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STORIA - TRADIZIONI

Nomenaje, tiritere e filastroke

Ricordi di momenti spontanei, prima dell’avvento della televisione

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 21 2000 pp. 78–79

Sta, per fortuna, tramontando la moda che ha contagiato i personaggi dello spettacolo, di presentarsi al grande pubblico con pseudonimi, diminutivi, stridenti scontri cacofonici, vocaboli predati dalla lingua inglese, seppellendo quanto di buono, di familiare, e di straordinaria continuità storica, resta contenuto nell'onomastica Italica.

Prima dell'invasione dell'Anglosassone, lingua dei popoli che vinsero la 2ª guerra mondiale imponendo la loro Pax, faceva chic, negli incontri ad alto livello, nei salotti, perfino nelle nunziature apostoliche, destreggiarsi col francese. Lo imparavano da privati maestri i rampolli dell'aristocrazia e dell'alta borghesia, lo insegnavano nelle scuole fino alle soglie degli anni 60 del secolo, ormai, scorso.

Ma per la nostra gente comune non vi è mai stato bisogno di ricorrere a nomi esotici o "foresti"; bastava la fertile fantasia e talvolta qualcosa di peggio, per identificare Tizio o Caio, per distinguere intere famiglie, affibbiando ai parenti (in segreto), agli amici (cameratescamente), ai conoscenti (alla papale), nomignoli di ogni sorta, le "Nomenaje". Per riconoscerli subito nel discorso con terzi, per vezzeggiarli, per sbeffeggiarli e deriderli, per recare offesa prima ancora del contatto, o al contrario per ingraziarseli quando non per adularli.

Riporto alcuni esempi che mi hanno toccato ma che potrebbero essere di ciascuno: "Gioani sioron (riccone), Berto fin (educato ed elegante), la Mafalda koga (cuoca), la Gnese tete d'oro (senza commento), Oreste pantalon (babbeo), Lucia la diva (bellissima), la Marisa galeto (caratterino)". E scendendo col cattivo gusto nello stagno della cattiveria: "El zoto, el gobo, la ludra (immorale), el monko, la kulo baso, el stropolo (piccolo come un tappo), tripon, la morte imbriaga (cérea e magra), el vesko (bigotto) el basamedaje, la portareferte (pettegola)".

Ma io sono rimasto affezionato ai nomignoli dei tanti compagni di giochi infantili, sarà perché li accompagnavamo con piccole rime, sarà perché viene difficile scordare i primi affetti fuori di casa; alcuni li vedo tuttora, ed insieme andiamo con struggimento (senza confessarcelo) ai tempi della scuola elementare, altri si sono persi per il mondo, qualcuno è passato di "Là". Ma tutti, indistintamente, rimangono parte del mio essere, e, annullando il tempo, li rivedo col grembiule nero, il colletto inamidato bianco, il fiocco celeste pendulo, e li chiamo come chiamerei il babbo o la mamma se ancora fossero in vita:

Paolo =
Paolo sgnaolo
dove xe el to gatin
soto la tola kel mena el koin;
se verze el kaseto,
skapa el sorzeto.

Antonio =
Toni bigoni,
la vaka de Toni ga fato
el vedelo
sì k’el xe belo,
me piase anka mi.

Mario =
Mario cajo
tira le tete
e fa el formajo.

Pietro =
Piero ferriero
el bate el gumiero
el bate la zapa
Piero zavata.

Rino =
Rino carino
xe ndà in tel foso
Rino rana-rosco.

Francesco =
Keko beko
pianta l’ajo,
fiorirà el mese
de majo.

Domenico =
Menego e la Menega
Toni e la so femena
me opà e me mama
e mi ka fa sète.

Teresa =
Taresina iskarpelà
de matina xe ndà al markà
e tri oki la ga crompà.

Valentino =
El xe on afare da gnente
disèa Valente;
e no xe on afar serio
disèa Valerio.

Carla =
Mal de panza ga Carlota
par i campi skapa via
kore drio la so ombria.

A casa portavo queste tiritere e le piccole avventure di ogni giorno di scuola. Papà era divenuto il mio primo confidente, era tanto paziente da imparare il nome storpiato di ogni mio compagno (famiglie da lui conosciutissime); scambiavo le mie con le esperienze della sua fanciullezza. Su quel suo dorato momento, lo svolgersi della Grande Guerra aveva steso un velo di tragedia e di esaltazione: mi parlava delle bandierine tricolori fabbricate a casa con stoffa di scarto, con le quali, maestra in testa, accolsero alla stazione i soldati vittoriosi che tornavano dal fronte.

In quei giorni beati della fanciullezza, stanco per il gran giocare, trovavo dolce conforto la sera presso la mamma.

Ringrazio l’assenza della televisione che mi permise di sostituirla con meravigliose letture, e mentre le palpebre si facevano pesanti, la mamma, con voce decisa ma pur sempre carezzevole, mi accompagnava in camera recitando una tiritera che porterò fino alla tomba:

“Din don, le campane de Bulon
le sonava dì e note
le butava zò le porte
e le porte le gera de fero
volta la karta ghe xe on kapelo
’sto kapelo el tien la piova,
volta la karta ghe xe na rosa,
e ’sta rosa la sa da bon,
volta la karta ghe xe on limon,
’sto limon xe massa fato
volta la carta ghe xe on mato,
e ’sto mato core via
volta la karta la xe finìa…

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Nomenaje, tiritere e filastroke”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/nomenaje-tiritere-e-filastroke/

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