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NARRATIVA

Romana Morelli

“Rompiò mi alma con oro...” (M’infranse in oro l’anima) Juan Ramon Jiménez

di Romana Morelli

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 111–114

Dalle pagine di quel breve racconto, prepotente, era uscita quella figura chiaroscura di donna. Pochi tratti, quasi senza volto, senza forme, soltanto quel suo incedere nascosto, sotterraneo, privato, quel suo cercare riparo di fronte al mare, per celare una pena innominata. Il mare di un'isola. Isola senza nome, come tante nel Mediterraneo, con agavi giganti e fiori lucidi contro il cielo cobalto. E case, case abbacinanti, di calce viva, di gerani rossi, con le radici sepolte in brocche di ferro smaltato, su terrazzi ricoperti di stuoie di canna. E strade brevi, in salita, vicoli nella vampa estiva, nella canicola di meriggi insulari, con la brezza che sa di sale e di orizzonti infiniti, con un cielo rotondo capovolto nell'acqua. E sempre lei, in un angolo, in un'ombra di limoni e di fichi, in una curva presso un muro a secco, uno scoglio sul mare, i capelli che le coprono il viso, nel vento. Lei col suo mistero, senza voce; lei che sembra non aspettare più nulla, come se una tempesta l'avesse sepolta di acqua e di sabbia, lasciandola a brandelli.

Sola, con l’orgoglio rovente sotto pelle, non svelato.

Di lei non sa nulla (sembra trascinarsi dietro un mistero) se non che è scomparsa, come una malinconia, in un giorno di fine estate, che ha camminato, guardando spigoli e anfratti di case, pergole gravide di grappoli, alberi di barche, giù, nell’insenatura riparata a occidente; ha camminato dentro il solo scalpiccìo dei suoi passi, sul selciato calcinato di sole, nelle ore più strane, quando gli altri facevano la siesta, quando gli altri andavano a dormire o dovevano, ancora, svegliarsi. Donna, ombra, figura introflessa con pensieri insondabili, lontani, che nessuno osa avvicinare, chiederle il nome, udirne la voce.

Era uscita da quel paesaggio aggrappato, incastonato nel blu, le case appiattite nel verderame delle piante grasse, sgranate verso il mare, ed era penetrata nella sua fantasia; si era creata, clandestina, una nicchia dove aveva cominciato a crescere, a vivere, a prendere forme, un nome, una voce, un passato, forse un futuro. E lui l’aveva amata.

Come dimenticare la fragilità di Emma Bovary, l’altera aristocrazia diroccata di Anna Karenina, la scoppiettante malizia di Natascia Rostov. Di tutte queste donne e di altre, altre ancora, si era innamorato negli anni della giovinezza e della maturità, poi. Dopo, era arrivata questa donna, uscita dalla penna di una sua amica scrittrice, che lo teneva prigioniero nel suo enigma.

Donna alla deriva. Quale fragilità più sofferta se non quella senza nome? Sconosciute ragioni l’hanno condotta all’isola, e sconosciuti motivi la fanno ripartire. Da dove, per dove? Da quale distanza, con quale meta? E su quel viso, che sfugge, si intuiscono lacrime, su quella ferita, la supposizione del dramma. Cercarla, inseguirla, riannodarsi a lei. Dietro quelle sue labbra mute, immaginava una solitudine sconfinata. Lui, d’altro canto, non desiderava che quell’apparizione catturante si disvelasse, che dall’ombra uscisse alla luce l’inesplicabile. Voleva soltanto ricordarla così, densa d’attese, arricchirla dentro la sua mente di particolari, alleggerirla di altri.

Di notte l’apparenza sua, ingannevole, prorompente, intangibile, netta, aggallava. E lui l’accarezzava di carezze liriche, in brevi spifferi onirici. Al mattino se la ritrovava gonfia e stremata, contro la tenda, nel sole denso dell’estate, nella terra dei carrubo e fichidindia, negli angoli arsi, purpurei, battuti dal vento africano. Camminava con lei, dietro di lei: madonna, gorgone, sirena, araba fenice trasformata e resuscitata. Intramontabile. Si sorprendeva a desiderarne la carne, quasi un arcano desiderio gli arrivasse da remoti anfratti del sangue, a battergli sui lombi. Si sorprendeva con la mano sul suo profilo, nell’aria.

Un mattino, dopo una notte di inquietudine, si ritrovò, non senza trasalimento, incredulo, accanto a lei, ai suoi piedi, su quella scogliera di fronte al mare. L’isola era la stessa, le case avviticchiate le une alle altre, con nei muri ancora il tepore del sole, il turchese dell’acqua, un profumo di scogli salati e di Sahara. Non sapeva come fosse giunto a quelle rive, ma avvertiva la stanchezza per avere attraversato un mugghiare di onde, e meteore e pianeti. Alzò gli occhi, infine, per guardarle il viso. Nel cielo indaco passò una nuvola che oscurò il sole e quell’ovale, le iridi, la bocca gli sfuggirono ancora, come se nell’inseguimento avesse perduto la vista e, ora, tutto fosse vano.

Nel breve preludio aveva smarrito la speranza.

Non osava chiedere all’amica scrittrice, il cui parto di fantasia tanto l’aveva magnetizzato, il destino di quella donna: il prima, il dopo. La rivelazione, qualunque fosse stata, sarebbe stata deludente. Questa dicotomia di desideri lo divertiva, lo inquietava, procurandogli uno strano turbamento. Si riscopriva vulnerabile, suo malgrado, anche alle fantasie: fantasie di donne, di membra, di passi, di silenzi. Se girava attorno lo sguardo, la vedeva accanto a sé, remota e sfuggente, arcana e vicina. Non svelata e per questo più seducente. Si accorse che anche lui era in quelle pagine; per uno strano processo di gestazione e di parto fantastico, indugiava, seduto in quella piazzetta bianca, con spicchi d’azzurro, a vederla passare, camminare per vicoli, su strette pietre in salita, già preconizzando la partenza: per non ritornare, per scomparire completamente.

E lui l’avrebbe ancora inseguita, in altre pagine, altre parole, altre voci. Remigando o volando, sarebbe approdato anche lui, provvisorio passeggero, da sconfinate solitudini, a dilatati spazi.

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Romana Morelli. “Romana Morelli”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/romana-morelli/

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