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NARRATIVA

Quanto dura un amore

di Loredana Capellazzo

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 109–111

Autunno

Le prime gocce cadono schioccando sull’asfalto, lasciando macchie scure da due euro. Una s’infila nel collo della giacca facendomi correre un solleticante brivido tra le spalle. Non ho portato l’ombrello. Non lo porto mai, per scaramanzia, e di solito non mi bagno. Ma oggi non è il mio giorno fortunato e dal cielo color topo si rovesciano su di me e sugli altri malcapitati imprevidenti pedoni secchiate d’acqua fredda e densa di agenti inquinanti.

Cerchiamo riparo in fretta sotto tettoie, tende di negozi e cornicioni. A me tocca la piccola tenda blu di un bar dalla vetrina rivestita delle pubblicità di scuole di ballo e agenzie turistiche. Sullo sfondo di una spiaggia dei Caraibi una procace finta indigena mi deride. L’umidità penetra attraverso la suola delle scarpe e gli schizzi della pioggia sul marciapiede decorano l’orlo dei miei pantaloni. Arriverò in ritardo al lavoro. Ma l’incontro con il direttore della filiale, il viscido lo chiamiamo in ufficio, lo salto volentieri.

Un paio di belle gambe arriva correndo bloccandosi a un passo da me, al limite della collisione. Sono già piuttosto umido e un altro po’ di schizzi non peggiorano la situazione. Ma le gambe, scoperte fino a un palmo sopra il ginocchio, sostengono un soprabito color melanzana (credo che così si possa definire quel colore tra il viola e il rosso scuro) e, soprattutto, una cascata di capelli neri, lucenti più per lo sgocciolare della pioggia che per loro merito naturale, presumo.

La donna si volta e mi fissa con un sorriso di scusa per dovermi stare troppo vicino data l’esiguità del riparo. Vorrei fosse ancora più piccolo. Vorrei averla più vicina. Lei è bellissima.

Inverno

Una spruzzata di neve è venuta giù a sporcarsi sul marciapiede e non basta a imbiancare i tetti e le strade. Stasera sarà solo fango. Ma guardare in alto e vederla scendere a fiocchi mi dà un’euforia simile a quella che prova chi si butta a testa in giù da un aereo o da un ponte. Lo so, non c’è paragone a livello di adrenalina, ma io possiedo un’immaginazione molto viva.

In realtà, preferisco la pioggia. Come la prima volta che ci siamo incontrati, o forse “scontrati”. Sono corsa a ripararmi sotto la piccola tenda blu, e lui era là ad aspettarmi. Appena li ho fissati, i suoi occhi si sono accesi di luci ed è uscito un sole improvviso, abbagliante. Ho sentito caldo, le gambe farsi molli e una gran voglia di ridere e gridargli: “Ti amo!”. Assurdo, mi son detta. Lui si è addossato alla vetrata del bar per farmi posto, all’altezza del suo orecchio sorrideva una fanciulla sotto una palma. Era tutto assurdo. Ero felice.

Quella mattina nessuno di noi due è andato al lavoro. Abbiamo parlato un po’ abbiamo comprato un ombrellino pieghevole da un ambulante e siamo andati a spasso sotto la pioggia. Mi ha preso per mano, e non ci siamo più staccati. Abbiamo parlato sempre, mangiato un panino e continuato a camminare, mentre la pioggia smetteva e il cielo si faceva grigio chiaro e più roseo al tramonto.

I negozi dei fiorai traboccavano di vasi e mazzi di crisantemi gialli e bianchi, enormi e soffici, che mi mettevano allegria. Quando gliel’ho detto ha finto un brivido di orrore, ridendo; è entrato in una vetrina e ne è uscito con un ciuffo di tuberosa legato con un nastro d’argento. Per me. Da quel giorno adoro il profumo delle tuberose, dolce e forte da stordire, come il suo amore.

Siamo stati insieme, a casa mia, al terzo appuntamento e ho saputo subito che non avrei mai amato nessuno come amo lui: il suo sguardo che fugge e mi cerca, la sua bocca che si apre di rado al sorriso, le sue mani che trovano sulla mia pelle fiumi di dolcezza e aspre punte di passione. Conosco, senza che lui me ne abbia parlato, i suoi desideri e le sue paure, le debolezze di uomo e le virtù del cavaliere antico che gli dorme nel cuore. Vorrei riuscire a svegliarlo, ed essere per sempre la sua Angelica, la sua Ginevra, la sua Eloisa.

Ma oggi nevica e lui verrà più tardi. Mi ha mandato un messaggino: “Bloccato in autostrada. Arrivo dopo cena”. Lo aspetto.

Primavera

La cascata di un glicine forza a tratti il grigio del cemento con il suo incanto lilla e profumato, e ciuffi gialli di narcisi splendono come piccoli soli sotto i raggi del loro fratello maggiore, il Grande Astro, appena spuntato da dietro un groviglio di nuvole che il vento si sta portando via, a ricordare che prima o poi tutte le nuvole passano.

