– Ehi, ciò, sito polesan?
– De quei veri! – dissi con fare scherzoso, girandomi incuriosito verso chi mi aveva apostrofato in modo tanto inusuale.
Era il gestore della strana bancarella, presso cui mi ero soffermato, sulla quale erano allineati coloratissimi oggettini in terra cotta. Piccoli strumenti a fiato, posizionati sul lato destro della variopinta esposizione, avevano particolarmente attratto la mia attenzione.
– Quassù, sulle nostre montagne, quelli lì noi li chiamiamo cuki. – mi informò l'originale venditore dell'altopiano di Asiago, che sembrava più desideroso di conversare che di smerciare i suoi prodotti artigianali.
– Conosce bene il Polesine? – feci io di rimando, alludendo al modo con cui mi aveva interpellato, azzardando la mia provenienza in base a qualche espressione dialettale colta al volo.
– Certo, ottima terra per i cuki. – disse riportando il discorso sul binario preferito.
– Da noi si chiamano ocarine. – precisai con prontezza, per evitare che sorgessero equivoci sulla frase che, sinceramente, mi era suonata alquanto ironica.
– Lo so bene. – replicò cogliendo forse il mio irrigidimento. – E il più bravo costruttore di ocarine è Idelmo di Ariano. Uno dei più abili in assoluto. – aggiunse per catturare il mio interesse.
Resosi conto che non conoscevo l'artigiano in questione, il mio occasionale interlocutore ritenne di dovermi dare alcune informazioni basilari: – Ottima persona, sa! Quello ha dedicato tutta la sua esistenza alle ocarine. Ma è stato ben ripagato da questa passione. Eh sì, lui alle ocarine deve proprio la vita! Lo dovrebbe conoscere – aggiunse poi – ma si sa come vanno le cose: in patria nessuno è profeta!
Nel congedarmi dal loquace venditore, lo assicurai – quasi a tranquillizzarlo – che avrei seguito il suo consiglio, che avrei fatto in modo di mettermi in contatto con il signor Idelmo, e che gli avrei portato i suoi saluti.
Dopo alcuni mesi, trovandomi nel Delta, chiesi notizie del costruttore di ocarine. Fui informato che abitava a Grillara, località posta tra Taglio di Po ed Ariano Polesine.
Quando raggiunsi l'abitazione segnalatami, mi apparve subito il signor Idelmo. Leggermente curvo per il peso degli anni certamente superiori agli ottanta, si parava davanti alla porta d'entrata in atteggiamento di chi attende un ospite. Chiesi se potevo entrare per portargli il saluto di un conoscente.
Mi accolse con un sorriso bonario che sembrava illuminare il volto di un vecchio patriarca. E, quasi a rispondere alla domanda che sembrava essere nell'aria, disse che era certo che quel giorno avrebbe avuto visite.
Dalle poche mie parole individuò subito il venditore dell'altopiano: – Ah, Osvaldo – disse – grande appassionato. Possiede una delle più belle collezioni di ocarine che io abbia visto.
– Mi ha detto che lei deve la sua vita alle ocarine. E' vero?
– E così ha svelato anche il mio segreto! – osservò con una punta di disappunto.
– Non proprio, ma devo ammettere che la cosa mi ha un po' incuriosito. – replicai.
– Ma il segreto vero sta nel fare le ocarine. – disse con fare enigmatico. – Venga, venga!- aggiunse un po' autoritario.
Lo seguii in cantina. Con movimenti vagamente misteriosi aprì una latta accuratamente sigillata che conteneva della molle creta. Ne estrasse una porzione, calcolando accuratamente la quantità necessaria, poi, con gesti abituali, risigillò e ripose il contenitore metallico. Quindi iniziò a modellare l'argilla, informandomi che si trattava di ottimo "tivaro".
– Solo il Po ne ha di così buono. – disse con orgoglio. – Lui ed io sappiamo dov'è. – aggiunse poi compiaciuto.
– È questo il segreto delle ocarine? – chiesi.
– Uno dei segreti. – disse lanciandomi uno sguardo complice. Poi bisogna saper modellare la creta seguendo alcune regole fondamentali. Bisogna che l'interno dell'ocarina contenga il giusto volume di aria. Bisogna fare i fori di uscita nei punti giusti. Bisogna che l'ocarina sia esteticamente piacevole e che richiami l'attenzione anche quando è a riposo.
Mentre Idelmo mi informava sulle caratteristiche di un buon prodotto, le sue mani manovravano il duttile impasto con una sapienza antica. La creta prendeva forma e già si intravedeva il risultato finale.
– Sa – disse poi guardandomi intensamente – io sono stato catturato da una ocarina. Avevo cinque anni quando, durante la sagra paesana, mi fermai davanti ad una bancarella. Era lì, in mezzo ad altre, ma io ho sentito il suo richiamo. Quello della forma e dei colori innanzitutto. Poi il suono. Ed è stata una magìa. La mamma capì il mio desiderio intenso, e volle accontentarmi. La portavo sempre con me. Imparai presto a suonarla. Emetteva note vellutate, come quelle di un flauto. Mi piaceva suonarla nella golena del Po, lì mi pareva il posto più adatto. Era come se la natura si compiacesse nel sentire i dolci motivi che riuscivo ad interpretare.
– Le Eliadi saranno state ad ascoltarli! – dissi ricordando il mito delle ninfe trasformate nelle piante che crescono nelle umide golene.
– Ah, la sa anche lei questa favola? – fece compiaciuto. – Eh, sì, quando il vento faceva stormire dolcemente le foglie dei pioppi e dei salici, io ci davo dentro e rispondevo a quella musica con le note della mia ocarina. C'era un'intesa! – esclamò commovendosi.
– Ma un bel giorno, anzi un brutto giorno, – disse soppesando le parole – l'ocarina cadde sul pavimento ed andò in frantumi.
– E allora? – chiesi con voce dispiaciuta.
Idelmo mi osservò con atteggiamento familiare, che mi fece capire che avevo conquistato la sua fiducia. Potevo dunque essere messo al corrente di un momento cruciale della sua vita.
– Allora decisi di costruirmi un'ocarina. La prima di una lunga serie. – disse con un sospiro di sollievo, mentre esibiva il prodotto ormai modellato.
– Bella – esclamai – assomiglia ad una pavoncella.
– Bisogna lasciarla asciugare – disse guardando l'ocarina con l'orgoglio con cui un padre osserva il figlio che ha appena superato una prova impegnativa.
– E così ha appreso l'arte. Non tutto il male viene per nuocere – osservai compiaciuto.
– Ma siamo in pochi ad apprezzare queste cose. Sono contento che a lei non dispiacciano. – aggiunse.
Incoraggiato dallo sguardo benevolo, mi sentii autorizzato ad indagare nei segreti della sua esistenza, e pertanto riproposi la domanda iniziale: – Ma è vero che le ocarine le hanno salvato la vita?
– E' vero, ma questo te lo dirò un'altra volta – disse passando al "tu" confidenziale, per sottolineare l'amichevole intesa che si era instaurata. Poi, deponendo l'ocarina appena realizzata sul tavolo osservò: – Quando sarà asciutta deve essere dipinta e poi cotta. E suonerà molto bene. Te lo garantisco, perché l'ho fatta per te che, a quanto vedo, ami queste cose. Devi tornare a prenderla.
– Allora tornerò e l'avrò molto cara. E forse verrò a sapere il segreto della tua vita, ed io ti parlerò di qualche mio problema.
Ci guardammo con intensità e ci salutammo con l'affetto che lega due vecchi amici.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il segreto delle Ocarine”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-segreto-delle-ocarine-2/