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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Monumenti per non dimenticare

Quando finisce la guerra… A Grignano testimonianze legate alla vita degli abitanti del paese

di Mattia De Poli

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 30–33

Nel 1915 l’Italia impugnava baldanzosa le armi ed entrava nella Prima guerra mondiale, destinata, purtroppo, come è ben noto, a fare molte vittime. Trent’anni più tardi, nel 1945, si chiudeva un’altra pagina dolorosa del XX secolo, con i lutti e le distruzioni della Seconda guerra mondiale.

Questi due eventi bellici hanno segnato profondamente la storia globale per molti decenni successivi, imprimendo in modo marcato le loro tracce anche a livello locale.

Le sofferenze di chi visse negli anni del secondo conflitto mondiale sono state ricordate da alcuni contributi raccolti da Ventaglio Novanta n. 31, nel sessantesimo anniversario della sua conclusione. Ma accanto ai ricordi personali o privati, rimangono nel territorio, come cicatrici incancellabili e custodi della memoria, alcuni monumenti, che a volte sfiorano appena il frettoloso scorrere della vita quotidiana o restano per molti muti e sconosciuti. Proviamo a far parlare queste testimonianze con un breve tragitto nella zona di Grignano.

L’appuntamento per il nostro itinerario di conoscenza è in piazza Umberto I, baricentro del paese, caratterizzata dal Pavajon, l’edificio simbolo di Grignano, legato alla secolare tradizione della “Comuna”. All’angolo opposto sorge, invece, il Monumento ai Caduti, verso cui è diretto l’attuale nostro interesse. Fu realizzato nel 1953, in bronzo e marmo, dallo sculture rodigino Virgilio Milani (1888-1977). Un’opera importante ed articolata, il cui pilastro centrale è dominato dalla statua di una donna, che stringe in mano una fiaccola e che rappresenta la Libertà.

Altre tre statue sono poste su un livello inferiore: raffigurano il soldato caduto nella guerra del ‘15-’18, il soldato disperso nella guerra combattuta tra il 1940 e il 1945 e, infine, il martire della libertà. Sui lati del basamento quattro lapidi riportano i nomi degli abitanti di Grignano che hanno perso la vita in queste circostanze.

Di fronte al monumento, seminascosta dalle automobili parcheggiate, una Pietra proveniente dal Monte Grappa ricorda l’eroico sacrificio sostenuto dai soldati italiani per la difesa dei confini nazionali nella Grande Guerra. La lapide bronzea così recita:

Nè disertori o vinti io mai nascosi e qui fui posto ad esaltar gli eroi. Dal Monte Grappa 1915 – 1918

Nell’elenco di coloro che morirono durante la Resistenza, fra l’8 settembre 1943 e la primavera del 1945, compaiono anche cinque donne: Bellinello Angelina, Crivellin Angelina, Celega Oliva, Milan Caterina e Osti Nina Tebe.

Ma i primi due nomi indicati sono quelli di Giuseppe nob. Mazzo e di Rodolfo Rossi, la cui storia non è molto nota. Nei libri non se ne trova traccia. Eppure all’epoca dei fatti, la loro tragica morte dovette destare una forte impressione in paese, se proprio a costoro sono state dedicate due vie di Grignano. L’unica testimonianza sembra conservata negli “Atti del Consiglio Comunale di Rovigo”, che contengono una delibera del 17 ottobre 1946, mediante la quale a Grignano il nome di “via Campestrin” veniva sostituito con quello di “via G. Mazzo”. Nella stessa occasione si proponeva lasciare il toponimo “via Capolavia” a favore di “via Rodolfo Rossi”, ma in questo caso la delibera fu approvata due anni dopo, l’8 novembre 1948. Nella motivazione che accompagna la richiesta del cambio di denominazione si ricorda che: Rodolfo Rossi, come è noto, venne impiccato dai nazi-fascisti, a Rivoli, il 13 agosto 1944. A proposito della sua vita si dice solamente che, bracciante agricolo, residente a Grignano, aveva 30 anni e lasciò la moglie con quattro figli.

