Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

I Martelli di Canaro (I parte)

La storia della nobiliare famiglia affonda le sue radici nel Medioevo

di Claudio Garbellini

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 46–49

Paviole, antica borgata compresa nei possedimenti della Mensa Arcivescovile di Ravenna prima e del Duca d’Este poi, proprio sotto l’argine del Po, c’è la villa Martelli-Piccioli, un edificio dalla maestosa facciata in stile veneto-palladiano, definito nel 1858 dall’ampliamento e ristrutturazione del fabbricato preesistente che, a sua volta, era stato ricavato nel 1842 dalla ricomposizione di un gruppo di fabbricati nei quali risiedevano dalla fine del ‘500 i Martelli.

La storia di questa famiglia, di origine fiorentina, si intreccia con tutte le grandi vicende che, dal medioevo, al rinascimento, al risorgimento, all’unità nazionale, hanno segnato la storia di Firenze, di Ferrara, del Polesine e di Canaro, per la rilevanza economica, sociale e culturale di moltissimi dei suoi membri.

I Martelli di Firenze

Abbraccia 800 anni di storia l’albero genealogico di questa famiglia che Fabrizio Martelli (1923-1984), nella pregevole pubblicazione “I Martelli di Canaro”, Torino 2001, curata dal cugino Adolfo e dai figli Giorgio e Peter, ha ricostruito con passione, attingendo soprattutto all’archivio di famiglia.

Le origini documentate – il capostipite è un Martello nato intorno al 1236 e morto nel 1288 – si collocano nella Firenze della prima metà del ‘200 e ai primi del ‘300 i Martelli erano già una delle famiglie stabili più influenti della società fiorentina. Artieri spadai, guelfi bianchi, i Martelli videro riconosciuto il loro peso crescente con l’elezione di Cino o Cienno, figlio di Arrighetto, alla carica di gonfaloniere di giustizia nel 1330, ma fu Roberto (n. 1409), eletto per sette volte priore delle arti e investito di altri incarichi pubblici, a dare enorme prestigio alla famiglia che, nel giro di due secoli, resse il gonfalonierato di giustizia per ben undici volte. L’ultimo fu Francesco di Roberto nel 1517, pochi anni prima del definitivo avvento della signoria medicea.

I Martelli erano stati sostenitori ed alleati dei Medici, fin dalla lotta contro gli Albizzi che si era conclusa nel 1434 con il ritorno al governo della città di Cosimo il Vecchio, di cui Ugolino Martelli (n. 1400) era grande amico. Questa amicizia e questa fedeltà furono ben ricompensate: Ugolino, tra il 1434 e il 1479, ricoprì oltre cinquanta cariche pubbliche, tra cui quella di gonfaloniere (3 volte) e più volte quella di maestro di zecca, un incarico che fu affidato anche ad altri sette membri della famiglia. Fu anche governatore di Pisa, capitano di Pistoia, Livorno e Arezzo.

Analoghi benefici godettero i suoi fratelli: Roberto, il banchiere della famiglia, priore dal 1439 al 1446, nominato nel 1439 conte palatino dall’imperatore Giovanni Paleologo durante il Concilio Ecumenico trasferito da Ferrara a Firenze a causa della peste; Antonio (1401-1480), capitano di Pistoia, priore e poi gonfaloniere nel 1472; Bartolomeo, capitano di Pistoia e priore; Domenico, laureato in giurisprudenza, signore di Perugia, ambasciatore e gonfaloniere nel 1476.

A questi cinque dei dodici figli di Nicolò, la famiglia Martelli deve gran parte della sua fortuna: imparentati con alcune tra le più rinomate famiglie fiorentine, quali gli Antellesi, i Bartolini, i Medici, i Soderini, gli Strozzi ed i Ricasoli e con i signori di Noceto e Perugia, furono tra i principali protagonisti della vita politica e pubblica di Firenze.

Nella cerchia del potere mediceo, i Martelli prosperarono per tutto il ‘400. La cacciata di Piero, il figlio di Lorenzo il Magnifico, nel 1494, l’avvento della repubblica savonaroliana e le lotte intestine crearono seri problemi ai Martelli, sia economici, che di sicurezza. Problemi che si ripresentarono dopo il ritorno definito della signoria medicea con il duca Alessandro. Il rapporto tra le due famiglie si era ormai incrinato e non sarebbe più stato lo stesso, anche se nel 1570 Cosimo il Grande, che stava per essere nominato dal papa granduca di Toscana, sposò Camilla Martelli, dalla quale tre anni prima aveva avuto un figlio, Giovanni de’ Medici e poi una figlia, Virginia.