Il temporale che mi avvolge, però, dura da tempo e non finirà così presto. Vorrei cambiare lavoro, ma chi sarebbe tanto insensato, con i tempi che corrono, da rinunciare a un posto di responsabilità in una ditta di prestigio e con uno stipendio in proporzione? Non sono tanto ingrato da sputarci sopra, li vedo i ragazzi laureati a pieni voti che guidano autobus o si inventano esperti di computer per due mesi e poi si scambiano il posto con altri che nel frattempo erano rimasti sul groppone di mamma e papà. Ho solo qualche anno più di loro, e una fortuna sfacciata. Nel lavoro.

Nella vita privata, pure. Devo fermarmi a prendere i fiori per il suo compleanno. Il pacchettino con il regalo è nella ventiquattr’ore, ma è carino arrivare anche con i fiori. Ero incerto tra un braccialetto e un ciondolo, ho scelto il ciondolo. Meno impegnativo. Costava meno. Mi faccio schifo, almeno un po’. Spero che lei non si aspetti un anello, non ne ha mai parlato, e non è davvero il caso.

Non so. Vorrei cambiare qualcosa, anche con lei. Mi ama alla follia, come il primo giorno. Una volta, con un amico ormai perso di vista, parlando di donne ci siamo confessati: per un uomo essere amato troppo può diventare un peso. Una donna questo non lo capisce e ti si attacca addosso e vorrebbe non mollarti più.

Lei è grande a letto, ma qualche volta mi fa sentire come se mi mancasse l’aria e una grossa catena mi stringesse tutto intorno. Non è colpa sua, questo lo so bene. Sono io. Può sembrare ridicolo, ma ho spesso la tentazione di chiederle una pausa, di lasciarmi respirare un po’. La famosa “pausa di riflessione” è una stronzata, è un modo idiota per dire: non ne posso più, finiamola.

Il cielo è di un azzurro intenso, ora, con fiocchi di nuvole candide e spumose che volano lontano, e ti fan venire voglia di seguirle. In ufficio c’è una nuova impiegata, sostituisce quella in maternità, e vedo che comincia a guardarmi in un certo modo… Non è il mio tipo, ma mi fa pensare. Cosa farei se a guardarmi così fosse una snella flessuosa pantera nera dagli occhi di fiamma? Mi perderei un’occasione? Non so.

Vorrei cambiare qualcosa con lei. Vorrei cambiare lei, questa è la verità. Non trovo più niente da dirle e da chiederle. Non è più la passione che mi spinge verso di lei. Mi piace, le voglio bene. Potremmo restare buoni amici. Non si dice sempre così?

Estate

L’estate è la stagione in cui iniziano gli amori: al mare, in vacanza, quando si ha voglia di sognare e vivere più intensamente. Come fanno?

Il caldo è così opprimente, tutto si appiccica addosso, anche i pensieri neri e la voglia di morire. I girasoli crollano sotto il loro peso, le piante dei balconi pendono flosce senza le cure delle loro madri, che le hanno abbandonate a mani mercenarie per fuggire lontano, sotto cieli più azzurri di questo, bianchiccio di afa e di noia.

La vacanza che avevo immaginato e sognato per mesi, il mare profondo e i cieli tersi e leggeri, non ha senso farla da sola. Come potrei nuotare nell’acqua di smeraldo in compagnia di pesci indifferenti? Per chi mi vestirei soltanto di raggi di luna?

Tanto vale restare qui, a veder morire i fiori di arsura, a sperare che anche il mio cuore presto li raggiunga. “Che non si muore per amore è una gran bella verità…” dice una vecchia canzone. Balle. Io sono morta. O vorrei esserlo, che è come esserlo davvero. Per un uomo? Per uno che mi ha mollata dicendo che voleva “tornare a sentirsi libero”? Idiota.

Non l’ho mai legato, non lo tormentavo né lo ossessionavo. Lo chiamavo un paio di volte, al lavoro, perché non potevo stare tanto tempo senza sentire la sua voce, era bello uscire insieme o restare a casa, sul letto, in ogni momento libero dal lavoro, aspettavo con ansia i fine settimana e le nostre gite in campagna, a un museo, al mare. Lui non diceva mai di no. Gli andava bene tutto quello che proponevo. Allora, perché?

Un grande cespuglio di oleandro dai fiori rosso sangue spinge le sue fronde fuori dalle colonnine di pietra di una recinzione. L’oleandro è una pianta velenosa. Potrei cogliere un ciuffo di quei fiori e succhiarne il nettare mortifero. Ma morirei davvero? L’idea di una lavanda gastrica è disgustosa e umiliante. Sono stata già troppo umiliata. Rifiutata come un mazzo di fiori vecchi che si butta a finir di marcire in un maleodorante cassonetto.

L’estate è la stagione in cui iniziano gli amori, ma il mio è morto, disfatto, come i petali di questi fiori di oleandro che ho strappato e ora schiaccio sotto la suola e lasciano sull’asfalto una chiazza di sangue.

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Come citare questo articolo

Loredana Capellazzo. “Quanto dura un amore”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/quanto-dura-un-amore/

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