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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il mio bel campanile

Il fascino ineludibile dello slanciato campanile di Lendinara

di Stefano Borile

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 22–29

Chi giunge per la prima volta a Lendinara, non può che rimanere positivamente colpito dall'artistica ed elevata mole del campanile di S. Sofia. Nemmeno i lendinaresi, che in vari momenti della giornata posano gli occhi sulla slanciata torre campanaria, sono immuni dal suo fascino, ed il sottoscritto ne è rimasto letteralmente stregato.

Col "grande amico" ho vissuto la mia vera avventura, in lunghe giornate dedicate a conoscerlo. Ore e ore di ricerca, in cui spesso ero pervaso dal senso di mistero e di proibito che caratterizza ogni antica costruzione, fatta di passaggi angusti e nicchie segrete.

Aprire la grande e pesante porta che conduce all'interno della base, sentirla richiudersi dietro e rimanere al buio, nel più profondo silenzio, era ogni volta un' esperienza unica, un mescolarsi di vari sentimenti, paure, odori. Sentire il resto del paese sparire, dopo lo sbatter della porta, per l'incapacità del suono di oltrepassare le possenti mura, in alcuni punti di oltre due metri, era una sensazione squilibrante e piacevole.

Penso comunque che al di là di ogni sentimento personale, per capire l'importanza e l'immenso valore del monumentale campanile, che Lendinara si gloria di possedere tra i propri beni artistici ed architettonici, sia necessario conoscere le circostanze storiche e ambientali che gli diedero i natali due secoli orsono.

La grande torre campanaria venne progettata da don Francesco Antonio Baccari negli ultimi anni di vita della Repubblica Veneta, e i lavori di costruzione – come ci informa Vincenzo Boraso nella sua puntuale "Cronaca Lendinarese" che copre un arco di tempo che va dal 1760 al 1806 – iniziarono nella primavera del 1797, proprio mentre nel Polesine entravano le truppe francesi che ponevano fine al lungo dominio della Serenissima.

Ma gli sconvolgimenti politici non ebbero nefaste conseguenze nell'avvio dei lavori, iniziati il 27 Marzo 1797 con la delimitazione dei confini per scavare le fondamenta. La monumentale opera fu realizzata soprattutto grazie al tenace interessamento dell'arciprete Don Domenico Scipioni, che, sostenuto e seguito dallo slancio ammirabile dei parrocchiani, benedisse l'inizio dei lavori, destinati a giungere a compimento dopo sessant'anni, con l'inaugurazione ufficiale celebrata il 16 novembre 1857.

La grande mole, su cui si è da poco completato un importante ed indilazionabile intervento di consolidamento e restauro, costituisce non solo il più insigne monumento della città, ma un monumento di valore nazionale.

In due anni si compì il lavoro delle fondamenta, poiché nel 1799 si dava il via alla costruzione della base, rivestita con pietra d'Istria, trasportata con natanti da Pellestrina e scaricata in vicinanza di S. Lazzaro. Sotto la direzione del marmista Cesare Bianchi, padovano, e del capomastro Vincenzo Osanna di Crespino, il lavoro procedeva alacremente, interrotto solo durante la stagione invernale.

Nel 1803 erano posti in opera i primi quattro corsi di bugne che ornano gli spigoli della canna, in pietra viva, delle cave di S. Ambrogio di Verona. Il trasporto ancora una volta avveniva per via d'acqua, su barca, lungo il corso dell'Adige sino al passo di Barbuglio. I mattoni erano forniti da Senno Bortolo e la calce da Montin di Rasa.

Nel 1805 i lavori vennero frattanto interrotti, perché Napoleone, proclamatosi Re d'Italia, mosse guerra contro l'Austria. Per motivi bellici i monti del veronese non fornivano i marmi necessari alla continuazione dell'opera. Si aggiunga che nell'anno precedente, il 10 maggio del 1804, era morto Don Domenico Scipioni, grande animatore dell'impresa, cosicché si ebbero a registrare dieci anni di interruzione, fino al 1815, quando, cessata la guerra e ristabilita la pace, sotto la dominazione dell'Austria, furono ripresi i lavori.

Nel 1819 il campanile si elevò di altre 8 bugne, poi la fabbrica s'arrestò ancora per altri 5 anni per mancanza di mezzi finanziari. Se nel 1825 fu ripreso il lavoro, è merito di Don Gaetano Baccari, fratello del progettista, che trovò mille persone, le quali si obbligarono a pagare tre centesimi al giorno per un quinquennio, ricavando così ogni anno lire 10.800 che, unite alle libere offerte di denaro ed alle questue di frumento e grano turco, davano la somma utile per poter sostenere le spese di avanzamento dell'opera, giunta ormai alla 17ª bugna.