Camilla visse a Palazzo Pitti fino al 1574, anno in cui morì Cosimo, per ritirarsi poi, anche per l’inimicizia del figliastro Francesco, nuovo granduca, nel convento delle Murate e quindi in quello di Santa Monica, dove morì nel 1590.

La potenza dei Martelli, famiglia di politici, mercanti e banchieri è testimoniata anche dai ritratti del Bronzino e del Pontormo e dalle sculture e dalle architetture di Donatello, di cui furono protettori e mecenati. Il grande architetto e scultore (1386-1466) fu praticamente allevato in casa di Nicolò di Ugolino, diventando amico del figlio Roberto. Per la famiglia Martelli scolpì un David ed altre opere. Nella cripta dei Martelli nella Basilica di San Lorenzo, il sarcofago di Ugolino e della moglie è opera di Donatello.

Tra i Martelli si segnalarono anche uomini di cultura e religiosi. Tra i primi, una citazione merita Pietro di Braccio, autore agli inizi del ‘500 di quattro libri di matematica, membro con Nicolò Macchiavelli dell’Accademia Platonica fondata da Cosimo de’ Medici. Pietro lo si incontra ad Arezzo nel 1502, commissario per Firenze all’incontro con la delegazione del Re di Francia Luigi XII guidata da Ugolino di Girolamo Martelli per trattare il ritorno di Arezzo ai Fiorentini. Ospitò in casa sua nel 1508 Leonardo da Vinci e nello stesso anno anche lo scultore Giovanfrancesco Rustici.

Alcuni Martelli furono anche ambasciatori del Governo fiorentino presso il papa e l’imperatore. Domenico di Nicolò, laureato in legge, fu inviato a Siena nel 1456 e poi dal papa Della Rovere dal quale ebbe l’investitura a cavaliere. Braccio di Domenico guidò con Francesco Valori e Piero Capponi l’ambascieria che trattò con Carlo VIII nel 1494. Tra i religiosi, oltre al già ricordato Ugolino, vescovo di Glandeves, che nel 1540 fondò con Daniele Barbaro l’Accademia degli Infiammati, si segnalano Braccio, di Pietro, vescovo di Fiesole nel 1530 e poi di Lecce, Giuseppe, di Matteo, arcivescovo di Firenze nel 1722, ed infine, il più prestigioso, Francesco, di Marco, Legato di Ferrara nel 1663, arcivescovo di Corinto, nunzio apostolico in Polonia nel 1679, patriarca di Gerusalemme nel 1698 e quindi cardinale nel 1706.

Gli ultimi decenni fiorentini

Ugolino, di Girolamo, del ramo di Antonio, si schierò con Savonarola, per cui, dopo la condanna a morte del frate, lasciò Firenze e si rifugiò in Francia, dove i Martelli, nel pieno delle loro attività commerciali e bancarie, erano molto conosciuti. Sia Antonio che Girolamo, rispettivamente padre e nonno di Ugolino, erano stati introdotti alla corte dal duca d’Orleans che nel 1498 succedette a Carlo VIII sul trono di Francia con il nome di Ludovico o Luigi XII. Tra il re e Ugolino, che lo aveva incontrato e conosciuto quando era venuto a Firenze con Carlo VIII nel 1494, si stabilì un rapporto di amicizia, tanto che il sovrano lo autorizzò ad aggiungere nello stemma di famiglia – un leone rampante tenente un martello – il capo dello stemma d’Orleans, d’azzurro ai tre gigli d’oro, con una fascia d’argento.

In quel periodo (1500) Nicolò Macchiavelli era legato straordinario di Firenze alla corte francese e conosceva bene i Martelli, tanto che per inviare i suoi dispacci a Firenze utilizzava la copertura di Giovanfrancesco Martelli, il cui figlio Lodovico nel 1530 fu protagonista con Dante Castiglioni di un celebre duello con i fuorusciti fiorentini Giovanni Bandini e Bertino Aldobrandini durante l’assedio di Firenze da parte delle truppe imperiali di Carlo V e del papa Clemente VII. Nel duello Lodovico perse la vita, ma la sua figura fu celebrata in romanzi storici quali “L’assedio di Firenze” di Francesco Domenico Guerrazzi e il “Nicolò De Lapi” di Massimo D’Azeglio.

