Pubblicità

ATTUALITÀ - INIZIATIVE SOCIALI E CULTURALI

Verdura certificata

Nuovi traguardi nella produzione e commercializzazione raggiunti a Lusia da un gruppo di orticoltori

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 160–163

L’insalata nel ripiano del supermercato si presenta bene: l’acquirente, munito di apposito guanto di plastica, provvede a infilare alcuni cespi nell’apposito sacchetto e si sta avviando verso la bilancia prezzatrice quando lo assale un dubbio: sarà un alimento sano? Dove è stato prodotto e quali trattamenti ha subito? Per fortuna nella zona degli ortaggi del supermercato è stato installato un computer con l’indicazione di interrogarlo: una scheda dettagliata traccia la storia completa del prodotto, evidenziando le procedure messe in atto per assicurarne le buone qualità alimentari.

Fantascienza? No realtà, in avanzata fase di sperimentazione, basata su un progetto avviato proprio in Polesine: a Lusia, la “capitale degli orti” come da tempo è stato definito il paese presso la riva destra dell’Adige, caratterizzato da una rilevante produzione orticola.

Questo della “tracciabilità” del prodotto, ovvero della documentazione puntuale di tutte le fasi della filiera produttiva, è un obiettivo da qualche anno perseguito con tenacia da un gruppo di 14 orticoltori, 9 dei quali hanno già ottenuto la certificazione di qualità ISO 9002 che garantisce la sicurezza igienico sanitaria del prodotto lungo tutto il processo dalla semina alla commercializzazione finale.

Di questo importante traguardo e delle caratteristiche della nuova orticoltura che ha messo radici a Lusia ci parla Renato Maggiolo, che funge da coordinatore del gruppo dei 14. Un impegno a 360 gradi, sfociato nell’individuazione di una nuova formula anche sotto il profilo amministrativo, che identifica il gruppo di Lusia come “federato” alla cooperativa A.O.M.T. San Bovo di Treviso, permettendo di raggiungere vari obiettivi: quello della snellezza e della flessibilità del gruppo che non ha bisogno di una apposita struttura con costosi uffici in loco, avendo come unico riferimento il proprio coordinatore; quello della tutela amministrativa e legale assicurata dalla cooperativa trevigiana con cui il gruppo si è federato; quello di poter muoversi direttamente come gruppo avviando iniziative di commercializzazione con i supermercati, tra cui spicca il marchio Coop.

Con questo sistema il gruppo di Lusia nel 2001 ha commercializzato 25 mila quintali di ortaggi per un fatturato di 4 miliardi di lire (oltre 2 milioni di euro).

L’obiettivo, perseguito con tenacia fin dal primo avvio nel 1995, – ci chiarisce il coordinatore Renato Maggiolo – è stato quello di muoversi su due fronti: migliorare i sistemi produttivi e snellire le procedure di commercializzazione. In entrambi i settori sono stati ottenuti risultati di rilievo, tanto da divenire modello per altri raggruppamenti di poduttori di Chioggia, del Cavallino (VE) e S. Donà di Piave che, seguendo la pista del gruppo polesano, si sono federati alla cooperativa trevigiana.

Molta la strada percorsa dal gruppo di Lusia. Bisognava innanzitutto raggiungere una omogeneità nei sistemi di produzione e confezionamento delle verdure da commercializzare. Il primo passo sostenuto dai 14 produttori è stato pertanto quello di dotarsi degli stessi macchinari e sistemi di lavorazione del prodotto improntati alla massima igienicità, compresi gli interventi di lavaggio rigorosamente con acqua di acquedotto e la conservazione in celle refrigerate, il tutto per giungere ad una proposta di commercializzazione collettiva.

Nel contempo si è puntato sulla salubrità del prodotto, sposando tecniche colturali avanzate, attente a salvaguardare il valore organolettico degli ortaggi e riducendo al minimo gli interventi antiparassitari, grazie all’introduzione di momenti di lotta biologica. La tecnica della difesa integrata permette al gruppo di Lusia di garantire che i residui tossici sono inferiori di ben 30 volte rispetto a quanto ammesso dalla legge. Gli insetti per la lotta biologica sono forniti dalla ditta Biolab di Cesena e vanno dalla crisoperla carnea per eliminire gli afidi, all’orius laevigatus per combattere i tripidi.

Ma altrettanto importante – ci informa Renato Maggiolo – è la preparazione del terreno prima della semina: si procede con concimazioni organiche a base di stallatico, integrato da ammendanti, forniti dalla Biofer, consistenti in un compost ottenuto da residui vegetali, miscelato con l’ “umido” di derivazione domestica. Si procede poi alla “baulatura” del terreno, si portano cioè ad un livello superiore le parti da coltivare, evitando così ristagni di umidità e quindi l’attecchimento di spore fungine. L’irrigazione è ottimizzata utilizzando il sistema “a goccia”, che evita dispersioni del bene acqua e dannosi ristagni. Questa tecnica permette inoltre di filtrare l’acqua, migliorandone la qualità e, quando è necessario, di sciogliere in essa piccole dosi di fertilizzanti chimici. In tutti i processi gli orticoltori sono seguiti da tecnici esperti, con funzione sia di indirizzo che di controllo affinchè vengano scrupolosamente seguite le normative sottoscritte.

I produttori, in base alle procedure ISO 9002, devono documentare, tramite la compilazione di apposite schede, tutti gli interventi, dal momento della preparazione del terreno e della semina, fino alla raccolta e al confezionamento. Tali dati accompagnano poi il prodotto ai banchi del supermercato e, tramite codici, sono riportati nelle etichette incollate agli imballi.

Ma oggi – ecco la novità – i dati sono leggibili in modo completo ed esaustivo anche dall’acquirente tramite un computer che può essere installato presso i punti di vendita al dettaglio: viene indicato il lotto di terreno dove la verdura è stata prodotta e i vari procedimenti che l’hanno seguita fino alla commercializzazione. Tutta la filiera è dunque controllata, con l’obiettivo di fornire al consumatore un prodotto certificato, integro sotto il profilo organolettico e garantito per quanto riguarda le caratteristiche igienico sanitarie.

L’orticoltura dunque si evolve, guarda al futuro con un occhio attento al passato, puntando cioè su colture ottenute con sistemi sempre più in sintonia con la natura: l’uso dello stallatico, la consistente riduzione degli antiparassitari e il periodico lancio di insetti predatori ne sono la prova.

A questo proposito Maggiolo sottolinea la necessità di reintrodurre nelle campagne polesane le siepi, habitat idoneo per gli insetti adatti alla difesa biologica. A Lusia si dovrebbero avviare anche programmi di riforestazione, partendo da una fascia presso l’argine dell’Adige, con positive ricadute anche di tipo estetico e turistico. Occorre poi che venga riconosciuta per legge la valenza del “bacino orticolo”, in modo che, nelle vicinanze degli orti di Lusia, siano impedite colture che attirano parassiti dannosi per gli orti.

E dal gruppo coordinato da Maggiolo non mancano altri progetti e proposte. Un modo di essere orticoltori impensabile fino a pochi anni fa, un sistema produttivo frutto di ricerca, impegno e lungimiranza, che traccia una via innovativa, che qualifica positivamente il comparto dell’ortofrutta del Polesine.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Verdura certificata”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/verdura-certificata/

Pubblicità