Per meglio comprendere valore e contenuto dei due documenti proposti qui di seguito, richiamo, per brevissimi cenni, alcuni dati di storia generale del periodo risorgimentale.
21 gennaio 1860: Camillo Benso conte di Cavour, ridivenuto Primo Ministro del Governo piemontese, indice plebisciti in Emilia, in Toscana e nei Ducati. Gli elettori si recano alle urne l'11 e il 12 marzo. I risultati sono pienamente favorevoli all'annessione al Regno di Sardegna (Toscana: 336.571 voti favorevoli e 19.869 contrari; Emilia: 462.000 voti favorevoli e 1.056 contrari).
4 e 5 novembre 1860: nuovi plebisciti sanzionano l'annessione del Regno di Napoli, delle Marche e dell'Umbria al Regno di Sardegna (nel frattempo è avvenuta la spedizione dei Mille e la "discesa" delle truppe piemontesi).
Il Triveneto rimaneva escluso dall'Italia unita e continuava a far parte dell'impero d'Austria.
Il Po di Goro, per l'intero suo corso, dalla punta di Santa Maria al mare, divenne confine fra due Stati ostili e quindi sottoposto ad una rigorosa sorveglianza da parte dei gendarmi austriaci, per impedire il passaggio di armi, informazioni, o di individui politicamente sospetti.
Un documento inedito, conservato presso l'Archivio di Stato di Rovigo, ci informa che due arianesi diciassettenni, Pavanini Angelo e Fabbrini Mosè, il 13 aprile 1862 attraversarono clandestinamente con una barca il Po di Goro all'altezza di San Basilio e, benché sorpresi dalla polizia austriaca, riuscirono a raggiungere l'opposta sponda, territorio – come s'è detto – da poco entrato a far parte del Regno d'Italia.
Certamente li spinse a varcare il confine l'amor di patria unito a giovanile spirito di avventura e di azione, sentimenti radicati nella personalità del Pavanini, che di lì a pochi anni si arruolò volontario tra i garibaldini, combatté e trovò la morte, appena ventunenne, a Bezzecca (III guerra per l'indipendenza), come ricorda la lapide murata in una parete della loggia del palazzo municipale di Ariano (Pavanini Angelo e Fabbri Giuseppe, morti pugnando per la patria).
Il primo documento consiste in un rapporto, trasmesso dal comandante del 3° plotone, III reggimento di gendarmeria austriaca, al commissario distrettuale di Ariano. Oggettivamente il contenuto non risulta di particolare rilevanza storiografica (molti episodi analoghi accaddero in quel tempo sulla linea di confine, a volte tragicamente risoltisi). Eppure conserva un apprezzabile significato, almeno per gli arianesi, cui viene offerta un'occasione in più per conoscere un frammento del passato risorgimentale.
I nomi dei protagonisti non figurano nel rapporto. Ciò è naturale, perché essi non furono identificati all'atto della fuga. La loro identità si ricava invece chiaramente da un documento successivo: il verbale dell'interrogatorio al quale i due giovani, rientrati in paese, furono sottoposti dall'autorità di polizia austriaca.
Angelo Pavanini, abile e sicuro di sé, non fece trapelare il vero motivo dell'espatrio, lasciando intendere che si era trattato di una bravata giovanile, e non accennò al conflitto a fuoco con la pattuglia.
Forse l'autorità inquirente ritenne conveniente accettare la versione dei fatti, per calcolo politico o per tolleranza. In fondo il fuggiasco era rimpatriato spontaneamente, cedendo ai richiami pressanti del preoccupatissimo padre, Giuseppe Pavanini, possidente, deputato comunale di Ariano e devoto suddito dell'imperial regio Governo.
Primo documento
Rapporto della guardia di confine al commissario distrettuale di Ariano (13 aprile 1862)
“Nel giorno 13 aprile si trovarono in pattuglia di confine da Ariano a San Basilio la Guardia Militare di Polizia Giuseppe Marusich, assistito dai due cacciatori Mamesick e Bohl, della prima compagnia, nono Battaglione Cacciatori. Circa alle ore 4 pomeridiane, essendo in appostamento nella località bosco Tumiatti, videro molto lontano, verso San Basilio, accostarsi dalla sponda Estera un battello che pochi istanti dopo approdava alla nostra sponda, dalla quale due individui montavano sul battello stesso dirigendosi a quella volta. Sopraggiunti alla distanza di circa 800 o 1000 passi, videro che era inutile la cattura del battello, essendo questi alla metà del fiume Po. Intimatogli di fermarsi per tre volte, i fuggiaschi non diedero ascolto alle intimazioni.
Il cacciatore Mamesick fece fuoco. Poco dopo fece lo stesso il Marusich, ed infine anche il cacciatore Giovanni Bohl. Dei tre colpi scaricati sopra le persone che trovandosi nel battello, si ritiene che il secondo colpo abbia ferito nel braccio sinistro il battellante, poiché sentivasi gridare aiuto.
Il battello arrivò all’altra sponda. Lì i due individui, precisamente quelli che erano saliti sul natante, smontarono e si misero a fuggire. Poco dopo smontò anche il terzo, forse il battellante ferito. Questi, recatosi dietro l’argine del fiume Po, prese un archibugio e sparò un colpo sopra la pattuglia: la palla passò vicinissima alla testa del cacciatore Mamesick.
