Iacopo la conobbe un mattino di fine estate. Era arrivato col battellino fino all'argine di una valle, vicino alla Pila. Lei era ferma sul sentiero, a cavallo di una bicicletta, il piede sinistro a terra. Lo guardava.
Lui ricambiò lo sguardo, le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Parlò lei, per prima. Aveva una voce musicale in cui l'accento veneto era appena avvertibile. Gli chiese se quel sentiero portava fino al faro.
Lui annuì e intanto la guardava. Di statura media, sottile, la testa incorniciata da una massa di capelli scuri, castani, che portava raccolti in nodo, sulla nuca. Il viso era chiaro, triangolare, illuminato da occhi grandi, color nocciola.
Quegli occhi ora la guardavano, insistenti, la bocca atteggiata ad un leggero sorriso.
"Tu sei l'uomo delle anguille" affermò lei, sicura.
"Mi conosci?" chiese lui, stupito.
"Ti conoscono tutti, qui intorno" rispose lei.
Parlarono a lungo. Lei abitava a Mantova ma era nata da quelle parti. La sua famiglia si era trasferita quando lei era ancora bambina. Ora ci tornava d’estate. Amava quei luoghi, desolati e magnifici. Le piacevano i larghi orizzonti, i canneti sconfinati, le acque placide dei canali.
Lui continuava a guardarla. Un silenzio improvviso li avvolse.
Lei si scosse, raccolse la ricchezza della gonna con una mano: un gesto leggero, femminile.
Disse: "Arrivo fino al mare".
Lui annuì, senza parlare. Poi, mentre lei già si allontanava pedalando lentamente, le gridò: "Ci rivediamo?" Volse un attimo il viso. Sorrideva.
"Si" disse, semplicemente.
Si incontrarono il mattino dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come si fossero dati un appuntamento.
La invitò sul battellino. Lei salì con un balzo leggero, tenendo alta la gonna raccolta nella mano. Sedette a prua, un po' di traverso per guardare avanti e per poterlo guardare, mentre parlavano. Lui stava a poppa, in piedi e manovrava la lunga pertica con l’abilità della lunga consuetudine. La barca scivolava leggera, s'incuneava nei canneti, s'infilava negli stretti canali che sfociavano in piccole valli aperte, poi in canali più larghi dalla placida corrente. Un mondo di brevi lingue di terra, di canneti fruscianti nella leggera brezza del mattino, di acque immobili, specchianti, di vaste lagune. C'erano uccelli, anatre, aironi e folaghe, specialmente folaghe, che s'infilavano rapide nei canneti al loro passaggio. Si chiamava Ester.
Fu un settembre incredibile. Si videro ogni giorno in un'intimità sempre più coinvolgente.
Un giorno la invitò, cucinò per lei. Riso e vongole, anguille ai ferri, cotte sul braciere nel breve spazio che fiancheggiava la chiatta su cui aveva costruito la sua baracca.
Dopo mangiato, avevano passeggiato. Lui aveva cercato la mano di lei e lei gliel'aveva abbandonata mentre un languore dolcissimo le intorpidiva le membra.
Iacopo l'aveva condotta per un sentiero che s'inoltrava in un canneto. Fasci di falaschi tagliati di fresco erano ammucchiati in uno spiazzo.
Si stesero lì, sotto quel cielo chiaro, immobile, nel lieve fruscio delle canne che oscillavano sotto lo scirocco.
Ester partì l'ultimo giorno di settembre, al pomeriggio. Venne in bicicletta, a salutarlo, il mattino, nel luogo dove s'erano visti la prima volta.
Iacopo la guardò a lungo, quasi volesse imprimersi nella mente la grazia di lei. L'avrebbe ricordata così, con la maglietta di filo di cotone azzurro, la lunga gonna a fiori, il sorriso un po' triste di chi sta per partire. L'abbracciò forte, fin quasi a farle male. "Tornerai?", chiese.
"Tornerò" disse lei, "la prossima estate", soggiunse, "a settembre".
Iacopo si buttò sul lavoro. Si impose di non pensare troppo a Ester. Il lavoro l'aiutava, in questo. C'era molto da fare, aggiustare attrezzi, riparare cugol, sostituire cerchi ed inganni. Il tempo passava lentamente. Il pensiero tornava insistente alla dolcezza di Ester.
