"Foedus" non vuol dire divisione, separazione, ma patto, unione, legame nel rispetto delle reciproche autonomie … "Purtroppo si crede ancora che la federazione suoni separazione, e abbiamo la Svizzera a due passi da noi" … "Verace democrazia non può concepirsi né aversi che nella compagine federale" …
Si tratta di affermazioni di Alberto Mario, il patriota polesano che, senza incertezze, espresse la sua totale preferenza per un sistema statuale di tipo federativo. Idee queste che, riproposte ai giorni nostri in modo più o meno chiaro da alcuni, e aprioristicamente contestate da altri, stimolano la rilettura di alcune pagine scritte oltre un secolo fa dal principale portavoce dell'idea repubblicana della nostra provincia.
Tredici anni fa sono stati editi gli Atti del Convegno Nazionale di Studi su Alberto Mario, tenutosi a Lendinara in occasione del primo centenario della morte; per onorare il quale fu pure pubblicata, a cura di Pier Luigi Bagatin, un'antologia degli scritti di Mario, intitolata "La Repubblica e l'Ideale".
Si tratta di due volumi fondamentali per conoscere appieno la visione del patriota lendinarese, che nel suo pensiero volle seguire costantemente il metodo induttivo, partendo dai fatti per ricavare le idee, e dal particolare per tendere all'universale.
Parimenti si doveva procedere dalle autonomie locali per costruire un'aggregazione più ampia ed articolata. Pertanto lo Stato italiano, secondo Mario, doveva nascere federalista.
Il concetto, espresso in molteplici occasioni e soprattutto nell'opera "Teste e Figure", trova la sua enunciazione in un famoso articolo, pubblicato nel 1863 nel quotidiano fiorentino La Nuova Europa, con il titolo "L'inversione della formula". Prendendo spunto dal binomio "unità e libertà", Mario osservava come si fosse fino ad allora operato politicamente privilegiando il primo termine e trascurando il secondo. La formula andava pertanto capovolta (inversione della formula), rivalutando il secondo termine, e lanciando la nuova parola d'ordine "libertà e unità".
Geloso cultore della libertà dell'individuo, ma nel contempo proteso verso una emancipazione sociale della collettività, Alberto Mario fonda il suo progetto innovatore sull'idea di collaborazione e di mutua assistenza. Da questo postulato deriverà la sua preferenza in campo economico per il lavoro associato in forma cooperativa, organizzazione che permette la collaborazione di più individui, secondo le varie capacità ed attitudini personali, per conseguire uno scopo comune.
Parimenti in campo politico la collaborazione secondo Mario doveva realizzarsi tra le varie istituzioni locali e regionali, largamente dotate di autonomia ed individualità di azione, per conseguire uno scopo comune, attuabile solo nello Stato federale.
Proprio per queste idee, fortemente tese a valutare l'individuo e le naturali aggregazioni collettive, Mario si oppose senza incertezze al Marxismo che, con la "lotta di classe", portava all'insorgere di odi e rancori interpersonali incompatibili con l'idea di collaborazione; e quanto mai avverso fu al concetto di "dittatura del proletariato", ritenuta un completo snaturamento della libertà individuale.
Lo Stato doveva viceversa farsi garante delle autonomie, della libertà individuale e della proprietà privata, che in nessun caso andava eliminata, ma piuttosto incentivata: "Sopprimete tale istituto – egli scrisse – e avrete cancellato dal mondo l'armonia, la moltiplicazione della ricchezza, la vita".
Parole incisive, che evidenziano la tempra di pensiero del fiero repubblicano, del quale vogliamo ricordare di seguito i principali aspetti della sua biografia.
Alberto Mario nacque a Lendinara il 4 Giugno 1825 da una antica famiglia, elevata al rango nobiliare nel 1466 dagli Estensi di Ferrara, con l'investitura feudale sulle ville di Barbuglio e Saguedo. Mario irrise sempre questo riconoscimento araldico e spesso e volentieri smitizzò il blasone del casato, specie dopo aver scoperto che il capostipite aveva avuto la poco aristocratica sventura di finire i suoi giorni decapitato.
Mario, com'era costume dei tempi, ebbe un'educazione familiare molto rigida ("parole poche, scappellotti tanti") e seguì corsi di istruzione presso istituti religiosi, non esistendo a quel tempo scuole pubbliche. Giovane perennemente affamato, imparò l'arte della buona dizione per essere scelto dai monaci come quotidiano lettore di testi sacri e poter così lucrare, quale ricompensa, pranzi più abbondanti dei compagni di convitto.
