Secondo la tradizione, Calto, oggi piccolo comune annidato sulla riva del Po, avrebbe origini zingaresche. Una tribù di nomadi, vagando tra “polesini”, cuora, canali e canneti delle paludi polesane, avendo trovato un dosso più elevato ed asciutto, avrebbe deciso di stabilirvisi, dando origine ad un borgo che prese il nome di Cadalto, Cavalto, o Falco.
I Caltesi erano fieri ed orgogliosi di queste loro origini celebrate dal 1947 con una manifestazione folclorista dalla quale, all’inizio, era rigidamente escluso ogni “forestiero”. La ricorrenza, chiamata “Zingaresca” rievocava, quasi in forma teatrale, la fondazione del paese: veniva, per tempo, eletto un Re, il “Köning”, che bandiva un “Befehel” col quale, nel giorno stabilito, radunava nella piazza del paese tutta la popolazione, divisa per tribù: si allestivano i bivacchi, si accendevano i falò, si banchettava con il pesce pescato dal Po, polenta e vino novello.
La rappresentazione era arricchita dalla fantasia dei partecipanti, che intessevano uno sfondo storico all’avvenimento, immaginando il passaggio di Papa Leone X che andava ad incontrarsi con Attila nella vicina Governolo, una sosta del generale Ezio che incalzava le orde degli Unni, l’insediarsi di gruppi sbandati dei barbari con carriaggi e famiglie, ormai stanchi di seguire il proprio re verso Aquileia e verso la tendopoli in terra slava.
Questa tradizione, però, non trova riscontro in documentazioni scritte, né in particolari tracce culturali riconducibili alla cultura Rom. D’altra parte è pur vero che, ancora oggi, gli abitanti dei paesi vicini considerano i Caltesi “persone diverse, un po’ strane”. Li chiamano “i tzigagn da Calt”. Li definiscono “poeti, artisti, musicisti itineranti, trafficoni, attaccabrighe, avventurieri, strambi e geniali” (M.Sarti: Lacio-Drom 1977: Gli Zingari di Calto). Di certo sono sempre stati insofferenti delle regole, incuranti dei giudizi delle comunità vicine, amanti della vita libera ed indipendente e dell’anticonformismo. Un anonimo visitatore scriveva nel 1893 “Visitando quel borgo vi si trova un non so che di diverso, sia per i tipi degli abitanti, sia per la loro indole. Essi vivono molto indipendenti e formano una società a parte fra loro…” (Coccopani Imperiale 1893).
La fantasia popolare è contraddetta dall’obiettività storica, e forse le origini di Calto sono molto più antiche. E’ difficilmente probabile e dimostrabile la presenza zingara in Italia prima del 1000. Se la storia contraddice la leggenda e la tradizione delle origini, quali altri fatti o motivazioni concorrono a dare agli abitanti questa connotazione? Quali dunque le origini di Calto?
Qualcuno riporta l’etimologia del nome al latino Castrum, o molto più romanticamente a Calthum (un fiore giallo che infesta le golene del Po). Non è da accantonare, invece, l’ipotesi che l’origine etimologica sia da ricercarsi nel termine toponomastico di Kaitò, che in lingua “Leponzio”, parlata da popolazioni transalpine, giunte per invasioni intorno al 400 a.C., significherebbe “rifugio, presidio, difesa”: l’equivalente del latino “Arx”, località che ricorda una battaglia (Catu), o semplicemente “Rocca” dal gallico “Catus”, nome comunissimo nell’onomastica celtica (Fogolari, A.L.Prosdocimi: “I Veneti Antichi” Editoriale programma, 1967).
Fonti storico-letterarie (Polibio, storie, II, 17; Livio Historiae V, 33) permettono di poter identificare questa popolazione, guidata da Elitovio (Livio, V, 35), giunta in epoca successiva alla spedizione di Belloveso, con i Cenomani, che occuparono “…la pianura che andava dall’Olio-Chiese al Mincio e oltre, fino al territorio veronese, e a sud fino al Po” (D.Vitali: I Celti in Italia, Bompiani, 1991). Il sistema insediativo era basato essenzialmente su finalità militari di presidio lungo i confini fluviali.
Anche se non conosciamo molto sulle modalità di coesistenza tra popolazioni autoctone ed antichi gruppi celtici, una cosa è certa: questi imposero nei rapporti politici e commerciali il loro dominio. Ne risulta che il linguaggio acquisito riguardò oggetti di genere specifico, come armi, abbigliamento, lavori dei campi, e domestici, di cui è rimasta traccia nella parlata locale: Busgat, maiale, dal celtico “bausch-cat”, animale gonfio, panciuto, (cfr. il germanico bauschen, gonfiare); bigat, lombrico, dal celtico Wich-cat, animale molle (cfr. il germanico Weich, molle), Gatarol, tana di animale, passaggio stretto ed angusto, tombino idrico; loov, famelico e misterioso animale abitatore dei boschi, dal celtico Low, leone.
