I gabbiani scendevano bassi a lambire l'acqua del fiume, lanciando i loro queruli richiami. L'estate settembrina inondava il Delta di una luce d'ambra, mentre una leggera brezza increspava appena la superficie fluviale, accendendo fugaci riflessi argentati.
Sulla banchina del porticciolo per diportisti nautici di Marina Nuova, lungo il Po di Levante ormai prossimo al suo incontro col mare, noi quattro con le nostre bici apparivamo una sorta di corpo estraneo tra pescatori che armeggiavano con le lenze e volonterosi apprendisti marinai intenti alla manutenzione dei loro bianchi scafi.
Attendevamo Bruno, l'architetto, che si era offerto di traghettarci sull'altra riva con l'"Edera", un autentico bragozzo, salvatosi chissà come dal destino di centinaia di confratelli sfasciati per ricavarne legna da ardere. L'architetto, grande appassionato di nautica, lo aveva scovato alla Pila e, per salvaguardarlo da una fine ingloriosa, lo aveva voluto lì, nella sua darsena, a fare bella mostra di sé con i suoi colori accesi è la vecchia vela spiegata. Una vera rarità, tutta in legno dipinto, con putti disegnati sulla prua e la grande barra del timone dalla liscia impugnatura, testimone di centinaia di ore di navigazione. Nelle tranquille acque di Marina Nuova l'Edera, tra decine di affusolati scafi in plastica, passava in silenzio i giorni della sua vecchiaia, orgogliosa del suo passato e paga dei suoi accesi colori che attiravano sguardi di ammirazione.
In compagnia del sottoscritto e di mia moglie Grazia, c'erano mio cognato Renato (buon nome della medicina padovana) e la consorte Marina. A differenza degli anni precedenti, anziché imboccare col loro camper le lunghe vie che portano ai Paesi del Nord, su mio invito avevano optato per un soggiorno bassopolesano. Ci tenevo pertanto che il Delta facesse una buona figura con loro, e la prima escursione cicloturistica si presentava sotto i migliori auspici. Avremmo percorso la "Strada delle valli" che si snoda dal Po di Levante all'Adige, lungo un percorso sinuoso tra ampi specchi d'acqua.
Bruno giunse di buonumore, garantendoci che l'Edera era in perfetta forma e desiderosa di sgranchirsi le ossa. Mentre avviava il motore, provvedemmo a caricare le bici e a scattare le prime foto della nostra escursione che avrebbe occupato l'arco della mattinata. All'approdo sulla riva sinistra del fiume, nel congedarsi da noi, Bruno ci garantì che al nostro ritorno sarebbe stato disponibile Matteo per ritraghettarci alla nostra base di partenza.
Ringraziammo, osservando che era bello, anzi necessario, poter contare su amici per visitare il Delta. E ciò in attesa dell’ istituzione del Parco che dovrebbe far nascere fondamentali strutture di servizio, per permettere l’attraversamento del fiume anche ai turisti sprovvisti di amicizie in loco.
Fatto un brevissimo tragitto sulla strada arginale in direzione di Albarella, mentre davo ai miei ospiti le prime informazioni sul nostro percorso, girammo a sinistra, imboccando la stretta via, che una adeguata segnaletica indica come la “Strada delle Valli”.
E gli apprezzamenti sul coinvolgente paesaggio non tardarono a venire.
“È come correre sull’acqua!”, osserva allegramente Marina, mentre pedaliamo lenti lungo il sinuoso percorso che, come per miracolo, prende forma tra acqua e cielo.
A destra, verso oriente, ecco Valle Pozzatini che all’estremità opposta lambisce la costa occidentale dell’Isola di Albarella verso cui alziamo lo sguardo; a sinistra Valle Segrada e Veniera. In alto voli di gabbiani mai sazi di giocare col vento; sull’acqua bianche garzette dal collo slanciato, pronte a catturare col lungo becco piccoli pesci e crostacei.
“È un miracolo fatto dall’uomo.”, osservo. “Qui per secoli si è lavorato a separare dal mare questi specchi salmastri, erigendo arginelli ed aprendo chiuse con l'obiettivo di creare un habitat favorevole alla crescita di alcune pregiate specie ittiche: orate, branzini, cefali, anguille ed altro".