Ugolino ebbe un figlio, Lodovico (1500-1555), che crebbe alla corte di Francia, insieme alla figlia del re, Renata.

Ciascuno dei figli di Nicolò (1377-1435), di cui si è già detto, generò rami distinti della famiglia, alcuni dei quali si sono estinti prima della fine dell’800. Di certo si sono estinti nel 1618 il ramo di Domenico, nel 1648 quello di Francesco e nel 1752 quello di Roberto. Esistono ancora, invece, quelli di Bartolomeo, Ugolino ed Antonio. Ed è il ramo di quest’ultimo che riguarda le vicende ferraresi e polesane della famiglia.

I Martelli di Ferrara

Dopo la morte del re nel 1515 e quella del padre nel 1516, a Lodovico non restò che affidarsi completamente a Renata di Francia che nel 1528 sposò Ercole d’Este, il figlio del duca Alfonso I, e venne a Ferrara. Lodovico, che si era appena sposato, la seguì. Di lì a poco nacque il suo unico figlio chiamato Alfonso in omaggio al duca che, per interessamento della nuora, gli concesse il feudo di Traghetto, sul Reno, ai confini con il bolognese.

Lodovico divenne così il capostipite dei Martelli ferraresi, che si lasciavano alle spalle 300 anni di storia fiorentina ed entravano, sempre da una posizione di privilegio, nella cerchia della corte estense, da oltre un secolo centro culturale di primaria grandezza.

Renata, divenuta duchessa di Ferrara nel 1534 dopo la morte di Alfonso I, si lasciò affascinare dalla dottrina calvinista fino a professarla apertamente, aprendo così le porte ad un’eresia che non poteva essere tollerata nei territori del papa. Nel 1554 Ercole II fu costretto ad intervenire drasticamente, licenziando e rimandando in Francia tutta la famiglia della moglie e il suo seguito, compreso Lodovico Martelli che lasciò a Ferrara il figlio ventiseienne Alfonso, al quale era appena nato il figlio Giovanni Antonio.

Spinto dall’Inquisizione, il duca processò e condannò numerosi seguaci calvinisti, bandendo dal ducato tutti i fuorusciti fiorentini scappati da Firenze dopo il ritorno dei Medici. Non fu meno duro Alfonso II, succeduto ad Ercole nel 1559, che rimandò in Francia la stessa Renata.

Per Alfonso Martelli, anche se di cose religiose non si era mai particolarmente curato, la situazione si fece preoccupante e cercò di defilarsi, evitando la corte.

Nel frattempo Giulio Martelli, discendente di Giovanfrancesco, abbandonata la Francia per sfuggire alle vendette del duca Alessandro de’ Medici, era riparato nella Garfagnana e i suoi discendenti, dopo la devoluzione di Ferrara, si stabilirono a Modena formando un altro ramo della famiglia.

Alfonso, che aveva perduto il feudo di Traghetto, acquistò alcune terre nel Polesine, nella Transpadana ferrarese, dedicandosi con il figlio alla bonifica di territori spesso coperti dalle acque.

Alfonso morì nel 1570, mentre il terremoto sconvolgeva Ferrara, e Giovanni Antonio si ritirò completamente a vita privata. Ebbe tre figli: Andrea, nato nel 1584 a Ferrara che, dopo la morte del padre avvenuta nel 1615, si stabilì definitivamente in Polesine; gli altri due, Antonio ed Alfonso, abbracciarono la carriera ecclesiastica, diventando entrambi monsignori.

Antonio divenne rettore di Pontelagoscuro e Alfonso di Canaro nel 1620. A monsignor Alfonso si deve dal 1620 la regolare tenuta dei registri parrocchiali di un paese che, diviso dal Poazzo tra Ferrara e Venezia, contava poche case sul versante ferrarese e un paio soltanto su quello veneto.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Claudio Garbellini. “I Martelli di Canaro (I parte)”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-martelli-di-canaro-i-parte/

Pubblicità