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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Apicoltura, un dolce hobby

Con un apicoltore polesano, alla scoperta del complesso mondo delle api

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 22 2001 pp. 152–157

Inverno, tempo di raffreddori e malanni alle vie respiratorie, il cui superamento, come ci insegna la tradizione, è agevolato dall'uso del miele. È questo uno dei tanti benefici assicurati dal dolce prodotto fornitoci dalle api, insetti tanto preziosi quanto poco conosciuti.

Devo confessare che il mio avvicinamento al mondo dell'apicoltura è stato occasionale, giacché non avevo mai avuto un buon rapporto con le api. Trascorsa la mia infanzia in ambiente agreste, di insetti ne ho visti molti, ma non ricordo perché abbiano lasciato nel mio inconscio un'istintiva avversione per tutte le specie in genere, tranne farfalle e lucciole, che amavo inseguire deliziandomi di stupore. Forse disturbai inavvertitamente lo spazio di api o vespe, al punto da far scattare le loro difese con la conseguenza di ritrovarmi brucianti gonfiori e di rifuggire con terrore questi insetti.

Conosciutane più tardi la differenza e compreso il sacrificio operoso delle api, provo ora per queste creature quasi un religioso rispetto. Il mondo delle api, infatti, non può che stupire per l'organizzazione da sempre perfetta nei tempi e nei modi allo scopo di produrre la deliziosa sostanza che è il miele, unitamente all'utilissima cera. Questi insetti, inconsapevolmente artefici di prodotti preziosissimi all'uomo, si rivelano straordinari mediatori cogliendo sapientemente quanto di più buono c'è in natura: il sapore dei fiori. Non tutti i fiori, però, influiscono sulla qualità, e quindi sulla bontà del miele, fattore commercialmente importante. Infatti, le specie di piante visitate dalle api, da cui trarre ottimo miele, sono: il timo e il rosmarino, il tiglio, l'arancio e la robinia. Quel nettare, tanto decantato cibo degli dei, trasformato in speciale alimento per gli uomini, assume caratteristiche diverse a seconda della sua provenienza, per cui si può gustare il miele di prato, di bosco, di brughiera, di monte, di acacia. Qui in Polesine prevale quello di prato, di acacia e di bosco, ma c'è chi dal Polesine porta i suoi alveari anche sui Colli Euganei nella stagione della fioritura.

A stimolare la mia curiosità sul modo di lavorare delle api e su come si ottiene la dolce sostanza è stato l'incontro con un pensionato di Grignano Polesine, il sig. Gianfranco Mancini, che ha ereditato dal padre l'hobby dell'apicoltura, ormai divenuta una tradizione familiare, avendolo già trasmesso anche ai figli Massimo ed Enzo.

L'inizio di questa interessante attività si intreccia con una data di triste riferimento per il Polesine: il 1951. Con l'immane tragedia dell'alluvione i sette o otto alveari del padre, che concorrevano al sostentamento della famiglia, furono spazzati via dalle acque furiose. Ricostruitosi un nuovo "grappolo" (così viene chiamato nel linguaggio contadino lo sciame d'api), potè dare nuovamente origine alla straordinaria avventura del miele, che il sig. Mancini conosce perfettamente e che mi ha raccontato con entusiasmo come una storia meravigliosa.

L’“avventura” inizia in primavera, precisamente a maggio, quando la vecchia regina lascia l'alveare e con una parte di api adulte, si ferma nel luogo ritenuto più adatto per formare un nuovo favo, che sarà di varie dimensioni a seconda del luogo: un ramo di albero o di siepe o perfino nei pertugi delle finestre o delle case. A conferma che le api si fermano ovunque, egli ha ricordato un curioso episodio. Una signora, nell'uscire da un negozio di una piazza centrale di Rovigo, sorpresa e terrorizzata insieme, si trovò il cestino della bicicletta occupato da uno sciame d'api. La polizia si rivolse proprio al sig. Mancini affinché liberasse il cestino dall'ingombro indesiderato.

