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UN RICORDO

Solidarietà

Per mesi dividemmo il cibo, l’alloggio ed il calore di un tetto

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 88–90

L’ultimo infausto evento che colpì le nostre genti, al punto da costringerle alla diaspora, fu l'alluvione del '51, meglio ricordata come La Rotta di Occhiobello.

Ero tanto piccolo da aver bisogno del "Karegon" per arrivare a tavola coi grandi, ma già dotato di robusta memoria, tanto da ricordare perfettamente i tempi, le parole e le gesta di coloro che ne furono loro malgrado protagonisti.

Le acque devastatrici non lambirono il territorio di Badia, però percepivamo l’avvicinarsi della tragedia per istinto, come fanno gli uccelli all'approssimarsi della tempesta.

Un insolito andare e venire di carriaggi, molti ancora trainati da animali, un rincorrersi di notizie contraddittorie, sussurrate per non spaventare noi piccoli, un rinvenire alla memoria (subito tradotta in racconto), delle altre innumerevoli rotte, talmente tante da aver segnato le nostre popolazioni fino all'anima, etichettandole con l'epiteto di "alluvionati".

"Ve rekordèo la rota de l'Adese de l’82?" Erano ancora vivi i vecchi che avevano patito le conseguenze di quel flagello, e citavano l'arrivo a Badia di Sua Maestà Umberto I, giunto a confortare gli sfollati. "E koela de Bergantin, … la xe vegnù prima, i dixe che i xe restà tri misi soto akoa!"

Ma c'erano anche i confronti: "Dal fogo se pole salvarse, … basta tirarse in là … ma da l'akoa come xe ca se fa?"

Viveva nei pressi di casa mia la famiglia di un mugnaio, mestiere allora comune. Con un carretto trainato dal mulo, costui passava di casa in casa a vendere la crusca e il "farinazo" per gli animali, la farina "fiore" per fare i dolci e quella gialla per la polenta e altri prodotti molitori.

Dopo 50 anni ho ancora negli orecchi il cigolio dei mozzi delle grandi ruote del carretto. Carreggiò tutta la notte precedente all'alluvione portando sugli argini dell'Adigetto (alture ritenute sufficientemente sicure) tutta la provvista di farina e grano che teneva nel magazzino. "Cìo … cìo … cìo cìo … struch … struch" i rumori sinistri nella notte del carretto caracollante, "ari mulo … ari" l'incitamento al mulo e le sferzate per fargli vincere la salita, e le "rasìe" d'accompagnamento.

Sua figlia giovincella, amica per la pelle di mia cugina che con me abitava (le famiglie erano composte da più coppie di fratelli sposati) si precipitò il mattino dopo in "portego" (entrata) e, presa per mano mia cugina, la trascinò fuori sull'aia. Era giunta la tremenda nuova dello squarcio degli argini del Po a Occhiobello, "Vieni, vieni kara, … almanko ka se salvemo noantre ka semo zovane, … vieni, l'akoa xe drio rivare par la strada de Ramodepalo ".

Vedendomi ammutolito con gli occhi sgranati, il nonno mi chiamò a sé: "Vieni kon mi, … no sta a skoltarle … no le sa gnente, … vieni ka ndemo a vedare". Lui davanti, una figura mirabile di venerando aspetto, ed io saltellante al seguito, dietro le sue mani incrociate a tergo. Andammo fino al fondo dei campi dove il fossato che raccoglieva le acque piovane nonché le risorgive dell'Adigetto si ampliava a divenire minaccioso. Si chinò, controllò il livello e poi sentenziò: "No ghe xe gnente de novo, l'akoa xe ancora ferma!".

Lo capii anni dopo, il nonno faceva affidamento sul fatto che l'acqua tende all'orizzontalità, e quindi se il fossato in comunicazione col Valdentro non si era mosso di livello, voleva dire che l'alluvione non ci toccava. "L'akoa la va a le basse … " lo si usa ancora, anche per definire le meschinità cui giunge il genere umano.

Due giorni dopo in piena emergenza, papà mi caricò sul palo della bicicletta per condurmi a Canda. Sembrava un pellegrinaggio senza fine, passammo il ponte presidiato dai militari in armi, e lo spettacolo che ci accolse fu lacrimevole.

Stazionavano sugli argini intere famiglie, raccolte attorno ai carri agricoli tutti di legno, con sopra le poche cose che avevano potuto salvare nella fuga. Legate sulle banche erbose pascolavano le mucche con accanto i vitelli, tutto il loro capitale, la ricchezza mobile di un popolo che si preparava ad andare disperso. Una catenella tratteneva una grossa scrofa e all'intorno una dozzina di maialini che grugnivano affamati.

Ricordo la compostezza dei volti femminili, il loro muto dolore, l'estrema dignità degli uomini che non chiedevano nulla; ricordo una immagine di S. Antonio saltata fuori chissà da dove, eretta su di un carro ed all'intorno una piccola folla di donne e bambini che recitavano un improvvisato rosario.

Giù dall'argine del Canalbianco una distesa d'acqua paurosa, non riuscivo a capacitarmi di tanta vastità. Dal grande lago spuntavano i tetti delle modestissime abitazioni e le chiome degli alberi. Compimmo il periplo, attraversammo il ponte di Castelguglielmo, negli occhi l'acqua scura che trascinava lentamente interi pagliai, fascine, tronchi e tanti polli annegati, con la testa reclinata verso un fondo senza fine; l'ultima a svanire fu l'immagine di uno stormo d'anitre: in tanta desolazione erano le sole che si dimostravano a loro perfetto agio; becchettavano nuotando giulive attorno ai coppi di un casolare allagato.

In quei giorni di disperazione ospitammo per mesi certi nostri parenti di Bagnolo Po, erano molto anziani e bisognosi di conforti.

Mamma con la gravità di un'istitutrice mi ammaestrò: "Kade ke el to leto ghe lo demo ai noni luvionà, … anka San Martin ga fato kusita, el ga dà el so labaro al poareto, k'el tremava dal fredo".

Fu improvvisato un letto matrimoniale unendo il mio lettino con quello di mia cugina, io fui felice di finire in quello grande di mamma, e ai due vecchi fu riservata la stanza migliore.

Si parla a sproposito adesso di solidarietà, ci si gira attorno, ci si specula facendone orrendo mercato. Dividemmo per mesi il cibo, l'alloggio ed il calore di un tetto comune con quella gente, … noi come moltissimi altri che fecero anche di più, ci sentivamo compresi di un compito doveroso da svolgere con il cuore in mano.

Eppure non conoscevamo nemmeno il significato della parola solidarietà.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Solidarietà”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/solidarieta/

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