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STORIA - TRADIZIONI

Operazione “Venice I”

Nell’inverno 1943, alle foci del Po, un frate dirige un’organizzazione segreta

di Claudio Vallarini

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 62–65

Comunemente si ritiene che gli alleati anglo-americani, abbiano raggiunto il Polesine negli ultimi giorni di guerra, cioè attorno al 25 aprile 1945. La cosa corrisponde sostanzialmente al vero, in quanto in quell’occasione la provincia di Rovigo fu attraversata dalle armate inglesi e italiane che inseguivano i tedeschi ormai in ritirata. Ma, ad essere più precisi, si dovrebbe dire che, nella “terra tra i due fiumi”, gli alleati (una dozzina), arrivarono ben diciotto mesi prima, ovvero, nei primi giorni del novembre 1943.¹

Non giungevano da terra, ma dal mare, ed un veloce motoscafo, partendo da Termoli (Campobasso), la notte del 2 novembre 1943, li aveva sbarcati.² Al comando di quegli uomini, vi era un frate dei missionari della Consolata, P. Domenico Artero³ e la sua missione non aveva un compito militare in senso stretto, ma uno scopo umanitario: il recupero dei prigionieri di guerra alleati che, a seguito dell’Armistizio, avevano abbandonato i loro campi di detenzione, ed ora vagavano nella disperata ricerca di aiuto per raggiungere le terre liberate dell’Italia meridionale o della Svizzera.

Dopo che i campi erano stati aperti, gli ex prigionieri (spesso vere e proprie larve umane che non si reggevano neppure in piedi) erano in balìa del nemico che, se li avesse trovati, li avrebbe certamente ricatturati o, al peggio, uccisi. Fu proprio Padre Artero, cappellano militare dei campi (distribuiti tra Padova e Chioggia), a dare ai suoi l’ordine di abbandonarli⁴, prima che i tedeschi, il 10 settembre 1943, arrivassero, in massa, nel Veneto. Raccolse tutti i 210 suoi prigionieri, e li convogliò, aiutati da una guida, verso Chioggia, da dove, tra le difficoltà della fame, della sete e la fatica di camminare, l’esercito dei miserabili raggiunse la pineta di Ravenna. Qui P. Artero si fermò, provando ancor più una profonda pietà per i suoi prigionieri, ma avendo capito che quella massa, in quelle condizioni, non avrebbe mai raggiunto il Sud, prese una decisione irrevocabile. Disse loro: “Passerò il fronte da solo e mi presenterò al Comando inglese con i vostri nomi, poi tornerò indietro in aereo o con un sottomarino, entro sette giorni. Se non torno entro quella data, disperdetevi”. Il vigoroso frate, però, se eccedeva nella generosità, lacunava in senso pratico. Era infatti impossibile in soli sette giorni passare il fronte e credere che gli alleati potessero predisporre un piano di salvataggio per tutta quella gente. Padre Artero raggiunse infine gli alleati, dopo che per strada aveva rischiato di essere fucilato, poiché ritenuto una spia, ma prima di tornare al nord e predisporre l’organizzazione per la fuga dei prigionieri, dovette rimanere a Termoli circa un mese.

Come gli altri suoi nuovi compagni, egli dovette attendere le condizioni adatte alla partenza, compresi i mezzi per il trasporto e gli uomini a cui sarebbe stato affiancato. Era stato inquadrato nell’ ”I. S. 9”, un’unità paramilitare al comando del colonnello Tony Simonds, che si occupava del recupero di prigionieri oltre le linee nemiche. Era un’Agenzia Segreta molto “sui generis”, l’“I. S. 9”, il cui primo requisito richiesto a chi ne faceva parte, era l’assenza della paura, o meglio, una certa tendenza ad andare incontro al pericolo, se questo non andava a lui incontro.

Nella variegata compagnia del col. Simonds, tra gli agenti che venivano preparati ad oltrepassare le linee, vi erano, oltre a P. Artero, un altro religioso (anch’egli di nome Domenico, ma dell’Emilia Romagna, la cui missione avrebbe avuto esito per lui tragico), un ex fantino, uno studente di Cambridge, uno stilista di moda, un giovane comunista francese che aveva combattuto in Spagna ed un “piccolo principe”italiano, Augusto Ruffo di Calabria (piccolo solo per i suoi diciotto anni), al quale, più o meno nelle stesse ore in cui P. Artero veniva sbarcato a Rosolina Mare, una pallottola di mitragliera interrompeva per sempre il suo sogno di fare qualcosa contro la tirannia.⁵

L’operazione predisposta per P. Artero, era stata denominata in codice “Venice I”, e prevedeva l’installazione di una base avanzata dell’ ”I. S. 9” nell’isola dalmata di Lussin Piccolo, la quale avrebbe permesso ai prigionieri fuggitivi dalla costa jugoslava e veneta, di poter essere trasportati anch’essi a Termoli. Né Padre Artero però, né il comandante Simonds, sapevano che Lussin Piccolo stava per essere occupata dai tedeschi, ed i loro piani fallirono.

Fu invana, perciò, l’attesa del motoscafo, la notte del 9 novembre, sulla spiaggia di Rosolina Mare. Il frate vi si era recato con settantanove ex prigionieri e a mezzanotte, con una lampada azzurrata e dalla luce fioca, aveva cominciato le segnalazioni verso il mare aperto, ma nessuno dal mare rispose. Alla delusione per il mancato imbarco, si aggiunse quella più allarmante dei tedeschi che, nascosti tra le dune, li avevano circondati, ma nonostante ciò, tutti riuscirono a fuggire. Per sicurezza però, la gran parte dei subalterni di P. Artero, quelli che erano sbarcati con lui, erano stati rimandati a casa.

La notte del 17 novembre, Radio Londra trasmise una frase in codice, che confermava l’arrivo del motoscafo nelle notti seguenti. Fu la nebbia però, quella notte, che impedì l’incontro. Nuova delusione e nuova fuga “inosservati, fra gli ortolani di Chioggia, che coltivavano i loro giardini tra le dune (…) Ero salvo per la seconda volta”.

P. Domenico si recò alla spiaggia, ancora, la notte della vigilia di Natale. Quella volta però solo con dodici prigionieri, i quali erano nascosti in una capanna ed egli passò il Natale con loro: “Pregammo e cantammo insieme gli inni degli inglesi. Non sapevamo che era l’ultima ora che passavamo insieme”. Ad una taglia sul suo capo di 50.000 lire, infatti, si era aggiunto un ufficiale inglese traditore, che cercava di catturare gli ex prigionieri con l’inganno.

Fuggì ancora, il frate, ma quella volta fu proprio l’ultima, e qualche tempo dopo, raggiunse la Svizzera. Mentre fuggiva, un sommergibile “badogliano” sbarcava sulla spiaggia di Caleri tre uomini ed uno di essi, Salvatore Carsigli (si presume munito di ricetrasmittente), avrebbe fatto parte del gruppo di P. Artero.⁶ Forse non fecero nemmeno in tempo a toccare terra, che i tedeschi, se li portarono via.

In Svizzera, al console britannico che voleva dargli una ricompensa per quanto fatto, il frate chiese di poter essere trasportato in aeroplano in Kenya, dove, prima della guerra, era stato missionario. Tornò dunque in quel Paese, e vi rimase fino a quando la morte lo colse, il 2 ottobre 1979, all’età di 75 anni, tra la “sua” gente.

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Come citare questo articolo

Claudio Vallarini. “Operazione “Venice I””. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/operazione-venice-i/

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