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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

A Canaregio il tempo si è fermato

È il borgo più caratteristico di Adria, i cui abitanti lavoravano la canna

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 16 1998 pp. 34–37

Tra i vari borghi nei quali si articola la città di Adria, il più caratteristico è Borgo Canaregio, meglio noto come “Canaréo”, nome che esprime da solo la venezianità di Adria. Secondo il Boerio, il termine deriva da “canéro”, cioè canneto, luogo un tempo paludoso dove si raccoglieva la canna.

Fino agli anni ’40, quando il “Canalino” (ramo di Canalbianco dalla parte della Tomba, interrato per dare spazio al rinnovamento della città) delimitava l’Isola a Sud, Canaregio costituiva la parte più povera, ma anche la più attiva e industriosa di Adria.

Ben demarcato a Ovest da Via Terranova, con il suo dedalo di vicoli e strade, il quartiere era come una “corte dei miracoli”. I suoi abitanti, i “canaroli”, hanno da secoli praticato mestieri che richiedono inventiva e capacità di adattamento ai disagi dell’ambiente.

La consistente presenza, specialmente verso il Delta, di stagni e paludi, ha da sempre fornito ai polesani canne ed erbe palustri la cui raccolta era regolata da antiche leggi (vagantivo). L'utilizzo di questi prodotti naturali (consentito dagli Statuti ma, successivamente, impedito ai poveri da drastiche disposizioni della Serenissima) comunque "prelevati" per necessità, diede avvio ad una forma di artigianato spontaneo, protrattasi fino a qualche anno addietro.

Accanto alla lavorazione della canna palustre (caresina) per intrecciare stuoie e impagliare sedie, altri mestieri praticati dai "canaroli" erano: la pesca, la lavorazione delle reti, la costruzione di barche. Poi, nei periodi di raccolto, le leggi di sopravvivenza delle famiglie, assai spesso numerose, davano impulso ad una "raccolta" non proprio autorizzata di derrate (frumento, granoturco) messa in bella mostra ad essiccare lungo le riviere.

Alfonso Bocca descrive nel suo diario i disagi dei "canaroli" in occasione di una delle ennesime alluvioni subite dalla città nel 1629. " … il resto tutto si affondò, che bisognò bonissima parte dei cittadini si accomodassero sopra granari, et maximamente li canaroli dormivano sopra le paviere (paviera = pianta palustre con lunghe foglie usate per lavori di intreccio), et nelli barchetti, et alcuni, per non dire bonissima parte facevano il loro pranso sopra dette sue nave (barche) etiamdio cusinavano in dette barche, et il giorno bonissima parte di questi poveri si ritiravano nel sacrato di Santa Maria della Tomba sopra la Motta a fare le loro diete, et in quello determinarono di esseri uniti la notte per il avalizzo, che accadere potesse: … "

Eppure, in quella gente così provata, trovava spazio l’amore per il Teatro. Sempre il nostro cronista Alfonso Bocca parla di commedie recitate nella prima metà del 1600 “dalli canaroli”. La prima notizia si riferisce ad una commedia rappresentata il 6 gennaio 1633 “nella sala delli Signori Lovati con una frequenza di populo, et calcha…”. Altre recite risultano eseguite il 19 febbraio 1634 nella corte del Sig. Lugo (commedia “La raddolcita amante” e il 1° agosto 1637, con la rappesentazione della favola pastorale “Filamindo”. Attori “le forze della plebe… tutti canaroli, cioè gente, che non sanno leggere ne scrivere, ne manco hanno da mangiare”.

Deve essere anche rilevata la religiosità di questa gente, a volte forse troppo caricata di esteriorità, ma sempre assai viva. Ancor oggi, nelle modeste facciate delle case (fino a pochi anni fa poco più che tuguri, spesso a un solo piano) sono presenti le nicchie entro le quali la pietà popolare collocò raffigurazioni della Vergine o dei santi.

Un furioso incendio, scoppiato il 25 febbraio 1808 distrusse buona parte del quartiere, le cui case erano prevalentemente costruite in canna e mattoni, fermandosi davanti al capitello nel quale era venerata una dolce immagine della Madonna che, da quel momento fu chiamata “Madonna del Fogo”.

Le abitazioni di Canaregio furono interamente ricostruite in muratura e le sue strade interne: via Sette Camini, Porta Capuana, via Macello Vecchio (Stradon), Borgo Forzato, le piccole corti ed i vicoli conservano tuttora la loro originale impostazione.

Purtroppo, a Canaregio non è più operante da diversi anni la fabbrica di stuoie della Famiglia Sponton-Gambarotto, risalente alla fine del 1700. Era la più antica industria del Polesine e dava lavoro a parecchie persone del quartiere e della città. Fino alla invenzione dei prefabbricati in cemento per l'edilizia, le stuoie di canna (in dialetto "grisole") erano molto richieste dalle imprese di costruzione che le usavano per fare tramezzi e ricoprire soffitti. Si ha notizia di spedizioni eseguite in vari paesi del mondo, tra i quali la Russia. Ora, le aree di mercato delle arelle e delle erbe palustri sono interamente occupate dai Paesi dell'Est e dell'Asia meridionale.

Ai "canaroli" di Adria rimane il simpatico ricordo di aver spedito "grisole" persino a Londra ed all'allora irraggiungibile Cremlino, mentre chi visita Canaregio può ancora trovare, nel dedalo di viuzze dell'antico borgo, il sapore della semplicità ingenua di un tempo.

Le piccole abitazioni, tuttora abitate e vive, fanno di questo quartiere una delle zone più suggestive di Adria, da non dimenticare in una visita alla città.

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Come citare questo articolo

Aldo Rondina. “A Canaregio il tempo si è fermato”. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-canaregio-il-tempo-si-e-fermato/

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