"Ma non si vedono le barche da pesca.", mi viene fatto notare.
"Ed in effetti qui non necessitano.", dico, accingendomi a spiegare le originali modalità del prelievo del pesce dalla valle, frutto di una esperienza antica.
In primavera i piccoli pesci, gli avannotti, tendono a lasciare il mare per cercare le acque delle valli salmastre del Delta, più sicure e ricche di possibilità alimentari. I vallicoltori aprono allora per qualche tempo le chiuse che fanno entrare acqua di mare nella valle, permettendo il ripopolamento del bacino tramite quella che viene definita la "montà", ovvero l'arrivo del pesce, che si mescola ad altri avannotti introdotti artificialmente. Il pesce cresce durante tutta la primavera e l'estate finché, con l'arrivo della stagione fredda e l'approssimarsi dell' inverno, giunge il tempo della "fraìma", quando si procede alla cattura. Il pesce ormai adulto è infatti pronto alla "smontà", ovvero a lasciare gli specchi vallivi per tornare al mare e riprodursi. Ed è allora che arriva il momento del "raccolto" per i vallicolturi.
Viene aperta la principale chiusa a mare, verso cui si dirige il pesce ormai maturo, che è però obbligato, da arginelli e paratie, a seguire un percorso precostituito, imboccando infine i "lavorieri", strutture che convogliano il pesce nel canale di prelievo chiamato "colauro". Una pesca senza barche dunque, concentrata presso il "cason di valle", unico elemento verticale all'interno della valle, che fa intravedere la presenza dell'uomo.
Mentre do queste informazioni, il Delta ci coinvolge con la sua suggestione. I nostri occhi vengono colpiti innanzitutto dal gioco di luci e dalle variegate tonalità di azzurro degli specchi vallivi, le cui inconsuete geometrie sono segnate da esili arginelli.
Sono poi i volatili ad attirare la nostra attenzione. Immediatamente percepibili sono i grandi gabbiani reali in volo o in vigile riposo su pali emergenti dalla valle, e le bianche garzette che, scegliendo zone paludose di minima profondità, sembrano camminare sull’acqua. L’individuazione di altri uccelli è invece più difficoltosa giacché con la loro livrea si mimetizzano col colore delle canne. Tra questi abbiamo la fortuna di poter ammirare un magnifico esemplare di airone rosso che, maestoso nel suo portamento, staziona immobile sulle basse acque della valle. E dopo poco, eccolo librarsi in volo per solcare i cieli del Delta con l’ampia superficie alare, comunicandoci un’intensa emozione. Lo inseguono i click delle nostre macchine fotografiche desiderose di immortalare un momento tanto importante.
Dedichiamo poi una foto al casone di Valle Capitania che, recentemente rifatto seguendo i canoni della lineare architettura bassopolesana, si specchia nelle acque vallive. Poco oltre è la volta del Casone Veniera, il più noto del Delta per l’originalità di alcuni elementi architettonici che impreziosiscono il settecentesco edificio.
Da notare l'armoniosa facciata anteriore arricchita da un frontone ricurvo, nonché l'originale stanza rotonda, dominata da un massiccio camino a dado, presente sul lato destro. A sinistra della casa padronale sorge poi il bel casonetto, tuttora ricoperto da un caratteristico tetto di canne, adibito a ricovero attrezzi. A destra si trova la cavana per il ricovero di una snella imbarcazione con cui muoversi nelle tranquille acque della valle.
Riconosciuti gli elementi strutturali tipici dei casoni di valle del Delta, il nostro percorso prosegue con una sosta quasi immediata presso la Chiesetta Moceniga. Edificio religioso alquanto degradato, solitario e muto testimone di un tempo più florido quando sorgeva in loco un palazzo dei Mocenigo di cui il tempietto fungeva da oratorio. Scomparsa ogni traccia del palazzo, le cui pietre probabilmente sono state asportate per costruire povere abitazioni sparse nel basso Polesine, la pietà popolare ha salvaguardato per anni la chiesetta. Che ora però versa in gravissime condizioni, in attesa di essere valorizzata come elemento architettonico e religioso unico, posizionato in un punto strategico lungo la strada delle valli.