Ma, seguendo il viaggio della vecchia regina, veniamo a sapere che lo sciame potrebbe essersi fermato nel raggio di 20 o 30 metri, secondo il vento, e che deve essere prelevato entro la giornata e immesso nell'alveare che l'apicoltore porta con sé e di solito lascia nel luogo del ritrovamento dello sciame. Per il suo recupero taglia il ramo della pianta, se è sottile, oppure lo scuote. In primavera il sig. Mancini percorre un ampio giro per individuare il luogo della vecchia regina, ed è così che egli ha aumentato i suoi alveari ogni anno fino a possederne oggi una cinquantina, che tiene nelle varie località, aperte e soleggiate, oltre a Grignano Polesine, ad Arquà Polesine e a Canaro.

Nell'alveare, (o arnia), a decidere di dare vita a una nuova regina sono le stesse api nutrici, le quali per tre giorni forniscono a tutte le larve la pappa reale, sostanza gelatinosa elaborata da speciali ghiandole sopracerebrali; poi, il particolare alimento viene riservato alle sole larve di regina, mentre le altre sono nutrite con miele e polline immagazzinato nelle celle del favo, le cui scorte servono a nutrire d'inverno l'intera colonia. La cella contenente le uova di regina viene prolungata e dopo 18 giorni nasce la larva, mentre dopo 22 giorni quelle delle api. All'inizio per ogni alveare nascono due o tre regine, che si selezionano lottando tra loro fino alla morte delle più deboli.

Diventa ape regina la più forte, la migliore, la quale avrà una longevità fino a quattro o cinque anni, mentre le api vivono 40-50 giorni. Le regine si distinguono perché sono grosse il doppio delle api, le quali affollano numerosissime l'alveare fino a 30-40 mila; negli alveari più grossi possono raggiungere il numero di 50-60 mila unità.

Nell'alveare nascono anche i maschi, i fuchi, di cui non si conosce l'esatto numero, che varia da alveare ad alveare. Sono insetti tranquilli, pelosi, tozzi, più piccoli della regina e più grandi delle api operaie, mancano di pungiglione e la loro lingua è così corta che non possono sorbire il nettare, sicché vengono nutriti dalle operaie stesse. La giovane regina, pronta per il cosiddetto viaggio nuziale, che viene compiuto in un raggio di 7-8 km, si allontana dall'alveare accompagnata dai fuchi. Avvenuta la fecondazione, essa ritorna all'alveare con i fuchi. Da qui, compiuta la loro funzione, ormai inutili e non tollerati, essi sono scacciati o, se insistono a rimanervi, uccisi dalle api stesse.

Su uno strato di cera da febbraio a ottobre, (dipende dalla mitezza della stagione), la regina depone tante uova quanto è il suo peso, ossia 2-3000 uova al giorno, ma il numero dipende dalla fioritura e dallo spazio interno all'alveare. Mentre le api giovanissime nutrono le larve, le operaie adulte di 15-20 giorni, dette bottinatrici, volano a raccogliere nettare, polline, acqua, propoli, che è una resina tratta dalle piante e utilizzata dalle api stesse come sigillante di fessure delle proprie arnie.

Le arnie generalmente sono tutte di uguali dimensioni nel territorio nazionale; solo in Friuli si possono trovare altre forme. Esse sono colorate per favorire l'orientamento delle api, nonostante che per tale funzione sia determinante piuttosto il particolare odore che ogni sciame possiede e la posizione dell'arnia stessa. Queste hanno una doppia sezione: in quella inferiore si trova il nido dove vengono deposte le uova, nascono e crescono le larve e si producono cera e miele, che però non vengono estratti. Nella parte superiore l'apicoltore inserisce in apposite scanalature 8-10 telai in misura standard, contenenti i fondamentali fogli cerei sui quali è impresso lo stampo delle celle, come le api le costruirebbero, e sui quali le api si danno un gran da fare per prolungare le celle stesse e ispessirle con cera e miele. Quando il favo è colmo, lo spessore è tale da far passare appena le api tra i telai. Anche le api producono un foglio di cera, ma al momento dell'estrazione del miele esso può rompersi con la conseguente perdita del prezioso prodotto e quindi viene trascurato dagli apicoltori.

E' sorprendente apprendere quanto siano molteplici i compiti delle api. Oltre a quelli già descritti, esse, infatti, devono sorvegliare e difendere l'alveare, riscaldare la covata e ventilare le celle battendo le ali all'entrata dell'alveare.

