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STORIA - TRADIZIONI

Il Decreto Veneto del 1691

I motivi che indussero la Serenissima ad eliminare storiche testimonianze

di Franco Gambaro

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 56–61

Se a Rovigo ci portiamo in piazza Merlin e indirizziamo il nostro sguardo verso porta S. Bortolo, veniamo attratti da una lapide biancheggiante collocata sulla torre in una posizione centrale, verso cui gli amanti delle cose passato non indugiano a cimentarsi nella lettura. Tentativo del tutto inutile perché la lapide in questione – come molte altre risalenti al tempo in cui la Repubblica di S. Marco stendeva il suo governo sul territorio – non è più leggibile.

Colpa del tempo che tutto cancella? O della conquista del Veneto da parte delle truppe napoleoniche seguita dalla volontà di eliminare i più importanti simboli della Serenissima? Nessuna delle due ipotesi coglie nel segno.

La decisione di un intervento per cancellare molte auliche scritte dalle lapidi – incredibile a dirsi! – fu assunta proprio dal Governo Veneto in un periodo in cui niente minacciava il suo potere sul territorio. Fu infatti proprio il Senato (il “Pregadi”), che il 15 dicembre 1691 emanò un decreto che proibiva in tutto lo stato veneziano l’erezione di statue e lapidi o la realizzazione di quadri dedicati ai rappresentanti della Serenissima Repubblica (Podestà, Provveditori, ecc.) inviati nelle varie città. Ed inoltre impose la demolizione di quelli esistenti.

A Rovigo il decreto fu eseguito nel 1693, quando furono staccate o scalpellate le lapidi che ricordavano 16 Podestà veneziani che avevano governato su Rovigo nel corso del 1600 e altre di Provveditori Straordinari.

Ma perché la Repubblica Veneta si accanì contro le iscrizioni marmoree che le Città del Dogado, Rovigo compresa, dedicavano ai Rappresentanti veneziani nel corso del 1600, in occasione dello scadere del loro mandato, come segno di riconoscenza? Perché togliere i simboli dello stesso potere della Serenissima sulle città dominate? Per comprenderlo occorre leggere il Decreto del Senato 15 dicembre 1691. (Accademia dei Concordi di Rovigo, Reg. Ducali, seg.”C”, c.146).

Premette il Senato che la Serenissima Repubblica, conformemente alla propria lodevole moderazione, ha sempre proibito che si dedicassero ai Rettori veneziani – sia nello Stato da Mar che nello Stato da Terra – statue, stemmi o altre memorie stabili, nonché che fossero donati agli stessi bastoni, stendardi, armature, ecc., in occasione della fine del mandato. Tutti segni questi ritenuti di “vana ostentazione”, comportanti fra l’altro un “pesante aggravio” per le Comunità, Fraglie, Arti e Milizie, che dovevano sostenere le spese delle esecuzioni. Ma l’aspetto ritenuto più negativo era individuato in “altre perniciose conseguenze”.

Il decreto è molto intransigente ed indica che si devono prendere “rissoluti espedienti” per rimuovere totalmente lo “scandaloso disordine” e perciò dispone che sia proibito erigere per i rappresentanti veneziani statue, armi o altre permanenti memorie né in pietra, né in pittura, né in altra immaginabile forma e che sia proibito a loro e ai loro ministri ricevere bastoni, armature, stendardi o altri donativi di qualsiasi tipo.

Inoltre per far cessare “la dannosa disubedienza, et smoderata rilassatezza”, ”l’accresciuto abuso”, dispone che siano tolte tutte le statue che si trovino su base isolata sulle piazze, strade, cortili, ecc. delle città, fortezze, terre, castelli dello Stato da Terra e da Mar, e che vengano riposte nei magazzini delle munizioni e qui vengano custodite. E ancora che vengano cancellate tutte le iscrizioni, ritratti, stemmi, apposti sui palazzi, “consistendo senza altra vana ostentatione il vero monumento nella buona impressione che lascia nel cuore dei sudditi la retta giustizia dei Rappresentanti.”

Il decreto prevede anche una pena severissima, consistente nel bando per chi si fa erigere monumenti, sia per chi propone che si erigano, sia per chi non provvede a demolire quelli esistenti.

Tutto ciò ci fa comprendere il motivo per cui ci si mosse con molta solerzia a scalpellare le lapidi esistenti e far sparire i busti dedicati ai rappresentanti locali del governo veneto.

Ma cerchiamo di comprendere la motivazione principale che sta alla base del Decreto.

1. Il Decreto parla di “pesante aggravio” per le Comunità, ecc.. Ma è poco credibile che la Ser.ma Repubblica, che opprimeva le terre occupate con tasse, prestazioni straordinarie per le guerre, fornitura di biade, obbligo di mantenere le milizie, senza commuoversi neppure se le popolazioni erano in ginocchio per le inondazioni, pestilenze e carestie, si preoccupasse poi dell’aggravio economico derivante alle città dalla costruzione di una lapide.

