Fra le chiese del Polesine, merita senz’altro una visita attenta la parrocchiale di Fratta, intitolata ai santi apostoli Pietro e Paolo, interessata da un recente intervento di restauro.
Dal punto di vista strettamente architettonico il suo impianto è molto semplice: una grande aula rettangolare con tre cappelle laterali per parte, di cui quelle verso il presbiterio sono notevolmente più ampie così da dare l’idea del transetto; la cappella maggiore si apre nella parete di fondo senza elaborazioni particolari.
La copertura è costituita da una volta “a schifo”, che può essere vista come un soffitto piano raccordato alle pareti verticali con superfici curve nelle quali sono scavate le “unghie” per le finestre. La semplicità dell’impostazione è riscattata sia dalla gradevole luminosità diffusa, sia dalla decorazione architettonica che, pur senza presentare aspetti di originalità, si caratterizza per finezza di gusto, mentre l’arredamento (altari, sculture e pitture) presenta anche opere di alto livello artistico.
La storia della chiesa è stata ben ricostruita sia da Antonio Romagnolo, che ne ha considerato, appunto, gli aspetti artistici (1990), sia da mons. Alberino Gabrielli, interessato più agli aspetti religiosi e pastorali (1993). In estrema sintesi si può ricordare che già alla fine del X sec. nel luogo dell’attuale Fratta esisteva una chiesa intitolata a S. Pietro, ma doveva essere cosa molto modesta perché la cura delle anime era affidata alla chiesa di S. Bellino (che allora si chiamava S. Martino in Variano). Non si sa quando la situazione demografica abbia reso opportuno elevare la chiesa di S. Pietro a sede parrocchiale: certo molto tempo prima del 1536 se mons. Gianpietro Ferretti – che avviava in quell’anno la sua visita pastorale in séguito alla quale elaborò un prezioso documento storico sulla Diocesi di Adria – non era più in grado di fissarne l’anno: evidentemente i documenti erano andati perduti, e la memoria d’uomo non era in grado di aiutare.
Si deve credere che la più antica chiesa di S. Pietro dovette subire diverse trasformazioni per adeguarsi alle novità, ma qui non si vuole affrontare la dettagliata ricostruzione – del resto oggi impossibile – della storia di quello che non c’è più: si preferisce riproporre qualche notizia su ciò che possiamo vedere.
L’attuale edificio, dunque, venne eretto a partire dal 1645 per sostituire quello precedente, costruito quasi un secolo prima e divenuto insufficiente¹.
Il progetto per la nuova chiesa venne fornito da Vincenzo Bortoloni da Lendinara. Nel 1661 i lavori erano progrediti al punto da poter abbattere la chiesa preesistente; la conclusione (provvisoria, come si vedrà fra poco) si avrà solo nel 1682, con il completamento della facciata, nelle cui nicchie in quello stesso anno vengono collocate le due statue dei santi apostoli titolari, eseguite da Giovanni Bonazza, allora ventottenne (queste sono le sue prime opere documentate), che si manifesterà come uno dei più qualificati scultori fra XVII e XVIII secolo in area veneta.
Per quanto riguarda l’arredamento interno della chiesa si deve pensare che inizialmente si dovettero riutilizzare le opere della chiesa precedente: l’altare maggiore che oggi vediamo, infatti, fu realizzato solo nel 1697, dal veneziano Cristoforo Scala, e solo nel 1705 vi furono collocati i due angeli laterali, anch’essi commissionati ad artisti fra i migliori operanti a Venezia, Pietro Baratta (angelo a sinistra) e Marino Groppelli (a destra).
La pala che oggi si trova nell’abside, e che raffigura I santi Pietro e Paolo e il piccolo Giovanni Battista ai piedi del trono della Madonna col Bambino, secondo le ricerche del Romagnolo risalirebbe al 1577, opera di un mal conosciuto “Mastro Armanio pitor”, il cui nome si trova nella ricevuta di un pagamento nel novembre di quell’anno, appunto per la pala in questione. La presenza dei due apostoli nella pala dell’altare principale fa capire che già nell’ultimo quarto del XVI sec. la chiesa, inizialmente intitolata al solo S. Pietro, è dedicata ad entrambi gli apostoli. Non sappiamo quando il cambiamento di titolo sia avvenuto, ma sembra plausibile ipotizzare che l’occasione sia stata fornita dalla ricostruzione del 1552.