L’attuale via Mazzini è chiamata comunemente “Ghet”. Ritengo insostenibile la tesi di un “ghetto”, in senso moderno in un paese come Calto, riterrei più plausibile la tesi del toponimo “Geht” che in lingua celtica significava semplicemente “Strada”.
Nel 197 a. C. il condottiero romano Cornelio Cetego vinse, sul Mincio, i Cenomani e li costrinse a rinnovare il foedus (Patto di sottomissione). La lingua e la cultura latina si sovrapposero all’esistente. Di derivazione latina sono infatti termini del dialetto locale come albi (trogolo): “alveus albus”, trogolo (di marmo) bianco. La parola mina viene usata per indicare una negazione. Deriva dal latino “quam minus” (meno che … meno di …) Tipico esempio di sovrapposizione latina al Celtico è il verbo sgranfgnàr (graffiare), deriva dal celtico krapso, incrociato col latino graphiare.
L’esistenza di un agglomerato di case con il nome di Calto è accertato già nei primi secoli dell’era cristiana. Ne fa fede la “Tabula Peutingeriana (uno stradario grafico dell’era imperiale), che riporta una “Statio” in corrispondenza di Calto, che interseca la via consolare (Ad Padum) che univa Milano, Mantova, Ostiglia, Ferrara, Ravenna, con un’altra strada romana che, proveniente dal Po, all’altezza di “Vicus Serminus” (Sermide ?), seguendo l’argine della Fossa Pastrina, si dirige verso l’attraversamento del “Tartarus vel Mincius” e delle “Fossae Phylistinae”( La strada consolare Altinate?).
Toponimi tuttora esistenti, come “Albinea”- località posta a levante; “Colonnelli” (da Columnella nome del proprietario del fondo? O da columen – dosso?), resti di centuriazioni, rilevabili dall’osservazione aerea, testimoniano questo passato romano.
Non si possono escludere altre sovrapposizioni avvenute a partire dal IV dopo Cristo, quando l’Imperatore Valentiniano e nel secolo successivo, l’Imperatore Teodosio, gli imperatori Onorio ed Odoacre mandarono nelle terre attorno al Po, da Ostiglia al mare, Alemanni e Rugi, cui più tardi si unirono i Goti, dispersi dai Bizantini. Ma di queste è difficile trovare traccia.
Più accreditata è l’opinione che anche il territorio caltese sia stato soggetto di infiltrazioni longobarde fin dall’inizio del VII secolo. I Longobardi dopo aver conquistato Padova, Monselice, Brescello e Mantova, col Re Astolfo nel 751 si impossessarono anche della Transpadana Ferrarese, (allora non ancora separata dal Po di Venezia come si desume dal “Liber pontificalis”, e dal “Codex Carolinus”) e delle altre terre dell’Esarcato che erano rimaste bizantine. La dominazione militare longobarda terminò nel 757 dopo molte incertezze politiche: insistenti richieste di restituzione da parte di Stefano II, interventi di Pipino, promesse di restituzione da parte del Re Astolfo. Nonostante ciò l’ipotesi più probabile è che gli occupanti longobardi siano rimasti.
Il fatto potrebbe trovare riscontro in alcuni toponimi (Malborghetto, Co’ di Mulin ,Frassamonti), in diversi termini idiomatici, (“Pecar, dal longobardo “behhar”- germanico becher: bicchiere-; Befehel: ordine perentorio; la dedicazione della primitiva chiesa a San Giuliano e il culto di santi tipici della cultura religiosa longobarda che si diffuse dopo la conversione (Sant’Agata, San Michele, Santo Stefano) di cui c’è testimonianza nella locale chiesa parrocchiale.
Il Malborghetto, e il Co’ di Mulin” conservano ancora oggi una struttura insediativa tipica della civiltà longobarda: sono due nuclei urbani allungati, con fabbricati addossati originariamente, costruiti su fondi coltivabili con fossi d’irrigazione e di confine, con strade che separavano longitudinalmente i possedimenti.
Con estrema certezza possiamo affermare che nel 754 d.C., Calto era un borgo consolidato con una sua importanza territoriale e strategica, tanto che entra nell’inventario dei territori della promessa di donazione che Pipino, re dei Franchi, fece a Papa Stefano II a Querzy, territori restituiti nel 757 da Desiderio all’Esarcato e che sarebbero poi stati inglobati nella “Res pubblica romana”.
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Come citare questo articolo
Giorgio Fioravanti. “Calto paese dalle antiche origini”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/calto-paese-dalle-antiche-origini/