Il progetto di restauro e ampliamento della chiesa di Ariano sembrava essere nato sotto i migliori auspici. Nel 1604 Francesco Perinatti, mercante ed esperto in costruzioni edilizie, appartenente ad una delle più note famiglie vissute ad Ariano tra il XVI e il XVII secolo, venne eletto massaro della Confraternita del Santissimo Rosario. Forte del consenso ricevuto, portato per indole all’impegno e alla realizzazione di obbiettivi concreti, si fece promotore di un’iniziativa che da tempo stava a cuore dei confratelli: edificare una cappella all’interno dell’antica chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve, allora intitolata Santa Maria del Castello di Ariano.
Desideroso di porre rimedio alla precaria situazione in cui si trovava il sacro edificio, troppo basso di soffitto, umido e di dimensioni inadeguate, propose al quasi ottantenne arciprete della parrocchia, don Pietro Pavanati, di rialzare il pavimento e di estenderlo in lunghezza verso la via pubblica di 14 piedi (metri 5, 65). Il Perinatti assunse l’impegno di procurare il denaro occorrente con elemosine e di integrare le offerte, se fosse stato indispensabile, con risorse proprie.
Il sacerdote ritenne conveniente la proposta e subito offrì, a titolo personale, un contributo di tre moggia di calce (due metri cubi circa), regolarmente registrate nei libri contabili. Ben presto iniziarono i lavori e i muratori, sotto la guida dei capimastri Sebastiano Munari di Chioggia e Bartolomeo Rigoli di Ariano, procedettero ad ampliare la chiesa, a rialzare il pavimento e a costruire la cappella, secondo l’intenzione della Confraternita del Santissimo Rosario.
Inaspettatamente, però, nel dicembre del 1607 crollò (ruinò e diruppò) una parte della vecchia struttura muraria e le cose iniziarono a prendere una piega imprevista. Il ripristino della chiesa, divenuta inagibile, “nello stato di prima e nella primiera sua forma”, riutilizzando le vecchie pietre, iniziò a rilento nel 1608. Spesa prevista: settecento scudi circa, nettamente inferiore rispetto a quella che si troverà poi a sostenere la Comunità, avendo deciso, dopo qualche incertezza iniziale, di attuare un radicale intervento di ricostruzione rispondente alle moderne esigenze.
Il 20 aprile 1609 il Consiglio della Comunità di Ariano, convocato dalla viva voce del banditore (precone) e dal suono delle campane, deliberò di conferire un ampio mandato al padre cappuccino Francesco da Ferrara, affinché potesse “trovar modo di fabricare, et perfetionare la Chiesa d’Arriano, già principata con ellegere, et deputare li assistenti, et fabricieri, tanto per ritrovar danari da fabricare, quanto di provedere de matoni necessarii”.
Evidentemente si riconoscevano a padre Francesco le doti necessarie per portare a termine l’importante compito. Il frate, apprezzato predicatore quaresimale, per avere “tante volte in questo luoco seminato la parola di Dio”, dichiara di accettare per amore di Dio lo speciale incarico conferitogli a benefizio dell’universali questo popolo.
Monsignor Giovanni Paolo Previati (o Preveati), arciprete titolare della parrocchia di Ariano, succeduto a don Pietro Pavanati morto il 23 aprile 1605, intese molto bene la decisione degli amministratori e dichiarò che la determinazione del Consiglio della Comunità non pregiudicava in alcun modo i diritti che competevano alla sua persona in ordine all’esecuzione dei lavori.
Dell’attività di padre Francesco da Ferrara, su cui aveva fatto affidamento la Comunità di Ariano, non rimane documentazione o testimonianza nemmeno indiretta: sembra sparito nel nulla. Qualche grave quanto imprevisto impedimento probabilmente lo costrinse ad abbandonare l’opera appena intrapresa. Pertanto i lavori del cantiere subirono un inevitabile rallentamento.
Ne approfittarono gli amministratori della Comunità, incerti sul tipo di progetto da realizzare, per interpellare l’architetto ferrarese Giovanni Galvano. Questi consigliò di abbattere la parte dell’edificio rimasta in piedi e di procedere alla ricostruzione con migliorie: un intervento più impegnativo ed ambizioso rispetto al semplice ripristino dell’opera preesistente. Il progetto, che prevedeva l’innalzamento del soffitto e la costruzione di cinque cappelle sporgenti in fuori (quattro delle quali a volta ed archi intagliati di pietra) discusso ed approvato in un’apposita seduta consiliare, ottenne il gradimento dell’arciprete. Francesco Perinatti, uomo di assoluta fiducia, accettò l’incarico di elemosiniere e di fabbriciere, nonché quello di provvedere all’acquisto del materiale necessario (pietre, tegole, legname e ferramenta).
Questa volta i lavori proseguirono senza intoppi. Alla conclusione (autunno 1610) si tirarono le somme: lusinghiera l’opera realizzata, ma la spesa risultò di molto superiore alla previsioni e alle risorse finanziarie disponibili in bilancio. La Comunità di Ariano spese effettivamente del suo (cioè di denaro pubblico) per calce, pietre, manodopera ed ogni altro materiale occorrente (expendidit tam in calce, lapide et alia materia et in operariis ex aere suo proprio) 6.665 scudi e dieci soldi: un onere finanziario enorme, circa dieci volte quanto era stato preventivato soltanto due anni prima.
