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NARRATIVA

Paradisin Biscuola

di Sergio Visentin

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 97–100

Quelli che lo conoscevano lo chiamavano Biscuola, che era il suo cognome; lo indicava così anche sua moglie che era mia zia Maria, la sorella di mia mamma.

Quelli che non lo conoscevano lo chiamavano Paradisin, dal nome di una piccola locanda che gestì da solo, dopo essere rimasto vedovo, e che gli rimase come soprannome.

Ma col tempo, per tutti era diventato "Paradisin Biscuola".

Faceva il falegname e cedette tutto; aveva un pezzetto di terra sulla strada che da Lendinara porta a Ca' Morosini con un paio di localini che gli servivano per gli attrezzi e per tenerci due pecore, una capra e il pollame: li mise in ordine, li imbiancò di calce, si costruì i mobili e, come insegna, scrisse, perché era molto religioso, "Al Paradisin. Il piccolo ristoro".

In verità la seconda parte gliela suggerii io, perché mi sembrava eccessivo il solo riferimento al Paradiso per un posto dove il bagno era un capannucolo di canne.

Biscuola da giovane era emigrato in Austria, a Innsbruck dove – diceva – faceva il cuoco; in verità aveva fatto lo sguattero ma, guardando far da mangiare, si era convinto di essere capace di farlo.

L'arredo del piccolo ristoro era essenziale: quattro tavolinetti con tela cerata, diciassette sedie spaiate (quattro per tavolo e una per lui), un banco formato da un'asse su due cavalletti e una scansia per le stoviglie e le bottiglie. Il crocefisso sul muro, sopra al banco.

Tutto però pulito e ordinato: acqua fresca di pozzo, vino di vendemmia genuino, verdura e frutta di stagione, patate americane quando c'erano, pane fresco, salsiccia, salame e bondiola; e, quando Paradisin Biscuola aveva voglia di sfoggiare le sue capacità culinarie, pasta e fagioli, tagliatelle tirate col mattarello, risi e bisi.

Il caffè, per chi lo voleva, quello con la cuccuma, strabollito e tenuto al caldo a bagnomaria; grappa sempre, anche a chi non la voleva. In questo caso, gratis.

Però, guai a sputare in terra e bestemmiare! Io l'ho visto tirar via la sedia da sotto al sedere del podestà, al quale era scappata un'imprecazione, che se gli altri non lo afferravano per le maniche batteva con le chiappe per terra. Paradisin Biscuola non sapeva che era il podestà del paese, ma se lo avesse saputo sarebbe stato lo stesso.

Una volta, un vescovo, non ha importanza di dove ma delle nostre parti, che viaggiava in incognito con quattro segretari, tutti preti e due carabinieri di scorta, avendo fatto tardi e non volendo arrivare fuori orario in diocesi, passando davanti al Paradisin, decise lì per lì, di fermarsi attirato – forse – dall'originalità del ristoro e dal suo richiamarsi al Paradiso.

Mio zio Biscuola, che forse era un poco indietro di testa ma non come pensavano gli altri, servì con sollecitudine quello che aveva e, da quello che i rispettabili avventori dicevano, capì con chi aveva a che fare. Io lo so di certo perché c'ero a dare una mano a mio zio.

Così, quando uno dei segretari del vescovo gli chiese il conto, mio zio disse che offriva lui per tutti, carabinieri compresi. Aggiunse che gli bastava la benedizione del vescovo, e, inginocchiatosi, sicuro del fatto suo, attese che quello procedesse.

Sul tavolo era rimasta una michetta di pane che il vescovo aveva lasciato a metà. Mio zio la baciò l’avvolse in un foglietto di carta lucida trasparente, di quelle che si usavano e forse si usano ancora adesso, per avvolgere il salame; la mise nel cassetto del comodino e ve la tenne per otto anni senza dire mai niente a nessuno.

Ogni tanto cambiava la carta perché vi entravano le formiche e qualche farfallina.

Quando fu lì per morire, mi mandò a chiamare per dirmi di mettergli quel pane nella cassa perché, quando si presentava a San Pietro, era la sua chiave per entrare in Paradiso. Cosa che feci, anche se quella mezza michetta era ormai tanto secca e carolata da non pesare più niente.

Mio zio era buono, e semplice come il pane. Ancora oggi, quando penso a lui, alla sua genuinità e alla spontaneità della fede dei nostri vecchi, mi vien voglia di piangere.

Ciao, zio Paradisin Biscuola.

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Come citare questo articolo

Sergio Visentin. “Paradisin Biscuola”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/paradisin-biscuola/

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