Prosegue frattanto il nostro percorso, mentre la strada diviene improvvisamente meno panoramica: alla nostra destra si eleva infatti un argine che ci impedisce di vedere l'ampio specchio d'acqua costituito dalla Laguna di Caleri.
Desiderosi di gustare anche questa parte del panorama, lasciamo le nostre bici per risalire la breve scarpata arginale.
E' come aprire un balcone su una grande insenatura marina. La laguna brilla davanti a noi, delimitata verso il mare dalla linea verdeggiante del bosco litoraneo di Porto Caleri ed Albarella. In alcune calette artificiali, delimitate da massi di contenimento, sono ormeggiate alcune barche utilizzate dai pescatori di vongole della laguna. La costruzione dell'argine, con massi provenienti per lo più dai Colli Euganei, risale agli anni '70, quando tutta la zona del Delta fu protetta dalle mareggiate con un cordone artificiale lungo decine di chilometri. Un'opera impegnativa, resasi necessaria in seguito al fenomeno della "subsidenza", ovvero all'abbassamento del suolo, conseguente alle massicce estrazioni di metano nella zona orientale del Polesine.
Alcune considerazioni critiche sull'operato non poche volte dissennato dell'uomo nascono spontanee, senza però impedirci di gustare il fascino antico degli improvvisati porticcioli ricavati nelle insenature arginali. Dolce è lo sciabordio dell'onda che gioca con i massi, e lieve il soffio della brezza che proviene dall'Adriatico disteso oltre la Laguna.
Mentre torniamo verso le nostre bici, l'attenzione viene attratta da un intrico di rovi, ove nereggiano grosse more. I frutti spontanei, dolci e succosi, si presentano propizi per una gradita degustazione.
"C'è una storia antica legata alle more del Delta, che dovete conoscere!", dico ai miei ospiti. "Ma ve la racconterò nel pomeriggio, perché è tempo di riprendere il nostro itinerario e fare altre osservazioni naturalistiche", preciso indicando un falco di palude che compie ampi giri in cielo, in cerca di prede in direzione di Valle Boccavecchia, verso cui stiamo pedalando alacremente.
"Boccavecchia era una vecchia bocca del Po, certamente la più settentrionale, vicinissima all'Adige.", osservo. Strada facendo ricordo come il grande fiume sia stato deviato a Sud nei primi anni del XVII secolo, con il famoso Taglio di Porto Viro, per allontanarlo da Venezia, distanziandolo così dal secondo fiume d'Italia che, nell'ultimo tratto del suo corso, scorre vicinissimo alla valle presso cui ormai ci troviamo. Decidiamo pertanto di raggiungere il fiume, che segna il confine settentrionale della provincia di Rovigo, per fare poi immediatamente ritorno.
Il caldo ancora estivo si fa infatti sentire: il sole del mezzogiorno dardeggia il Delta, inondandolo di una luce abbacinante, e cresce in noi il desiderio di un ristoro.
Ancora una piccola sosta sulla via del ritorno per osservare due tuffetti che scompaiono nell'acqua salmastra riapparendo poi qualche decina di metri più in là, mentre un solitario cavaliere d'Italia sembra volerci accontentare, mettendosi in posa per una foto ricordo. Raggiungiamo frattanto il nostro punto di partenza sull'argine sinistro del Po di Levante, ove, in attesa dell'imbarcazione che ci riporterà a Marina Nuova, contendiamo ad un pescatore la fragile ombra di alte canne.
È con piacere che osserviamo staccarsi dalla riva opposta l'Edera, manovrata da Matteo, su cui ben presto carichiamo le nostre bici, paghi della mattinata vissuta lungo la Strada delle valli. I miei ospiti esprimono vivo compiacimento per l'itinerario prescelto: "Al di sopra di ogni aspettativa", sottolineano.
Il Delta dunque non ha deluso: nella bella giornata settembrina ha saputo sfoderare il suo fascino migliore, fatto di luci cangianti, di azzurre distese, di richiami lontani e voli leggeri.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La strada delle valli”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-strada-delle-valli-2/