Completati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di matematica presso l'università di Padova, ma seguì corsi di legge e soprattutto approfondì la storia d'Italia, aderendo inoltre ad un'associazione patriottica camuffata da società filarmonica.
Nel febbraio del '48, allorché anche a Padova come in altre città del Lombardo-Veneto, si originò un moto antiaustriaco, fu tra i capofila dell'insurrezione e, per evitare l'arresto, fu costretto a lasciare il Veneto, ove poté far ritorno solo dopo la liberazione della regione, avvenuta con la terza guerra di indipendenza.
Mario visse negli anni più esaltanti del Risorgimento italiano e la sua vita, assieme a quella della moglie Jessie White, fu tipicamente romantica. Si conobbero al tempo dei preparativi della spedizione di Pisacane: individuati dalla polizia sabauda, entrambi finirono in carcere ove, a mezzo di lettere, grazie ad un secondino compiacente, approfondirono i loro sentimenti e l'ideologia patriottica. Ottenuta la libertà raggiunsero l'Inghilterra ove, nel dicembre 1857, si sposarono (col solo rito civile) a Portsmouth, paese d'origine della White.
Ben presto i coniugi Mario furono impegnati in vere e proprie tournee in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per diffondere l'idea dell'unità d'Italia e raccogliere fondi per i movimenti patriottici. Insieme parteciparono alle campagne militari per l'indipendenza, durante le quali l'indomita Jessie si meritò l'appellativo di Miss Uragano.
Non solo nei campi di battaglia i coniugi Mario si schierarono a difesa dell'ideologia democratica e progressista: entrambi furono infatti anche giornalisti e collaborarono a periodici del vecchio e del nuovo continente con articoli lucidi che testimoniano la consistenza del loro impegno politico e sociale.
All'ideologia repubblicana, Mario approdò dopo la prima guerra di indipendenza e la conseguente disillusione della politica piemontese. Fu profondamente colpito dalla personalità del Mazzini, verso il cui pensiero manifestò consensi, ma anche, in diverse occasioni, divergenze politiche e di azione, giungendo alla fine a teorizzare l'idea di una repubblica federale, in sintonia con gli scritti del Cattaneo.
Il suo credo repubblicano si imperniava sul concetto di sovranità popolare e più volte nei suoi articoli ripeté la frase "L'Italia deve essere degli italiani per opera degli italiani". Ma, proprio in ossequio al principio dell'avallo popolare, si disse disposto a rispettare la monarchia finché questa avesse avuto il sostegno della maggioranza degli italiani e si dimostrasse rispettosa dello Statuto.
Proprio per questa sua concezione si dissociò pubblicamente dagli attentatori alla vita di Umberto I e scrisse fra l'altro: "Noi repubblicani, tuttora in minorità, fin che il principe osserva lo Statuto non abbiamo altro diritto all'infuori di quello di divenire maggiorità, mediante l'educazione, cioè con la propaganda pacifica delle nostre idee, fatta sotto l'occhio del sole, rispettando fin allo scrupolo, fino al sofisma e praticando la legge morale … ".
Ma dalla monarchia non volle mai alcun riconoscimento: rifiutò una medaglia al valor militare, attribuitagli per importanti azioni compiute durante la spedizione dei Mille e rinunciò alla carica di deputato (era stato eletto a sua insaputa in una circoscrizione siciliana) per non prestare giuramento al re.
Oltre che uomo di pensiero, Alberto Mario fu anche uomo di azione, sempre pronto a sostenere la causa italiana "con lo schioppo" oltre che "con la penna".
Alla notizia dell'avvio della seconda guerra di indipendenza interruppe immediatamente il viaggio che stava compiendo negli Stati Uniti con la moglie, al fine di trovare sostegni per la causa italiana. Si imbarcò sul primo vascello in partenza per l'Europa, nonostante le pressanti insistenze dei nuovi amici americani che lo esortavano a completare l'itinerario di conferenze patriottiche e lo sconsigliavano vivamente di partire con un'imbarcazione ritenuta ancora poco collaudata perché recentemente varata. Quando finalmente giunse in Italia le operazioni militari si erano però già concluse. La delusione fu acuita dalle condizioni del trattato di pace sottoscritto da Napoleone III, considerato dai patrioti italiani un atto di tradimento.