Venne la fine dell'inverno. Agli ultimi di febbraio, dopo una settimana di nebbia fittissima, improvvisamente un sole chiaro illuminò il delta. Iacopo sentì nell'aria intiepidita dal sole, un sentore di primavera.
Poi venne marzo e vennero le pioggie. La radio diceva che il maltempo aveva colpito tutta l'Italia settentrionale.
L'onda di piena arrivò di notte. Aveva smesso di piovere, c'era la luna. L'acqua crebbe improvvisamente, colmò i canali, invase i canneti.
La furia dell'acqua che più a monte ribolliva, costretta fra gli argini alti, qui si spegneva nella larghezza della foce, nei vasti canneti, nelle numerose bocche che si aprivano sul mare. Tre giorni dopo il livello dell'acqua cominciò a decrescere. Una settimana dopo solo l'opaco lieve strato di argilla secca sui muri di canne che delimitavano i canali, dava il segno di quanto fosse stata alta l'acqua.
Trovò la donna annegata mentre faceva un giro per recuperare una piccola serie di cugol che non aveva fatto in tempo a togliere prima della piena.
Le si era incastrato un polso in una breve forcella che sporgeva da un cespuglio di tamerici, sul bordo di un canale. Sembrava quasi che avesse voluto fermarsi lì, che la mano si fosse attaccata al legno per resistere alla corrente. Dall'acqua sporgeva solo quella mano bianchissima e parte dell'avambraccio. Accostandosi col battellino Iacopo notò che il viso era girato di lato, semicoperto dai capelli scuri, lunghi, che fluttuavano piano nella leggera corrente. Intravvide una camicia chiara, una gonna scura, lunga. Accostò il battellino alla riva, si fece largo fra le canne fino alla tamerice. Con cautela, con un senso di pietà che gli stringeva il cuore, liberò il polso dalla forcella che lo bloccava poi, vincendo l'orrore che la morte porta con sé, prese la donna per le braccia, puntò i piedi calzati dagli alti stivali nel fango della riva e fece forza per tirarla fuori dall'acqua. Il cuore gli diede un balzo. Vide, con stupore incredulo, due anguille scure scivolare rapide da sotto la camicia di lei e sparire in un attimo nella corrente torbida.
Si riprese, aumentò la trazione, la trascinò sulla riva, all'asciutto.
Era una donna giovane. Il viso, pallidissimo, leggermente gonfio per la permanenza in acqua, nell'immobilità della morte aveva una sua composta bellezza. I capelli scuri, lunghi fino alle spalle, contrastavano il pallore del viso triangolare. Le palpebre socchiuse accentuavano l'impressione di una momentanea sospensione della vita, quasi la giovane donna si fosse addormentata lì, sulla riva.
Sedette accanto a lei, aspettando che il tumulto del cuore si calmasse.
Il tempo passava e il giorno volgeva al pomeriggio. Il tiepido sole asciugò il volto e le braccia della donna. La finissima argilla di cui l'acqua era satura, le si seccò sulla pelle, quasi un velo di cipria color ocra chiara.
Vennero i carabinieri di Contarina. Venne il magistrato da Rovigo a dare l’ordine di rimuovere il corpo. Vennero pescatori ed il prete, con un battello, a portarla via. La composero sulla prua pontata. Poi la coprirono con una vecchia vela.
Passarono lentamente i mesi. Venne l’estate.
La notte, quando si coricava, rimaneva sveglio a lungo. Pensava ad Ester, a quando sarebbe tornata.
A volte gli tornava in mente la giovane donna annegata. Ne rivedeva il viso dalla calma bellezza e stranamente le immagini di Ester e della sconosciuta si sovrapponevano.
Aspettava settembre.
Venne, infine, quel mese tanto atteso.
Ma Ester non tornò.
L’uomo delle anguille continuò la sua vita solitaria, nella vastità del delta, nel verde dei canneti, solcando col battellino la calma corrente dei canali. Pescò anguille, a centinaia, a migliaia.
A volte qualcuna, mentre recuperava i cugol, scivolava rapida nell’acqua torbida, verso la libertà. E a lui tornavano in mente le due anguille scure che erano uscite rapide da sotto la camicia di tela chiara di quella giovane donna senza vita che non riusciva a dimenticare.
E dentro di sé aveva la disperata certezza che Ester non sarebbe più tornata.
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Come citare questo articolo
Carlo Nava. “Anguille”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/anguille/