Gli amministratori, in mancanza di un fondo di cassa, si impegnarono a far fronte al debito mediante un atto pubblico rogato dal notaio Gaspare Rasori, distribuendone una parte in tre rate annuali, impegnando l’affitto percepito dal bosco posseduto dalla Comunità ed attivando una rigorosa politica di bilancio. Deliberarono di imporre una tassa in ragione di sei scudi per testa, a carico di tutti coloro che erano sotto la cura di detta chiesa.
Nessuno sfugge: la tassa colpisce indifferentemente esenti e non esenti, compresi i residenti nelle piccole località di Serravalle e Mesola che mugugnano e lasciano intendere di non gradire di essere sottoposti a questo Commune (la dichiarazione, resa spontaneamente dal mastro di legname Giacomo Molini, rivela la diffusione di un tenace sentimento di appartenenza al proprio minuscolo borgo pari all’avversione a qualsiasi imposizione fiscale straordinaria). Pagano il tributo persino i soldati, dislocati dal legato pontificio di Ferrara nella postazione di Ariano e nel palazzo della Mesola per poter meglio controllare la parte orientale del polesine di Ariano, ove si andavano moltiplicando le situazioni conflittuali e le controversie con i confinanti Veneziani che estendevano la sovranità di fatto sui terreni acquitrinosi che stavano emergendo dal mare a causa degli abbondanti sedimenti alluvionali depositati dal nuovissimo taglio del Po a Porto Viro (1604). Ragguardevole la somma ricavata, mille scudi o poco più, ma ancora largamente insufficiente.
Per contenere il debito accumulato la Comunità prese persino la drastica decisione di sospendere lo stipendio al medico Galeazzo Landini, al maestro di scola Fabricio Barbiero ed al farmacista (speziale) per una somma equivalente a 300 scudi l’anno. La sospensione e il differimento del salario a tempi migliori per questa particolare categoria di dipendenti comunali, mentre si ripercuote negativamente sulla qualità della vita della popolazione di Ariano, sottolinea la gravità della crisi, resa più acuta dal rifiuto dell’arciprete di concorrere alle spese di riparazione per la parte che gli spettava (pro portione ad eum spectantem).
Il Consiglio della Comunità di Ariano sosteneva infatti che l’arciprete, per precise disposizioni normative (iuxta dispositionem legum et canonum) aveva l’obbligo di pagare la terza parte della somma complessiva, pari a 2218 scudi e 8 soldi di moneta ferrarese. Ma, più volte invitato a contribuire, questi aveva sempre fermamente rifiutato, sostenendo trattarsi di un’imposizione indebita.
Per dirimere la controversia e ottenere giustizia, non restava che ricorrere alla superiore autorità del vescovo di Adria.
Il 23 gennaio 1611 i rappresentanti della Comunità, convocati in seduta pubblica nel palazzo sede del podestà (in palatio iuris) per trattare le questioni di interesse pubblico (pro negotiis publicis tractandis), deliberano di conferire la carica di Sindaco e le funzioni di procuratore a Pietro Bassi, che pertanto assume la veste di legittimo rappresentante degli interessi della Comunità della Terra di Ariano in ogni causa, lite, questione sia in atto che futura, comprese le liti civili e criminali, e davanti a qualsiasi giudice (ad omnem causam, litem, questionem qua ipsi constituentes habent, vel habituri sunt…et alias lites tam civiles quam criminales et coram quocumque iudice).
Si aprì così un lunga controversia giuridica fra la Comunità di Ariano e l’arciprete Giovanni Paolo Previati. Dopo uno scrupoloso esame delle risultanze processuali, sentito il parere di autorevoli esperti del diritto canonico e civile, il 9 dicembre 1613 il vescovo della Diocesi di Adria Ludovico Sarego sentenziò: “che il suddetto reverendo arciprete sia tenuto ed obbligato a contribuire al restauro ed alla ricostruzione della chiesa della Terra di Ariano, avvenuta per opera dello stesso arciprete e degli uomini e parrocchiani di Ariano, per la terza parte delle spese richieste dalla Comunità, la quale terza parte, detratte le elemosine e le altre offerte donate per amore di Dio,… si riducono a 504 scudi di moneta ferrarese”.
L’arciprete avrebbe risarcito l’addebito con i i proventi e i redditi di cui beneficiava come titolare della chiesa di Ariano, in tre rate di eguale importo (in tribus iustis et aequalibus ratis), la prima delle quali da corrispondere il giorno 8 settembre 1614, festa della natività di Maria Santissima e le successive, con identica cadenza, negli anni 1615 e 1616. Diluire la restituzione della somma in tre anni significava lasciare frutti e proventi più che sufficienti per il sostentamento dell’arciprete e del cappellano.
La tesi sostenuta dalla Comunità di Ariano viene accolta in linea di principio, ma il debito rivendicato, quantificato in 2218 scudi e 8 soldi di moneta ferrarese, viene drasticamente diminuito a seguito della diversa valutazione contabile delle elemosine raccolte dai parrocchiani, considerate a tutti gli effetti contribuzioni alla spesa e non semplicemente ad essa aggiuntive.
La sentenza, formulata al termine di un processo ineccepibile nella forma e nella sostanza, ispirata a criteri di moderazione e di equità, dimostra che l’autorità vescovile aveva mantenuto un atteggiamento rigorosamente super partes. Ma entrambi i contendenti si dichiararono delusi e manifestarono il proposito di interporre appello al Legato pontificio di Ferrara e di procedere oltre, se necessario, fino allo stesso Pontefice (usque ad Sanctissimum).
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Aldo Tumiatti. “Sancta Maria de Castro Adriani”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/sancta-maria-de-castro-adriani/