Giusto cent’anni fa, a novembre inoltrato, quando le giornate si accorciano, nonno Menego che faceva il vivaista, assieme al fido compagno Nane, aveva preparato un carico di piante da frutta, qualche altra da ornamento, moltissime viti, e un buon numero di “Oppi e spinari” per la piantumazione di fitte siepi, le recinzioni ecologiche di un tempo.
Tutti questi prodotti furono caricati sul carro a due ruote cerchiate in ferro, per esporli l’indomani al mercato settimanale di Ferrara.
Bisognava partire di buonora da Salvaterra in quanto le strade ghiaiate, ma non tutte, erano spesso impraticabili; lungo il viaggio ci si doveva arrangiare, e a tirare il carretto non c’era una macchina ma un animale.
Alla fiera di Verona, l’anno precedente, il nonno aveva acquistato un cavallo morello di razza indefinibile, bizzarro, dal passo veloce, forte assai. Un cavallo allenato copre 12-15 Km. l’ora al passo; per arrivare a Ferrara all’apertura del mercato mattutino bisognava partire da Badia alle quattro.
Quella mattina di un secolo fa, come altre volte, alle tre il nonno era già nella stalla per governare il cavallo, dargli una razione abbondante di biada, farlo bere e poi provvedere alla bardatura: la briglia col morso infilata delicatamente parlandogli nelle orecchie, il sellone sulla schiena su cui avrebbe poggiato la cinghia portastanghe del carretto, il grosso collare di cuoio e legno imbottito e foderato su cui andavano agganciati i tiranti (i corrispettivi dell’albero di trasmissione delle macchine), la cinghia sottopancia, il sottocoda, infine le redini partenti dal morso via via attraverso i passanti, fino alla presa manuale.
Il gallo nell’adiacente pollaio, svegliatosi per il trambusto, si mise a cantare a squarciagola, ma fu subitaneamente zittito dalla nonna: “Taxi Krohano… a xe onkora note!”.
Poi con quel pudore dei sentimenti che solo la gente di un tempo possedeva, accompagnò il nonno al cancello facendo luce con la lanterna a petrolio,… gli passò il cappello, gli posò sulle spalle il tabarro dicendogli: “Riguardate dal perikolo…”. La risposta fu un indefinito grugnito di gradimento.
Con loro nonno Menego e Nane, portavano l’immancabile fiasco impagliato di vino, la sacchetta di tela col pane biscotto, formaggio, salame e quattro pomi “kampanini” piccoli, rossi e duri ma gustosissimi di cui oramai si è persa la qualità.
Strada facendo il nonno andava ammaestrando Nane sui pericoli derivanti dai briganti che infestavano la zona.
Vedendo Nane sbiancare in volto lo rincuorò: “Ti taxi sempre! E stame arente,… sa dovesse capitare te vedarè ka se la kavaremo…”.
Passarono Bagnolo, passarono Runzi non senza recitare la filastrocca; “Ki no ga visto Runzi e Zelo, no ga visto gnente de belo…” passarono Stienta, passarono il ponte di Santa Maria ed infine entrarono a Ferrara a quei tempi limitata entro le mura storiche, e si meravigliavano vedendo tanta gente con zappe e altri arnesi in spalla uscire a frotte per recarsi al lavoro sui campi del circondario. (Tutto il contrario di adesso che la gente si accalca nelle città all’assalto di fabbriche e uffici.)
Trascorsa la mattinata contrattando la merce, verso mezzodì accorgendosi di avere svuotato il carretto, nonno Menego, vecchia volpe, raccolse con sè i danari sonanti (mica c’erano gli assegni o le carte di credito, la gente voleva essere pagata col metallo, della carta non si fidava) e andò a nasconderli nell’imbottitura del collare di Negus. Questo era il nome del cavallo morello, perché era nato nel 1896 quando l'Italia fu umiliata ad Adua dal Negus Menelik, che come tutti sanno era l’imperatore d’Abissinia… nero.
Rifocillatisi con le razioni portate da casa, terminarono il francescano pasto con un pezzo di “brazadela” che la nonna aveva infilato nel tascone viscerale a Nane, impegnato con le redini visto che nonno Menego si era appisolato.
Il ferro delle ruote schiacciava i sassi e dalle narici di Negus uscivano due sbuffi da drago, quando giunsero alla Zampine, in quel di Stienta, luogo tristemente famoso per i briganti che strappavano le unghie ai malcapitati.
E poi si verificò quanto temuto: vennero bloccati da tre loschi figuri sbucati da dietro una siepe. Uno di loro si attaccò al morso impedendo al cavallo ogni movimento, gli altri due puntarono al collo dei nostri una forca a due branchi e un’orrida roncola. “Par karità la vita… a go koatro fioi pikoli…”. Così si espresse fintamente terrorizzato il nonno. Intanto valutata la loro mancanza di armi da fuoco a denti chiusi sussurrò a Nane: “Tiente pronto!”.
“Fora i sold… fora la bursa…” urlavano quei demoni nella loro cadenza ferrarese; non erano infatti riusciti a scovare niente nel cassetto del carro. Conoscendo bene il loro “mestiere” erano sicuri che i denari dovevano averli addosso i viandanti, ben sapendo che tornavano dal mercato.
Mentre si frugava addosso per prendere tempo, nono Menego ebbe un lampo di genio; si slacciò i pantaloni e li calò di botto davanti ai malandrini esclamando: “Koeste le xe le borse ka posso darve…”.
Colti di sorpresa, quegli assassini da strada, pur rotti a tutte le malefatte, ebbero un attimo di sbandamento che fu loro fatale.
“Dai Naneee…” urlava il nonno; il giovane compagno spinto dal coraggio della paura, afferrò la frusta, e dopo aver disegnato in aria una doppia esse, schioccò un secco colpo, più che una fucilata.
Negus, il cavallo, si impennò nitrendo vigorosamente, scaraventando nel fosso col suo movimento improvviso, il gaglioffo che lo teneva stretto alla briglia, e facendo rotolare all’indietro gli altri due saliti sul carretto.
Partirono al galoppo e nella corsa sfrenata persero il cappello, il tabarro e la scorta di biada per Negus, ma salvarono la pelle ed il malloppo.
Non si fermarono che alla stazione dei carabinieri di Castelguglielmo per sporgere denuncia, una carta che si sovrappose alle altre.
A casa giunsero col buio fitto. Nonna li aspettava con la cena pronta, ma si accorse subito che qualcosa era accaduto: li vide scarmigliati, accesi e senza cappello, che per un uomo di allora era peggio che essere senza mutande.
Nonno Menego la tranquillizzò con due battute che non ammettevano repliche: “Te kontarò… A Ferrara ghe gera un kaldo rabioso… e po’ se ga levà on vento ke’l ne ga fato xolar via el capelo…”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Assalto al carro”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/assalto-al-carro/