2. Il motivo vero è allora lo “scandaloso disordine”? Vuole forse la Repubblica punire la corruzione che trapelerebbe da questi donativi fatti dalle città sottoposte ai rappresentanti della Dominante? Neppure questo sembra un motivo plausibile, perché le lapidi non andavano ad arricchire i Podestà, ma rimanevano affisse sugli edifici delle città che le avevano donate. Il divieto avrebbe potuto semmai limitarsi ai “bastoni, armature, stendardi” che i Rappresentanti si portavano via, ma il loro valore simbolico sembra escludere anche in questo caso la preoccupazione di una corruttela.

3. La frase che dice che l’unico vero monumento consiste nel buon ricordo che viene lasciato nel cuore dei sudditi, per quanto commovente, non sembra esprimere la vera motivazione del decreto del Senato, il quale non era certo così benevolo e disinteressato da desiderare solo di ben apparire di fronte alle popolazioni sottoposte.

4. La “vana ostentatione”, la vanagloria, il compiacimento di sé, l’ambizione che nei Podestà potrebbe degenerare fino al limite estremo del culto della personalità. Questa è la vera preoccupazione del Senato Veneto: che qualcuno dei suoi rappresentanti, inviato in provincia a governare in nome della Serenissima, venga colto, in seguito agli onori che qui riceve, da delirio di potere, tanto da rivoltarsi contro le strutture repubblicane per instaurare un potere assoluto. Queste sono dunque le “altre perniciose conseguenze” di cui parla il Decreto.

Come può un giovane nobile, gratificato dalla fiducia del governo veneziano che lo ha scelto come Podestà di Rovigo o di un’altra città, permettersi di avere una statua in piazza o una lapide sopra un edificio pubblico, quando nemmeno al Doge è consentito tanto?

Questo è certamente il pensiero del Senato, che vede non solo come indecoroso, ma addirittura pernicioso il costume di erigere statue o lapidi ai rappresentanti inferiori dello Stato, quando un tale riconoscimento non è concesso nemmeno al doge.

Chi va a Venezia infatti non troverà mai in una piazza o sulla facciata di un edificio una statua o una lapide commemorativa di un Doge, offerta dalla Repubblica stessa in sua memoria. Eppure di Dogi ce ne sono stati 120 e molti hanno avuto anche meriti speciali.

Le conseguenze del Decreto furono pressoché immediate e l’ordine di demolire statue e iscrizioni commemorative a Rovigo, come nelle altre città soggette alla Repubblica, fu eseguito con scrupolo.

Persino la lapide posta sopra la facciata del palazzo Roverella, che si limitava a ricordare che il Monte di Pietà era stato lì trasferito dalla precedente più umile sede, quando era Podestà Scipione Boldù, venne mutilata dello stemma del Boldù che la sovrastava, per cui ora, con qualche difficoltà, si può vedere solo la parte scritta.

Tuttavia una delle lapidi commemorative si è salvata: quella del Podestà Pietro Basadonna (1631-1632), che si trovava sulla facciata della chiesa di S. Francesco, che fu da lì staccata, ma a differenza di altre fu preservata dalla distruzione e successivamente collocata sotto il porticato della chiesa della Beata Vergine del Soccorso, ove è tuttora visibile.

L’iscrizione dice (in latino): “A Pietro Basadonna Pretore della città, Proconsole della regione sotto il cui giustissimo ed umanissimo comando i fiumi furono racchiusi, la pestilenza rimossa, i nemici respinti, la pace e l’abbondanza restituite, le virtù innalzate, i vizi domati, per rispetto di tanto esempio, la cittadinanza rodigina pose questa testimonianza perché sia in perpetuo riverita. I Duumviri Antonio Raimondi e Gaspare Roncali nell’anno 1632.”

La lapide è contornata da quattro stemmi: in alto quello del Basadonna, a sinistra quello del Regolatore Raimondi, a destra quello del Regolatore Roncali e sotto lo stemma del Cancelliere di città Gaspare Bonifacio.

Delle altre lapidi che furono demolite si conserva però il testo ed il disegno grazie all’accorto lavoro di trascrizione del Co. Camillo Silvestri e alla raccolta del Campanella che si può consultare all’Accademia dei Concordi.( ACR Silvestr. Mss 486-487).

A questo punto sorge però un interrogativo: perché, se le lapidi celebrative furono demolite, non furono tolti anche i quadri altrettanto elogiativi collocati nella chiesa della Rotonda?