Essendo il piazzale di S. Sofia di proprietà della Chiesa, fu possibile costruire in loco tre fornaci per la fabbrica dei mattoni, trovando il terreno più che atto a tale scopo. Quest'impresa fu affidata ai fratelli Giovanni, Paolo e Francesco Bellucco di Villanova del Ghebbo, i quali sapevano ricavare anche la calce dai marmi forniti dalla Fabbriceria. Non mancarono alcuni volonterosi che, specialmente nei giorni festivi, rinunziando al riposo settimanale, venivano con carriole, badili e zapponi ad estrarre la terra, a condurla nel luogo dell' impasto, a provvedere al trasporto dell'acqua, a spaccare la legna per le fornaci, prestando gratuitamente l'opera loro.

Nella primavera seguente ferveva il lavoro delle tre fornaci e ciascuna di esse aveva già fornito anche i 2.500 coppi necessari per coprire le murature durante l'inverno. Intanto furono trovate delle persone che seminarono canapa, con la quale si realizzarono 2 grosse funi, per l'innalzamento dei materiali. Occorreva pure provvedere ai marmi per la costruzione delle ultime 19 bugne. G. Zuecca, fabbriciere offrì barca e barcaioli per il trasporto dei marmi da Verona a Barbuglio ed il 15 giugno 1826 fu affidata la continuazione del lavoro a Paolo Ferro di Villanova del Ghebbo.

Nell'anno 1827 si arrivò frattanto al cornicione della cella campanaria. Nella primavera del 1828 non fu ripreso il lavoro perché l'opinione pubblica non era concorde sul primitivo disegno del Baccari. Si arriva così al 1832 quando la Commissione dell'Ornato, in data 22 marzo 1832, scrive alla Fabbriceria: "Non potersi permettere la continuazione di tale mole, se prima un distinto ingegnere architetto non avesse visitato la torre, il disegno del Baccari e determinata l'altezza della canna e così il proseguimento dell'opera". La consulenza fu affidata all'ing. Iappelli di Padova, ma intanto i lavori rimasero sospesi sino al 1843 nel quale anno, approvato finalmente il disegno architettonico della cella campanaria, del lanternino superiore e della cupola, si diede nuovamente mano all'opera. Il 12 Novembre fu pertanto ripreso il trasporto dei marmi dalle cave di S. Ambrogio di Verona per i cornicioni, le basi e i capitelli delle colonne, le balaustrate, i modiglioni, gli intercolonni ad arco, il quadrante dell'orologio, l'ordine ionico della cella campanaria, l'ordine composito del lanternino e l'attico su cui poggia la cupola.

Nella primavera del 1844 ricominciò il lavoro, che procedette a più riprese nello spazio di anni 10, fino a che, il 16 Agosto 1854, si iniziò la costruzione della cupola in larice ricoperta poi di zinco. Nel 1857 si costruì con legno di cirmolo l'Angelo (m. 3.60) modellato da Silvio Soà, rivestito di rame dorato e reso girevole sul piedistallo a mezzo di un cuscinetto ideato da Giuseppe Annibale e Furlani Lorenzo.

Alla sommità del campanile oggi svetta però un altro angelo perché, come la maggior parte dei lendinaresi ricorderà, nella notte tra il 24-25 luglio 1973 l'opera lignea fu distrutta da una potente scarica atmosferica durante un tremendo temporale. Venne aperta una sottoscrizione cittadina, poi continuata in parrocchia, e commissionato il nuovo angelo, che oggi svetta sul campanile. Ultimato nel luglio 1974, fu trasportato a Lendinara non senza difficoltà viste le imponenti caratteristiche. L'angelo, un pezzo unico in bronzo, è alto 4 metri. Le ali misurano m. 2,60 ciascuna. Il peso complessivo è di quintali 6,80, mentre la tromba che deve controbilanciare le ali (ripiena di piombo) pesa quintali 1,60. Infruttuosi furono i tentativi da parte degli elicotteri americani di posizionare in sede il dorato angelo e, solo l’11 Aprile 1977, grazie ad una imponente gru si riuscì a dare giusta dimora al monumento alato.

