Da tre anni esiste a Bressane una realtà che ha sconvolto la vita di questa piccola frazione di Castelguglielmo addossata alle rive del Canalbianco. Una realtà straordinaria nata nel vecchio edificio scolastico, ormai inutilizzato per il trasferimento nel plesso del capoluogo dei pochi alunni rimasti.
Nel 1996 il fabbricato è stato recuperato e completamente adattato per accogliere una parte degli ospiti dell'ospedale psichiatrico di Rovigo, dismesso nel 1997. Per i 231 pazienti del Dipartimento di salute mentale, i Distretti dell'Azienda Ulss 18 proponevano esperienze nuove in strutture protette, una vera rivoluzione nel sistema di cura e di assistenza per queste persone, certamente una sfida coraggiosa accolta con entusiasmo anche dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni di volontariato.
L'edificio di Bressane poteva ospitare una ventina di questi pazienti e pertanto qui è stata costituita una comunità residenziale. Per la gestione della parte alberghiera si occupa la Cooperativa sociale Nike Kai Dike, mentre la parte sanitaria è affidata ad un gruppo di operatori (sette infermieri della struttura manicomiale e sei infermiere prese dalle graduatorie di mobilità) che hanno aggiunto alla loro professionalità la volontà di credere in questo progetto.
I pazienti sono arrivati a Bressane a gruppi di tre-quattro per volta, portandosi appresso le loro cose personali; qualcuno anche l'ultimo affetto sopravvissuto a venti trent'anni di ospedale psichiatrico: un cane o un gatto, le canne da pesca, attrezzi di lavoro. L'arrivo di queste persone e del personale ha trasformato quelle aule, ormai vuote, in stanze arredate, in sale d'incontro, in camere, dove i nuovi arrivati hanno potuto riporre le loro cose, riorganizzare gli spazi e gli affetti, riacquistare quella capacità di comunicare, di esternare necessità e bisogni.
La vecchia scuola non ha più i piccoli alunni a seguire lezioni e programmi scolastici, ma si è trasformata in una comunità protetta dove vengono riaccesi processi di apprendimento e maturazione bloccati dal tempo, dalla malattia, dalla lunga istituzionalizzazione. Ben presto la comunità è diventata "casa" in spazi accoglienti e pensati per socializzare, per passeggiare all'aperto; spazi che gli ospiti hanno dapprima esplorato, appropriandosi poi pian piano di tutto l'ambiente sia interno che esterno, come la strada, il bar, la chiesa, uscendo da un isolamento difficile e recuperando quella dimensione di quotidianità che è prima di tutto inserimento sociale.
Per questo processo di integrazione, che non è stato né breve né facile, hanno contribuito dapprima gli operatori sanitari e le associazioni di volontariato ma anche tutto il paese, che ha partecipato con disponibilità e comprensione alle iniziative promosse per gli ospiti, accorrendo attorno al grande camino costruito nel cortile per le feste sull'aia, partecipando alle mostre dei loro lavori o alla messa di Natale celebrata attorno al loro presepio: eventi di festa che hanno scandito momento di gioia e suscitato l'interesse di questa comunità come pure il carnevale e le altre manifestazioni paesane che si susseguono nel corso dell'anno.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Una comunità nella vecchia scuola”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-comunita-nella-vecchia-scuola/