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ARTEOGGI

Claudio Viviani

La vicenda umana ed artistica del geniale pittore autodidatta del Delta polesano

di Enrico Mancin

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 91–94

Claudio Viviani è un cinquantenne pieno di energia, dotato di tanta voglia e curiosità di investigare l’arte pittorica, nella molteplice gamma delle sue sfaccettature. E’ un artista sostenuto da un intuito pittorico che spesso gli permette di acquisire naturalmente i canoni accademici, che egli vive come felici intuizioni da mettere sulla tela.

Nato nell’agosto del ‘54 a Donada di Porto Viro, paese che, seppure ad economia agricola, ha sempre espresso anche schiere di pescatori e marinai, Viviani sin da giovanissimo ha subito l’influsso del paesaggio del Delta, con le sue campagne, i suoi molteplici corsi d’acqua, le sue lagune e valli da pesca, in cui si è sviluppata fin dall’antichità una civiltà valliva del tutto peculiare.

Claudio dunque nasce in una Donada segnata dalla grande alluvione del ‘51, in una famiglia assai modesta, settimo di otto figli. Il terreno dei suoi giochi sono le rive dei fossi, le dune fossili con la rigogliosa pineta, le sponde dei fiumi e dei canali. Cresce in un mondo semplice, (in cui la disciplina ed il senso della famiglia e del dovere sono valori forti), e questo ambiente gli plasma il carattere. Il mondo del basso Polesine è vivo e presente, con grande suggestione, nelle sue prime opere, alcune anche notevoli ed ammirate, quali la tela “Ragazzo con la fionda”.

Claudio, che in altri contesti culturali più ricchi di fermenti, sarebbe forse esploso artisticamente in modo più facile, si sposta spesso ad Adria, dove, verso la fine degli anni ‘70, frequenta lo studio del pittore Alfredo Forzato, artista di sicuro talento che forse non ha ottenuto tutto il successo che meritava. Qui il donadese, che ben presto si è imposto come persona determinata, si segnala positivamente per la sua pittura, ricca di segni: pennellate date con forza e soggetti di grande impegno pittorico. Poi nel 1981 l’incontro con un grandissimo artista, padovano di nascita, ma che frequentò molto Rovigo ed il Polesine: il grande Tono Zancanaro, allora ormai settantacinquenne, ma ancora estremamente creativo (come lo sarà del resto fino alla morte, avvenuta nel 1985). Tono conosce il pittore donadese ad una collettiva, e lo invita a visitare il suo studio padovano, oltre a dargli un incoraggiamento che, venendo da un maestro di tale tempra, è per Viviani un felice viatico. Da Padova Viviani torna a Donada rincuorato, iniziando a pensare in grande. Segue gli stimoli e le suggestioni pittoriche che più lo sollecitano, e che vengono da pittori affermati quali Afro e Burri.

Il giovane Viviani è particolarmente affascinato dalle techiche pittoriche usate dal Burri, artista che, oltre che dei colori, si avvale per le sue opere di sabbia, catrame, terra, pomice, ricollegandosi al “collage” dei cubisti e post cubisti. E l’uso di materiali inusuali appare ben presto anche nelle opere di ricerca di Viviani, che compone particolari “collage” e segue con entusiasmo il filone dei graffiti, in cui ben presto emerge con la sua genialità di autodidatta.

Ma nell’inesausta, entusiasta e continua ricerca pittorica di Claudio, non mancano altre suggestioni. Di sicuro rilievo quelle che gli derivano da due grandissimi maestri contemporanei, quali il francese Jean Fautrier (vincitore nel ‘60 del gran premio della Biennale di Venezia, del quale già dal ‘28 vediamo la fioritura di opere astratte) e Antoni Tapies, celeberrimo autodidatta, il cui stile caratteristico è dominato dall’interesse verso la materia scabra: un dato facilmente riscontrabile pure nella pittura di ricerca di Viviani, che senz’altro ne ha assimilato il messaggio, adattandolo alla sua sensibilità.

Claudio, che un tempo amava partecipare ai concorsi, anche di elevata levatura (dai quali, peraltro, ha ricevuto soddisfazioni non trascurabili), in un periodo collocabile temporalmente verso la metà degli anni ‘90, si dedica alla ricerca e personalizza vieppiù il suo stile informale. Dei suoi quadri di allora, ha spesso detto: “Devono essere un’avventura libera e interiore!”, ed in questo momento felice, il pittore-sperimentatore di Donada è artefice di una pittura forte, grumosa, di spessore.

Compaiono i multistrati, l’opera viene scavata, manipolata con felice intuizione, e la sua pittura viene incisa dai graffiti, uno dei leitmotiv più amati e felici di Viviani. Contemporaneamente si può notare un altro aspetto rilevante: riesce a raggiungere il colore, spesso attraverso forme inconsuete che vanno dalle pigmentazioni naturali a varie malte, sabbie, colle, stucchi ed altri materiali, che, come moderno alchimista, distribuisce con prodigalità o centellina nelle sue opere.

Uno stile veramente singolare dunque, di difficile collocazione, che da un lato avvicina la sua produzione a quella tradizionale dell’affresco, e dall’altra tende verso canoni completamente diversi, ispirandosi alla scultura, specie nelle ultime opere, ove sembra che i caratteri numerici ed alfabetici, sprofondino o lievitino nelle tavole di poliestere usate.

Talvolta (e qui Viviani appare vivamente partecipe e sentimentalmente preso in sommo grado), la sua opera si mostra semplicemente come un muro, in cui sia l’umanità antica che quella moderna, può aver lasciato o lasciare la propria peculiare traccia, la propria presenza, nell’intento di consegnarla all’eternità. Ed in questo felice spazio temporale, Viviani conosce e diviene amico di Giorgio Celiberti, e lo scambio culturale, intimamente vissuto, è quanto mai prezioso e creativo per il pittore polesano.

Per quanto riguarda la sua più recente produzione, Viviani ci ha detto: “Sto portando avanti una ricerca che potrei definire singolare, cioè l’ “Informal tridimensional painting”, ovvero la pittura informale tridimensionale. Metaforicamente parlando, dunque, si tratta di una ricerca che vorrebbe “chiudere” quel taglio lasciato da Fontana. Quindi la mia ricerca si fonda sulla terza dimensione, cioè lo spessore, o meglio quello spazio che intercorre tra la superficie della tela ed il fondo della tela stessa. In questa tramatura, si può nascondere un nuovo mondo pittorico. Concludendo, è come se noi invece di vedere il mare stando su una imbarcazione, lo vedessimo immergendovisi”.

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Come citare questo articolo

Enrico Mancin. “Claudio Viviani”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/claudio-viviani/

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