Ma torniamo alla nostra cronaca per ricordare che nel 1857 il campanile, ormai ultimato, fu finalmente provvisto delle campane fornite dalla ditta Fratelli De Poli di Ceneda. Le sette campane intonate sulla scala del DO con ottava, del peso complessivo di quintali 61.23 furono issate sulla torre ed appese al castello in legno appositamente approntato da Silvio Soà, il cui nome va pure ricordato per essere stato il realizzatore del modellino del campanile in legno tuttora conservato nella sagrestia del Duomo.

Il 20 marzo 1858 per la prima volta le campane diedero voce al nuovo campanile. Scriveva un cronista dell'epoca sulla Gazzetta Ufficiale di Venezia: "Dire l'entusiasmo onde l'imponente armonia invase l'animo di tutti i cittadini non è cosa facile. Le maggiori campane con quella loro voce maestosa e sonora davano a tutto il concerto un non so che di grave, augusto e religioso, lasciando in pari tempo sentire il gioco dei rintocchi spiccati ed argentini delle minori sorelle, che alternandosi con vago errare, disposandosi a vicenda e intrecciandosi davano al sonare riposato e pieno il brio e la festa quasi di una musica di Paradiso". Il Vescovo cosparse le campane con l'olio consacrato, quasi a significare che anche la campana, nella sua materialità, deve colorire col timbro cristiano ogni circostanza di vita che essa scandisca o commenti. Le otto campane ebbero il loro nome. La spesa sostenuta, trascurando le prestazioni gratuite, si aggirava sulle 300.000 lire; cifra che, rapportata al valore attuale, sarebbe favolosa.

Ma il corso della storia non fu benevolo con le campane. Una succinta cronistoria parrocchiale, stilata il 19 Febbraio 1943 ci informa infatti di come, per ordine governativo, fu necessario smontare le campane ed avviarle alla fonderia per finalità militari. "Faceva pena – avverte la cronaca – il pensare che creature di pace, di tranquillità potessero divenire strumenti di rovina e di morte". Furono infatti fuse per costruire cannoni da guerra.

Dopo il terribile conflitto, il campanile poté riottenere le sue campane, che il 4 luglio 1948, uscirono dalla nota fonderia “Francesco De Poli” di Vittorio Veneto con ugual peso e timbro di quelle originali. I nomi imposti dal Vescovo all’atto della consacrazione furono “Maria SS. del Rosario” – “San Giovanni Bosco” – “Pio XII” – “San Francesco” – “S. Caterina”. Unite alle altre si sciolsero tutte in nuovi concenti. Tornarono a benedire le fatiche del lavoro, a consolare le lacrime, a diffondere e innalzare la gioia.

Sempre nel corso del 1948, la torre dovette essere riconsolidata alla base della cella campanaria, per problemi emersi a causa degli avvenimenti bellici.

Ma un intervento molto più ampio e radicale è quello che sta interessando il campanile nel corso di quest’ultimo triennio 1996-1998, con consistenti opere di consolidamento su tutta la grande torre. Un’iniziativa resasi indispensabile a seguito di fessurazioni e cadute di pezzi di marmo, soprattutto dalla cella campanaria, che avevano reso pericoloso perfino sostare sotto il campanile. Anche all’avvio di questi ultimi lavori, come sempre del resto, non è mancato il sostegno dei lendinaresi, che hanno dato vita ad un apposito Comitato presieduto dal dott. Dante Marchiori.

In tutti la certezza che il campanile ritornerà nel suo splendore architettonico, con l’auspicio che, in un prossimo futuro, sia assicurata agli estimatori delle opere d’arte la possibilità di salire sull’alto monumento e magari porsi la domanda che spesso si è affacciata alla mia mente durante le mie ricerche: perché costruire una “cosa” di tali proporzioni in una terra come il Polesine, lineare e piatta? Perché tanto impegno nello sfidare la terza dimensione? Perché sessant’anni di lavori per mettere una pietra sopra all’altra fino ai cento metri?

Forse ciò che spinse quegli uomini di due secoli fa a costruire una tale mole non fu altro che l’inesausto desiderio dell’uomo di elevarsi, lo stesso sentimento che provarono gli antichi nell’edificazione delle piramidi e dei grandi templi, ossia il desiderio di sfidare il tempo e lo spazio per un innato desiderio di superare i propri limiti. Un’aspirazione che il bel campanile di Lendinara incarna in modo mirabile.

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Stefano Borile. “Il mio bel campanile”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-mio-bel-campanile/

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