Venne lasciato in abbandono alla sponda Estera il battello. Di tutto ciò si informa codesto Regio Commissariato”.
Secondo documento
Verbale dell’interrogatorio di Angelo Pavanini nel Commissariato di Ariano (22 aprile 1862)
Richiesto di fornire le proprie generalità, rispose: “Io sono e mi chiamo Angelo Pavanini del vivente Giuseppe, possidente, d’anni 17, nativo e domiciliato in questo centro comunale”.
Interrogato in qual giorno ed ora, da quale località abbia attraversato il Po di Goro per recarsi all’estero, rispose: “Domenica 13 corrente aprile, alle ore 16 pomeridiane, in compagnia del mio amico Mosè Fabbrini di Vincenzo, mi sono recato al bosco Tumiatti, precisamente nella località detta La Fine, circa mezzo miglio inferiormente a questo paese e mediante un piccolo battello condotto da persona appartenente al vicino Stato Estero e da noi chiamato a prenderci, ho traghettato il Po in compagnia del suddetto mio amico Fabbrini e ci siamo recati all’Estero”.
Interrogato se sappia indicare chi fosse tale persona e quale compenso gli abbia corrisposto, rispose: “Come ho detto sopra, noi non conoscevamo tale persona e vedendola sull’argine opposto gli abbiamo domandato, a voce alta onde essere intesi, se voleva venire a prenderci per condurci al di là. Ci rispose di sì e, portandosi giù dall’argine verso campagna, ritornò trascinando con sè un piccolo battello col quale venne a prenderci. Giunti che fummo a riva su quella sponda, gli abbiamo corrisposto un tallero per ciascheduno di noi in compenso.
Interrogato per quale motivo si sia determinato di recarsi all’Estero e quale fosse propriamente la sua intenzione, risposte: “Il motivo pel quale io ed il mio amico Fabbrini ci siamo determinati di recarci all’Estero fu soltanto quello di divertirci avendo deciso di vedere Ferrara e Bologna, città a me predilette, colla ferma idea di ritornare poi in patria in seno alle nostre famiglie. E siccome io ero più che certo che se avessi chiesto il permesso a mio padre di fare un tale viaggio me lo avrebbe sicuramente negato, e sapendo che non averi potuto ottenere un regolare passaporto così, per tali ragioni, mi sono determinato di recarmi all’Estero clandestinamente e all’insaputa della mia famiglia”.
Interrogato come sapendo egli quanta sorveglianza vi sia lungo la linea di confine abbia saputo determinarsi a transitare clandestinamente il Po, mettendo a rischio la propria vita nel caso fosse scoperto da qualche pattuglia rispose: “Nel momento in cui mi sono determinato di mandare ad effetto il mio progetto, prevaleva in me l’idea soltanto di divertimento, e, senza minimamente pensare ai pericoli cui mi esponevo, attraversai francamente o per meglio dire arditamente il Po e mi trovai all’Estero”.
Interrogato se sia stato da alcuno di questo paese o d’altro luogo consigliato di recarsi all’Estero, rispose: “Erano circa due o tre settimane che col mio amico Fabbrini avevamo ciò concertato, e posso assicurare che fu soltanto nostro divisamento di fare un tale viaggio, mentre non siamo stati da chicchessia consigliati”.
Interrogato di quali mezzi pecuniari fosse munito al momento della sua partenza da Ariano, rispose: “Al momento in cui sono partito da Ariano avevo con me due napoleoni d’oro e mezzo e alcune poche monete di rame, somma che mi sono accumulato colle mie economie e con qualche poco di denaro che mi corrispondeva mio padre e mia madre pei miei divertimenti”.
Interrogato siccome era corsa la voce che nel momento in cui traversava il Po, e precisamente nell’avvicinarsi alla sponda Estera, sopraggiunta una nostra pattuglia e da questa scoperto, dopo la intimazione di legge gli facesse fuoco ed anzi rimanesse ferito in un braccio il conduttore del battello, chiamato a dire se ciò sussista, rispose: “Tutto ciò non sussiste ed è assolutamente falso, mentre assicuro che noi attraversammo il Po e siamo arrivati alla sponda Estera senza essere veduti da chicchessia e senza aver incontrato il benché minimo ostacolo”.
Interrogato se, giunto alla sponda Estera, sia subito partito per Ferrara e di quale mezzo e persona siasi servito, rispose: “Sbarcati alla sponda Estera, l’uomo stesso che ci aiutò a traghettare il fiume fu quello col quale abbiamo contrattato un mezzo di trasporto per Ferrara. Arrivati in città con altro mezzo di trasporto ci siamo diretti a Bologna, dove arrivammo circa alle quattro pomeridiane di lunedì 14 corrente, il martedì successivo, verso le ore 11 e mezza antimeridiane, ripartiti per Ferrara ed arrivati verso sera, abbiamo preso alloggio in un locanda. Nella mattina del mercoledì, trovato il padre del mio amico Fabbrini, di nome Vincenzo, ci ricondusse in Patria”.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Aldo Tumiatti. “Pavanini Angelo, patriota arianese”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/pavanini-angelo-patriota-arianese/