Pubblicità

NARRATIVA

Le tendine verdi

di Daniela Gambaro

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 101–103

Salii anche quella mattina, faticando un po', sul pullman che portava all'ospedale di Piove di Sacco dove stavo facendo una cura per i reumatismi. Salutai l'autista, un omino basso e cordiale, e cercai un posto che mi permettesse di starmene tranquilla. Viaggiare mi è sempre piaciuto. Da bambina anche un piccolo spostamento mi sembrava un viaggio verso l'ignoto, una immersione in una nuova atmosfera, una fuga dalla quotidianità.

Disposi le mie cose sul portabagagli, al di sopra della mia testa, e lasciai che il mio vecchio corpo ormai rinsecchito ed ossuto si adattasse pian piano alla forma e alla durezza del sedile. Scostai leggermente la tenda verde e fissai gli occhi un po' stanchi sui campi arati che si susseguivano rapidamente, sulle zolle smosse che mostravano gli spigoli duri e neri. Lentamente la nebbia cominciava a dileguarsi, ma era ancora fitta quanto basta per dare al mondo, là fuori, un che di magico ed impalpabile.

Le tende verdi sono le mie preferite, mi mettono allegria, perciò la prima cosa che guardo quando salgo su un pullman è il colore delle tende. Il colore verde mi ricorda la fanciullezza, i prati, i giardini, gli alberi, insomma tutto quello che sa di libertà.

Osservai il mio polso incerottato che di lì a poco sarebbe stato bucato di nuovo da un'iniezione di cortisone. Avrei fatto volentieri a meno di quella cura dolorosa e, a mio avviso, inutile, perché i mali della vecchiaia solo la morte li può togliere, ma dovevo farla perché altrimenti mia figlia … Chi la sentiva poi quella!

Da bambina dovevo prendere il pullman per frequentare la scuola media che distava circa dieci chilometri dalla fattoria dove vivevo. Facevo il viaggio insieme a mia sorella Lisa, di un anno più vecchia di me. Lisa ed io ridevamo delle vecchiette che salivano con grande difficoltà sul pullman e subito chiedevano all'autista se la corriera andava a Piove di Sacco e se si fermava all’ospedale, anche se la prendevano tutte le mattine. Tanta era la paura di sbagliare!

Lisa ed io invece, dopo un po', eravamo diventate esperte di quella linea: ne conoscevamo tutte le fermate e sapevamo in quali giorni passava il controllore: la prima settimana del mese passava il Lunedì; la seconda il Martedì ed il Venerdì e così via. Una volta ogni tanto il pullman veniva sostituito, forse perché abbisognava di riparazioni da un altro che aveva le tendine verdi.

Mi ricordo che quando una signora anziana si sedeva davanti a noi, ci forniva inconsapevolmente un passatempo per tutta la durata del viaggio. Avevamo infatti inventato un gioco che consisteva nel pizzicare i capelli della vecchietta che ci stava seduta davanti senza farci scoprire. Io preferivo le vittime con i capelli lunghi e bianchi, magari raccolti in chignon, perché colpire le persone venerande ed austere accentuava il senso di trasgressione e mi solleticava maggiormente. Lisa invece preferiva i capelli corti perché più facili da afferrare – diceva – e sui quali poteva dosare meglio il pizzicotto. Quasi sempre le signore si credevano infastidite da una mosca e agitavano una mano dietro la nuca nel tentativo di scacciarla, oppure si giravano a guardarci. Il bello veniva dopo perché dovevamo soffocare il riso e ricacciarlo là da dove era partito, nel fondo del cuore. Lo sforzo era così grande che ci venivano le lacrime agli occhi.

Quanto tempo era passato!

Mi girai un attimo per cercare una posizione più confortevole sul sedile. Fuori si vedeva solo terra e cielo. Cos'altro serve per essere felici? Se solo non ci fossero i reumatismi!

Sia io che Lisa andavamo malvolentieri a scuola. Io soffrivo di claustrofobia e dovevo uscire spesso dall'aula; Lisa apprendeva con fatica e odiava stare china sui libri a studiare. Perciò quando Lisa propose per la prima volta di "fare fuoco", io accettai ben volentieri. Gironzolammo tutta la mattina per Piove di Sacco incantate dai negozi e dalla gente che passava, che noi osservavamo per coglierne gli aspetti più buffi.

Poi Lisa propose di darci una regola: ogni volta che il pullman avesse avuto le tendine verdi, noi avremmo fatto fuoco.

E così tutte le mattine, alla fermata del pullman, aspettavamo con trepidazione di scorgere il colore verde delle tendine, che avevano per noi un significato di speranza, di promesse allettanti, di tentazioni, di libertà. Purtroppo le tendine verdi comparivano a rallegrare i nostri piccoli cuori solo una volta ogni tre-quattro settimane.

Oltre a quei giorni passati a bruciare la scuola, la vita mi aveva riservato ben poche altre libertà: c'era stato il matrimonio, il lavoro duro, i lutti, le malattie.

Mancava solo una fermata prima dell'ospedale, perciò mi alzai per raccogliere le mie cose dal portabagagli e me le appoggiai sulle ginocchia, rimanendo con la schiena appoggiata allo schienale, in attesa di scendere. In quel momento mi sentii tirare i capelli. Il cuoio capelluto mi doleva leggermente.

Sospettai di che cosa si trattasse, ma non volevo girarmi. Allora estrassi il portacipria e guardai nello specchietto. Attraverso lo spazio tra i sedili scorsi le testoline, una bionda ed una castana, di due bambine di circa dieci anni e soprattutto vidi le loro mani, una sopra l'altra, messe davanti alla bocca per soffocare il riso e ricacciarlo giù nel cuore. Adesso il bello della vita toccava a loro. Ma di ciò non provavo invidia; avevo imparato ad accettare la legge dell'esistenza.

Ecco la fermata. Presi la mia roba e mi avviai verso l'uscita senza girarmi a guardare quelle due monelle che – lo indovinavo – si stavano scambiando occhiate complici e divertite. Non stava bene che una anziana signora si fermasse a guardarsi dietro.

Quando fui scesa dal pullman, però, rimasi a guardare le tendine verdi, che si misero ad ondeggiare quando l'autista fece ripartire il mezzo.

"Chissà – pensai – se quelle bambine oggi fanno fuoco!".

L’articolo nella sua veste originale

Leggi questo articolo come sulla rivista

Ritrova l’impaginazione originale, con fotografie e didascalie. Con Il mio Ventaglio puoi acquistare una raccolta anche di un solo articolo e consultarla online nella tua Biblioteca.

Vai a Il mio Ventaglio →

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Daniela Gambaro. “Le tendine verdi”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-tendine-verdi/

Pubblicità