retro dell’edificio.
Della cappella padronale, dedicata inizialmente a Sant’Antonio da Padova, non si hanno notizie circa la fondazione. È inserita all’estremità del lato frontale dell’alto muro di cinta che circonda l’intero complesso; ad essa è addossato un piccolo campanile. Viene citata in una visita pastorale del 1604 da parte di un canonico padovano e visitatore generale di Adria, mons. Perotto.
La piccola cappella subì varie e sostanziali modifiche. Quando i Carragiani, di rito greco-scismatico, divennero i proprietari della villa, rispettosi dell’Oratorio della “Presentazione”, non crearono difficoltà a che si continuassero a celebrare i riti cattolici, mentre per sè adattarono a cappella una bella stanza del palazzone, per officiare secondo il loro rito. Ancora oggi se ne conservano le pitture, gli affreschi dipinti come le Croci greche sul soffitto e Croce a mosaico sul pavimento. Sul tetto c’è ancora la campanina.
Nel 1896 la cappella cambia denominazione come dimostra una lapide interna al sacro edificio, dalla quale l'Oratorio risulta essere dedicato alla B.V. della Salute.
Le sue dimensioni sono decisamente contenute: altezza 5 metri per una base di 10 metri per 6, più abside e sagrestia.
C'è un solo altare in cotto con la statua della Madonna che ancora oggi è venerata dalla comunità locale la quale, in particolar modo nel mese di maggio, partecipa numerosa alle celebrazioni che si svolgono nella cappella.
L'ampio muro di cinta ingloba anche altre minori adiacenze rurali in grave stato di degrado, e rappresenta l'unico collegamento fisico tra i diversi corpi di fabbrica che circondano la casa domenicale.
Nella lineare campagna polesana l'ergersi di villa Moro ha innegabilmente una sua suggestione che può ricordare, anche se forse inconsciamente, il modo palladiano di appropriarsi dell'ambiente.
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Come citare questo articolo
Angelo Gandolfi. “Villa Moro”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/villa-moro/