Riemerse dal buio dell’incoscienza e si guardò intorno: morti, tutti morti. Maledisse la violenza dello scoppio che lo aveva salvato scagliandolo lontano, e invidiò i caduti. Un pensiero assillante gli si ingigantiva nella mente: che cosa avrebbe detto lei?
Gli occhi di Sua Maestà la Regina si posarono gelidi sul guerriero sfinito.
– È inammissibile! – sibilò – la vostra disfatta e la vostra ignominiosa fuga coprono di vergogna tutto il nostro popolo!
– Sono giganti, Eccelsa Signora; hanno armi tremende. E sono senza pietà. Abbiamo a che fare con un nemico feroce e crudele, potente e terribile …
– Ne parlate come se fossero Dei …
– Non Dei: demoni, demoni sanguinari dotati di inaudita capacità distruttiva.
– Avevate i pieni poteri: potevate tentare la via diplomatica.
– Sono chiusi ad ogni trattativa. Datemi ascolto, la salvezza del vostro popolo è soltanto nella fuga. Io consiglio di ritirarci nei nostri territori e di non provocarli mai più.
Lo sguardo regale saettò feroce:
– Generale, questo è alto tradimento! Come osate parlarmi così? Dov'è la vostra dignità di guerriero? Sono soltanto pochi bestioni disorgnizzati, indegni di tanto timore! Abbiamo un esercito astuto, numeroso, fedele … No, Generale, non mi arrenderò! Al più presto sferrerete un altro attacco e il vostro obiettivo sarà il Monte Bianco di cui mi avete parlato. Lo so, ancora molti dei nostri moriranno, ma altri raggiungeranno lo scopo. È un nobile scopo che ha come meta la sopravvivenza di tutti noi. Ma insomma, perché titubate? di che cosa avete paura?
– Delle vittime, Sacra Maestà: sono troppe … troppe …
– Possiamo permettercele.
– Fino ad un certo punto: non mi sento di portarli al massacro. Il gas nervino non perdona. Per Voi i soldati sono solo un numero; per me sono elementi vivi e valorosi che cadono a centinaia sui campi di battaglia.
– Un numero? sono tutti i miei figli, e voi lo sapete bene!
– Perdonate, Sacra Maestà, ma Vi prego, esentatemi da questo incarico, non posso più assistere a questo genocidio.
La Regina si alzò dal suo trono. Era furiosa:
– Voi! – gridò – solo voi potete farci vincere questa battaglia: Voi siete stato sul posto. Voi conoscete le vie d’accesso al campo … o siete tornato dinanzi a me soltanto per dirmi che dobbiamo rinunziare all'immenso bottino di cui è ricco il nemico? Ma non capite? Siamo un popolo di predoni, non di pacifici agricoltori: dobbiamo batterci se vogliamo sopravvivere.
All'alba, quando questi esseri invulnerabili saranno immersi nel sonno, voi farete una sortita e conquisterete il Monte Bianco. Solo a queste condizioni salverò la vostra inutile testa.
– Maestà, la mia testa, davanti a quella di un intero popolo, non ha nessuna importanza.
La Regina si alzò, scesi i pochi gradini che la dividevano dal guerriero:
– Vi stimo troppo per condannarvi – disse con tono meno severo – so che non parlo ad un vile, perciò vi prego … Sì, io, la Regina, vi prego … pensate che abbiamo bisogno di cibo; pensate che abbiamo di fronte un nemico potente, sì, ma che ci sottovaluta. Egli ha la forza, ma noi abbiamo il numero e una perfetta geniale organizzazione …
– Grazie a Voi, Maestà.
– Grazie anche alla strategia dei miei Generali: sarei perduta senza elementi come voi, Generale Phor. Vi prego, datemi retta ancora una volta e sarete degnamente ricompensato.
– E sia! costi quel che costi, ci impadroniremo del Monte e l'unico mio compenso Maestà, sarà l'orgoglio di avervi servita.
Il Generale Phor attaccò all'alba, e il Monte Bianco brulicò di guerrieri pronti a tutto.
* * *
– Maledette! – gridò la signora Tina gettando via un intero pacco di zucchero – sono indistruttibili e non si arrendono mai!
Ancora una volta l'intrepido popolo delle Formiche aveva vinto una battaglia nella millenaria lotta contro il popolo degli Uomini.
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Come citare questo articolo
Maria Spes Blandamura. “La battaglia”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-battaglia/