Studiando i documenti dell’archivio parrocchiale, il Romagnolo ha trovato che nel 1706 fu costruito il braccio destro del transetto, e che nel 1730 fu la volta del braccio sinistro: non è chiaro se si trattò del completamento del progetto originale o di una sua modifica².
Le date trovate dal Romagnolo relativamente allo sviluppo della decorazione della chiesa suggeriscono l’idea di un periodo caratterizzato da una discreta disponibilità economica: nel 1735 il pittore polesano Mattia Bortoloni viene pagato per le due tele collocate nel braccio sinistro del transetto, raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei magi; nel 1742 il pittore veneziano Francesco Zugno firma il contratto per affrescare il soffitto, e Tommaso Bonazza (uno dei figli scultori di Giovanni) firma il contratto per la fornitura di otto statue da collocarsi all’interno (gli Evangelisti e i santi Giovanni Battista, Giuseppe, Francesco d’Assisi e Giovanni Nepomuceno); nel 1747 il veronese Giovanni Colonna fornisce l’altare per la seconda cappella a sinistra; nel 1761 si commissiona al veronese Giovanni Battista Buratto la pala con La Ss.ma Trinità e i santi Vincenzo Ferrer, Francesco di Paola e Nicola di Bari; l’anno successivo ancora due artisti veronesi, Pietro Maderna e Ambrogio Pagani, forniscono l’altare per la seconda cappella a destra; nel 1771 Giuseppe Fadiga, veneziano, realizza l’altare per la prima cappella a destra; nel 1783 il rodigino Sante Baseggio consegna il baldacchino di legno dorato (dalla sorella Anna) e dipinto (dallo zio Massimino) per l’altare maggiore; nel 1792-94 il veronese Francesco Massari e suo figlio Senator lavorano all’altare di S. Antonio di Padova.
Il XVIII sec., dunque, sembra essere stato un periodo favorevole per Fratta; ma sappiamo come si concluse per la Repubblica di Venezia, a cui Fratta apparteneva: nell’ottobre 1797 il Trattato di Campoformido fra Napoleone e l’Austria segnò la fine dello Stato di S. Marco. Il successivo dominio francese si caratterizzò anche per la soppressione degli ordini religiosi e la chiusura (e spesso la demolizione) di chiese e conventi, da cui derivò una frequente messa all’asta di molte delle opere d’arte che vi erano contenute.
Questo fatto per la verità si rivelò come un’interessante opportunità per Fratta. Infatti nel 1812 la fabbriceria dei Ss. Pietro e Paolo poté acquistare a Venezia alcune opere di alto livello: due forti statue di Giovanni Marchiori, provenienti dall’altare maggiore della chiesa dei Ss. Biagio e Cataldo (S. Alessio e S. Giuliana Falconieri) e l’intero altare maggiore della chiesa di S. Maria dei Servi, di Giovanni Maria Morlaiter, caratterizzato da figure di intensa espressività.
Acquistate a Venezia, sono queste le opere d’arte di più alto pregio oggi visibili nella chiesa di Fratta, ma altre ve ne sono, di cui magari non si conosce la storia, come la lignea bussola d’ingresso, così ben intagliata da aver suggerito a lungo l’attribuzione ad Andrea Brustolon, il massimo artista del XVIII sec. nel campo della scultura del legno; oppure opere la cui origine rimane non del tutto definita, come il pulpito intagliato da Luigi Voltolini di Lendinara poco dopo la metà del XIX sec., o la tela di ignoto autore settecentesco raffigurante la Circoncisione di Gesù, nel transetto sinistro; o le due tele nel transetto destro con Episodii della vita di S. Filippo Benizi che il Romagnolo ha dedotto provenire dalla chiesa dei Servi a Venezia, o, sempre nel transetto destro, la statua di S. Antonio di Padova di Giuseppe Torretti, o l’Estasi di S. Antonio di Padova, notevole dipinto di Pietro Liberi.
Anche questa ricchezza d’arte nella chiesa parrocchiale conferma la particolarità di Fratta fra i centri abitati del Polesine.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Leobaldo Traniello. “La chiesa di Fratta Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-chiesa-di-fratta-polesine/