Via Rodolfo Rossi e via Giuseppe Mazzo sono due strade chiuse, che si perdono nella campagna: la prima si trova, in uscita dal paese, all’incrocio tra via Carlo Forlanini e via Ponte Merlo; la seconda parte da piazza Umberto I, sul lato a sud, nell’angolo dove sorge il monumento ai caduti. Lungo questa via si può ancora vedere la casa natale di Giuseppe Mazzo. Una lapide sul muro ricorda il sacrificio, compiuto in nome del sacro ideale d’Italia, di questo giovane nato il 9 ottobre 1922 e fucilato nel Castello di Gorizia il 18 dicembre 1944.

Soldato dell’esercito italiano, dopo la proclamazione dell’armistizio avvenuta l’8 settembre del 1943, non si schierò al fianco delle truppe tedesche. I nazi-fascisti, quindi, dopo averlo catturato, lo condannarono a morte come militante nelle formazioni partigiane. Giuseppe Mazzo apparteneva ad una famiglia nobile. Il padre vendette uno dei più grandi mulini di Grignano, di cui era proprietario, per far costruire nel cimitero del paese una tomba monumentale, tuttora presente.

Dagli “Atti del Consiglio Comunale” si apprende ancora che la sua vicenda trovò spazio sulla stampa locale e che l’intitolazione della via giunse a seguito di altre onoranze tributate alla sua memoria dai compaesani.

Il dolore a volte si mescola alla felicità. La commemorazione straziante di chi a causa della guerra non ha fatto ritorno a casa, si alterna alla gioia di quanti hanno potuto riabbracciare i propri cari. Così, proseguendo lungo via Mazzo, oltre il cimitero, poco prima che la strada asfaltata finisca e inizi una carreggiata sterrata, si giunge ad un’altra testimonianza legata al periodo bellico, questa volta per ringraziare il Cielo per lo scampato pericolo.

Si tratta dell’oratorio di San Francesco, di proprietà della famiglia Milan. Sulla trabeazione si legge la dedica al Divo Francisco. Il centro del frontone è occupato da un clipeo, al cui interno è raffigurata una croce contornata dalla scritta Deus meus et omnia, probabilmente tratta da un salmo del santo di Assisi. All’interno, il soffitto e il paliotto erano decorati con pitture del maestro rodigino Gian Paolo Berto, ma durante l’alluvione del 1951 si riuscì a salvare dalle acque solo la tela dell’altare.

La cappella fu fatta costruire durante la Seconda guerra mondiale da Francesco Milan, in attesa del ritorno dei figli dal fronte. Tutti ebbero salva la vita e il voto fu mantenuto: il 4 ottobre 1946 la chiesetta fu consacrata con una grande festa che, recuperata da qualche anno, raduna ancora circa duecento persone tra gli abitanti della via e i nativi della zona.

Un’altra testimonianza nata con analoga motivazione la troviamo a pochi metri da piazza Umberto I, all’inizio di via Ponte Merlo. Qui, in una piccola nicchia sorretta da due colonnine di marmo, è racchiusa una statua di Sant’Antonio. Questo è quanto rimane di un capitello, che fu ridimensionato nei primi anni ‘70. Lo aveva fatto costruire Emanuele Osti, detto “Ostareo”, dopo essere sopravvissuto miracolosamente ad uno dei bombardamenti che colpì la città di Padova tra il 1943 e il 1944. L’immagine del Santo, in bronzo, fu procurata personalmente da un altro religioso che in seguito è salito agli onori degli altari, padre Leopoldo Mandic.

Si conclude così questo insolito itinerario inteso a dar voce ai monumenti di Grignano, sorti quali testimonianze collettive o private di vicende legate alle grandi guerre che hanno insanguinato il XX secolo.

Ringrazio Francesco Milan e il maestro Carlo Alberto Rossi di Grignano per il contributo informativo, la signora Antonella Finatti dell’Archivio Comunale di Rovigo e Edda Crivelletto per il reperimento delle fonti documentarie.

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Come citare questo articolo

Mattia De Poli. “Monumenti per non dimenticare”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/monumenti-per-non-dimenticare/

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