Ma ben presto si riaccesero nuove speranze, e Mario poté indossare la camicia rossa affiancandosi alla spedizione dei Mille. In Sicilia (che raggiunse con l'instancabile moglie sempre pronta a prodigarsi per la causa italiana), Alberto Mario ricoprì un ruolo non secondario nello stato maggiore di Garibaldi il quale, stimandolo tra i più preparati e tra i più validi organizzativamente, lo scelse per l'allestimento di una scuola militare. Il progetto fu attuato a tempo di record, tanto che i primi «soldatini di Palermo» ebbero il loro battesimo di fuoco nell'epica battaglia del Volturno.
Sempre pronto ad accorrere al richiamo della patria, Mario partecipò, al fianco del Generale, anche alle operazioni militari della terza guerra di indipendenza. Non mancarono però occasioni in cui, a ragion veduta, espresse il suo dissenso su iniziative considerare azzardate: non era stato favorevole alla spedizione di Pisacane, voltasi in tragedia; motivò il suo scetticismo sul tentativo di conquistare Roma partendo dalla Toscana (operazione a cui pure prese parte per amor patrio), e fu un fallimento conclusosi con la sconfitta di Mentana e l'arresto dello stesso Garibaldi, oltre che con il sacrificio di giovani patrioti tra cui i fratelli Giovanni ed Enrico Cairoli.
Analogo atteggiamento di stima, ma mai di pedissequa adesione, manifestò nei confronti di Mazzini. Pur riconoscendo gli innegabili meriti politici dell'ideologo del pensiero repubblicano, e pur vedendo in lui il leader indiscusso dei propugnatori dell'idea nazionale, Mario non condivideva il misticismo che Mazzini portava nell'azione politica e, in più occasioni, si oppose a risoluzioni mazziniane. Fu così che ricordò come uno degli anni più infelici ed opprimenti il 1861 allorché, dedicandosi in Inghilterra all'assistenza di Giuseppe Mazzini gravemente ammalato, dovette tramutarsi, pur controvoglia, in esecutore dei suoi piani. L'ideologia repubblicana legava i due uomini, ma il vincolo si allentava di fronte alla visione totalizzante del mazzinianesimo che svalutava l'individuo di fronte all'Associazione.
Alberto Mario, sulla scorta di Stuart Mill, attribuiva invece una fondamentale importanza all'opera dell'individuo. "Un uomo solo – diceva – ha scritto l'inferno e un altro le tragedie di Shakespeare". Ed in più occasioni ribadì la piena autonomia del suo pensiero, affermando di non essere stato né agente né affiliato del Mazzini e sostenendo che i servigi resi alla patria furono il frutto della sua spontaneità individuale e della sua liberissima volontà.
Nonostante le divergenze col Mazzini, Mario fu sempre pronto a difenderlo da attacchi strumentali, o interessati ad acuire i contrasti tra le idee del leader repubblicano e quelle più pratiche e meno ortodosse di Garibaldi. E sempre considerò il Mazzini "una personalità insigne… messia del sagrificio, del dovere del martirio". " … La storia dei rivolgimenti italiani – egli scrisse – lo addita eroe dell'idea dell'unità nazionale".
Alberto Mario fu dunque innanzitutto se stesso, e come tale non del tutto codificabile in schemi. Ebbe rapporti contemporaneamente dialettici e di amicizia con Garibaldi e Mazzini, i due massimi esponenti del nostro Risorgimento, ma ideologicamente si trovò alfine più vicino al positivista Cattaneo, di cui condivise appieno la teoria federalista.
Uomo integro e leale, Mario fuggì ogni compromesso e ogni facile accondiscenza e, proprio per questo, la sua notorietà fu inferiore rispetto ad altri protagonisti del Risorgimento, quali ad esempio il Cairoli ed il Crispi che, dopo aver combattutto in anni giovanili il potere, alfine lo sposarono, facendo propria la ragion di stato.
Mario invece continuò la sua battaglia da buon soldato, rifiutando le onorificenze e svolgendo un ruolo attivo come consigliere comunale e provinciale, nomine che accettò coerentemente con l'idea federalista, che implicava l'impegno nelle amministrazioni locali.
Colpito da malattia incurabile, dopo ben dodici interventi chirurgici, Alberto Mario si spense il 2 Giugno 1883, fatalmente un anno dopo Garibaldi, in stupefacente sintonia con il giorno in cui, 63 anni dopo nel 1946, sarebbe nata la Repubblica Italiana.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Alberto Mario e il Federalismo”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/alberto-mario-e-il-federalismo/