In contrapposizione alla corsa sfrenata per il “nuovo”, che sembra imperare in tutti gli ambiti dell’operare umano, inteso nel significato più ampio che si possa accreditare all’accezione, emerge da più parti il tentativo del recupero di modi, stili di vita, tradizioni che si rifanno a tempi passati, magari rivisitati alla luce delle attuali esigenze. Anche il mondo dei campi non è estraneo a questa tendenza e lo fa puntando decisamente nella valorizzazione delle produzioni tipiche e nella riscoperta, sia pure entro i limiti delle realtà locali, di prodotti e metodi di preparazione una volta vanto delle generazioni passate.
Il Bel Paese, per la sua posizione geografica e conformazione corografica esprime una tale, grande varietà di specie vegetali allevate, da indurre nell’imbarazzo a sceglierne una, anche per motivi di studio o di curiosità.
L’opportunità per soffermarci su una di queste ci viene offerta dal l’Associazione “Le Americane di Valliera” che, con un po’ di fantasia e un pizzico di enfasi, da qualche anno organizza nel territorio adriese a cavallo fra il Canalbianco e l’Adige, la festa delle “Patate Mericane”.
I giovani coltivatori, guidati da Marco Ferro non badano a risparmiarsi come impegno e lavoro per presentare un frutto che, se dice poco alle giovani generazioni, molto ricorda alle vecchie.
E’ un frutto dei tempi duri, grami, ma che ha svolto un ruolo nutrizionale di tutto rispetto nel nostro Veneto ed in particolare sulle terre sciolte o di medio impasto che accompagnano il corso dell’Adige e del Canalbianco.
Ha avuto i suoi momenti di gloria a partire dalla fine dell’800, sia pure circoscritta ad un areale limitato, quale il basso Veneto, e in parte in Toscana, dove gli storici di materie agrarie e di economia propendano nel riconoscere la sua introduzione in Italia dalla Spagna ad opera del Granduca Ferdinando II° nel 1630.
Nella sua zona d’origine, il Centro America, ha svolto e svolge un ruolo di primo piano nell’alimentazione di quelle popolazioni, come pure in Brasile dove, a detta dei nostri emigranti, si potevano ottenere due raccolti l’anno con tuberi di diversi chili e quantitativi di 400-500 q.li per ettaro. Notizie pure confermate di prima mano da nostri coloni partiti … “per allargare lo Stivale”, approdando nelle coste libiche ai tempi delle avventure coloniali, come ama ricordare un reduce di quelle imprese, dove “…acqua, caldo e sabbia non mancavano”.
Parte di quel grande bottino di creature, animali e vegetali che i conquistatori, a cominciare da Cristoforo Colombo, hanno importato dal Nuovo Mondo e che ha contribuito a modificare profondamente gli equilibri socio-economici e quindi politici dell’Europa, la “Batata edulis”, come gli agronomi indicano la dolce radice a forma di tubero, non ha da noi, come ricordato, alle spalle una grande storia.
Risulta coltivata, come testimonia Filippo Re (eminente studioso delle cose agrarie dell’ ‘800) negli orti botanici o in altri ambiti domestici più che altro per i suoi aspetti decorativi. Infatti, come appartenente alla famiglia delle Convolvulacee, è parente prossima del Convolvolus arvensis, nota pianta infestante dei nostri coltivi, altrimenti conosciuto come “vilucchio” dai fiori bianchi; delle “campanelle”, con fiori bianche e rosa che in primavera colorano giardini, siepi e di altre specie.
La sua importanza alimentare e quindi economica viene scoperta proprio dalle nostre parti.
Nel 1880, quando cominciavano ad appalesarsi i primi sintomi della crisi di mercato dei cereali, crisi particolarmente sentita nelle zone a vocazione cerealicola come le nostre, un illuminato imprenditore, il Conte Antonio Donà dalle Rose nella sue tenute polesane di S.Martino di Venezze, bagnate dall’Adige, ebbe la brillante idea di iniziare la coltivazione a pieno campo della patata americana. Un modo per affrontare le difficoltà della globalizzazione di quei tempi.
In pochi anni, affinata la tecnica produttiva, il dolce frutto dimostrò tutte le sue peculiarità. L’iniziativa ebbe successo, tanto che in breve la coltura dilagò per il Medio Polesine e per le “terre” a cavallo del Fiume a cominciare da Anguillara Veneta e paesi rivieraschi.
La patata dolce, nelle nostre contrade, fornisce produzioni che oscillano, nella media, fra i 200e i 250 q.li per ettaro, mentre la parte erbacea costituisce un ottimo foraggio verde per i bovini. Come ben sanno i coltivatori, è relativamente facile la coltivazione che si basa sulla moltiplicazione agamica (con i “buti”, stoloni maturati in “conserva”); trapianto a distanze convenute per 40-50.000 piante per ettaro; scerbature e “rivoltature” della chioma erbacea per impedire il dannoso radicamento degli stoloni. Non è insidiata da particolari avversità. Oggi le operazioni, compresa la raccolta, sono in parte meccanizzate a differenza di una volta eseguite tutte a mano.
Dal punto di vista nutrizionale ha assolto il suo compito dignitosamente, dalle nostre parti, fino ai primi anni del secondo dopoguerra. Allessata o arrostita con il punteggiar di resina (lo zucchero caramellato), “stagna” o acquosa a seconda della varietà, ha allietato, durante i lunghi e freddi inverni, le nostre mense. Oppure, impastata con farina, zucchero, cannella, burro e formaggio dava gnocchi in quantità, i “maneghi”, cari al nostro poeta Gianni Sparapan perché anche “…fredi i xè nà delizia”.
Oggi, passata la paura della grande fame, si colloca nell’ambito raffinato della pasticceria dove, grazie alla fantasia dei nostri artigiani dimostrata nella manifestazione di Valliera, sa riproporsi alle nostre generazioni con un aspetto, un gusto, un sapore tutto da riscoprire.
Della “patata calda”, accartocciata in qualche modo fra il sussidiario e i pochi quaderni a copertina nera rinchiusi nella cartella di fibra, la “merendina” delle generazioni di scolari (e non per tutti) di quei tempi, rimane soltanto un dolce ricordo. Una memoria destinata a perdersi nell’oblio del tempo, a meno che non venga salvaguardata dai nostalgici racconti dei nonni, verso i quali oggi da più parti sembra manifestarsi un rinnovato interesse.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “La Patata ‘Mericana in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-patata-mericana-in-polesine/