Nel tempio della Rotonda ci sono 26 grandi tele di Podestà o Provveditori veneziani che hanno governato Rovigo nell’arco di tempo che va dal 1619 al 1684. In questi quadri il Rettore è sempre rappresentato in ginocchio, con alle spalle delle figure femminili che sono la rappresentazione simbolica delle sue virtù (la Prudenza, la Giustizia, l’Umiltà, la Carità,ecc.), mentre in cielo, seduta fra le nuvole, sorretta da angeli, compare la Vergine con il Bambino ed ai suoi lati sono raffigurati dei santi che intercedono presso di Lei a favore del Rappresentante. In alcuni di questi quadri ci sono anche altri personaggi un po’ più in disparte: sono i due Regolatori della Città, il Cancelliere, ecc. Sempre comunque compaiono gli stemmi del Podestà e dei Regolatori.

Il contenuto delle rappresentazioni pittoriche corrisponde perfettamente a quello delle iscrizioni marmoree demolite, ma – fortunatamente – non subirono lo stesso trattamento distruttivo. Come mai?

Riguardo al Decreto del 1691, va inoltre detto che questo fece cessare anche l’usanza del dono da parte della città al tempio della Rotonda di un quadro con l’effigie del Podestà che terminava il suo mandato (la carica durava 16 mesi). E da questa data infatti non furono più dipinte tele elogiative, ma nemmeno si provvide a rivolgere un’attenzione penalizzante verso i quadri già collocati nel tempio. Come mai, ci chiediamo ancora, i quadri esistenti a differenza delle statue e delle lapidi non vennero toccati?

Ciò si deve probabilmente al fatto che anche ai Dogi era permesso avere un quadro nel Palazzo Ducale che li rappresentava in atteggiamento di preghiera alla Vergine. La posizione genuflessa, il raccoglimento religioso, l’atteggiamento di sottomissione era tale da escludere ogni ambizione di potere assoluto. Atteggiamento questo che analogamente ritroviamo nelle grandi tele della Rotonda.

I quadri della Rotonda hanno poi l’aspetto di ex voto per gli scampati pericoli (alluvioni, guerre, ecc.) e per la buona riuscita della civile amministrazione. Alcuni di questi anzi (i quattro quadri più antichi) erano effettivamente degli ex voto donati dai Podestà stessi e non pagati dalla città.

Inoltre i quadri venivano donati al tempio che era sotto amministrazione ecclesiastica (i frati di S. Francesco), per cui intervenire su di essi avrebbe aperto dei grossi problemi giuridici e diplomatici.

Per tutti questi motivi dunque le grandi tele del più prestigioso tempio rodigino si sono salvate, costituendo una rilevante testimonianza di pittura del Seicento veneto, che fa della Rotonda un gioiello d’arte davvero unico nel suo genere.

Le iscrizioni cancellate

A Rovigo, le scritte marmoree celebrative dei Rappresentanti veneziani erano poste in vari luoghi della città: in Piazza Grande (ora p.zza Vitt.Eman.II) e precisamente sulla facciata della Camera del Vicario Pretorio c’era quella del Podestà Girolamo Priuli(1619-1621), mentre sul campanile c’era quella del Podestà Pietro Morosini(1642-1644) e sotto la pubblica loggia quella di Domenico Mocenigo (1663-1664); sulla facciata della chiesa di S.Giustina (la chiesa si trovava nell’attuale p.zza Garibaldi e fu demolita nel 1809) c’erano le lapidi dei Podestà Lorenzo Surian (1621-1622) e Marino Zane (1626-1628); sulla facciata del Duomo vecchio (demolito nel 1696) quelle di Vito Morosini (1628-1629), Sebastiano Michiel (1629-1631) e Benedetto Soranzo (1634-1635); sulla facciata della chiesa di S. Francesco quella del Podestà Pietro Basadonna (1631-1632); sulla facciata del Palazzo Pretorio, in faccia alla strada di S.Domenico (ora via X Luglio), quella di Francesco Marcello (1632-1633); dentro il Palazzo pretorio, nella sala del Consiglio, c’erano quelle di Luigi Tiepolo (1658-1659) e di Marco Balbi (1685-1686); sotto i portici della chiesa della Beata Vergine del Soccorso quelle di Alvise Morosini (1636-1637) e di Ludovico Michiel (1637-1639); sulla porta di S.Bortolo c’erano quella del Podestà Vittore Correr (1639-1640) dalla parte del Borgo e quella del Provveditore Straordinario Alvise Tiepolo (1642-1643) dalla parte della città; sopra la porta della casa Casilini, dirimpetto al Vescovado, c’era la lapide di Francesco Loredan (1641-1642).

Le dediche in latino ricordavano le virtù dei Podestà (la fermezza nell’ opporsi alla violenza dei fiumi, la giustizia, l’onestà, le virtù militari, la prudenza,la religiosità, la munificenza, ecc.), oppure per rappresentare queste doti venivano poste attorno alla scritta delle statuette allegoriche. Sopra le iscrizioni c’erano lo stemma del Podestà e quello dei due Regolatori della città che lo affiancavano.

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Come citare questo articolo

Franco Gambaro. “Il Decreto Veneto del 1691”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-decreto-veneto-del-1691/

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