Il processo di formazione del miele avviene nell'apparato digerente delle api dove il nettare, mescolandosi alla saliva, diventa miele. Questo viene rigurgitato nelle celle che appena piene vengono chiuse con uno straterello di cera, l'opercolo. All'estrazione ogni alveare fornisce circa 15-20 kg. di miele, e poiché le api si nutrono di questo alimento, è cura dell'apicoltore lasciarne anche per loro. Tanto è importante il prezioso cibo che accade che vengano depredati certi alveari, indeboliti magari per la morte della regina, uscita per un breve giro che compie due volte l'anno e catturata da qualche uccello. Allora, subito le api si accingono a nutrire le larve di regina nate dalle uova già deposte ma, essendo l'intervallo di tempo per la nuova regina di circa 40 giorni, l'alveare è esposto al pericolo delle api saccheggiatrici. Un apiario può essere danneggiato anche dal parassita dell'"avarola", che nasce insieme alle larve delle api compromettendone una sana crescita. E' una malattia molto contagiosa che viene trattata con l'acido formico, sostanza contenuta tra l'altro nel miele stesso.

La tecnica apistica richiede esattezza e tempestività nell'esecuzione delle varie operazioni. Nella periodica raccolta del miele, che avviene due volte all'anno, (fine giugno e fine agosto), il sig. Mancini, nell'aprire l'arnia sigillata, per difendersi indossa guanti di cuoio, un copricapo con una maschera retinata e usa un fumaiolo per smorzare l'aggressività delle api operaie. Ritirati i favi pieni di miele, con una morbida spazzola stacca le api dal favo, quindi con un coltello disopercolatore apre le celle e stacca il miele, che viene posto in una smielatrice, un recipiente di acciaio con un cestello ad incastri dove porre i favi. Un tempo il cestello ruotava con una manovella, oggi con motore elettrico, che fa centrifugare i telai a graduale velocità. Attraverso un bocchettone il miele scende in un recipiente di ferro o di plastica della capienza di una decina di litri e viene versato in un maturatore, ossia un altro recipiente in acciaio inossidabile più grande, la cui capacità può variare da 50 fino a 500 litri nelle aziende a produzione industriale.

Il nostro apicoltore produce per uso familiare una modesta quantità di due quintali di miele all'anno. Nel maturatore il biondo miele rimane a fermentare per 10-15 giorni finché l'acqua è evaporata e si è formato sulla superficie uno strato di cera; da qui esso viene messo in barattoli di metallo smaltato e sigillati con una cerniera. Trascorso un mese il delizioso alimento è pronto per la consumazione.

La cera che rimane nel telaio viene sciolta esponendola al sole dentro allo "sceratore", una cassetta di legno o di lamiera con la base in vetro. La cera, ottima anche per i mobili, viene inviata dal sig. Mancini ad una ditta di Cesena per la produzione di fogli cerei. E' compito dell'ULS, a cui per legge viene notificato il numero degli apiari, sovrintendere al controllo sulla qualità ed igienicità del prodotto. Riguardo al colore, il miele di prima produzione è biondo; a fine agosto, invece, è di colore scuro perché le api, trovando meno fiori, succhiano dalle foglie delle piante una sostanza gelatinosa prodotta dagli afidi. Questo miele, detto "melata", è particolarmente energetico e richiesto dagli sportivi.

L'incontro con il sig, Gianfranco Mancini ha rappresentato una miniera di informazioni su un mondo oggi a molti sconosciuto, ma non agli antichi, che possedevano del miele un'ampia cultura, come testimoniano i dotti studi pervenutici. Così sappiamo che i Romani degustavano vino con miele prima di ogni pranzo, che Giulio Igino, liberto di Augusto, scrisse il trattato "De apibus", rivaleggiando con Varrone, e che il massimo poeta latino, Virgilio, dedicò il quarto libro della "Georgica" alle api, celebrando col soccorso di Apollo, il "dono dell'aereo miele". Ciò fa riflettere. In tempi come gli attuali in cui si aborriscono cibi transgenici o avversi alla tradizione della natura, sulla scia della saggezza degli antichi, si dovrebbe ritrovare la strada degli alimenti genuini che, come il miele, l'uomo non potrebbe in nessun modo alterare. Lo sa bene il sig. Mancini che con il suo hobby trae i segreti dalla natura, affidando ad essa la salute della sua famiglia operosa, come le straordinarie api insegnano ad essere.

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Francesca Magon. “Apicoltura, un dolce hobby”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/apicoltura-un-dolce-hobby/

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