I beni storici ed architettonici della provincia possono rappresentare un motivo di interesse per i giovani?
Una risposta positiva in tal senso viene dagli allievi delle quinte classi dell’Istituto Tecnico per Geometri “A. Bernini” di Rovigo, a seguito di una visita guidata, a Palazzo Pepoli di Trecenta e Villa Nani-Mocenigo di Canda. Lo scopo della uscita primaverile programmata dalla scuola è stato quello di sensibilizzare i giovani ed i futuri tecnici ai problemi del restauro e conservazione dei Beni architettonici e fare il confronto tra due tipologie edilizie: la villa emiliana – ferrarese e la villa veneta palladiana.
Per il “Palazzon” di Trecenta, oggetto di un recente recupero, è stata possibile la visita interna; per la seconda, essendo proprietà privata ed in assenza di autorizzazioni all’entrata nell’edificio, solo quella esterna. Ed è proprio su quest’ultima che si è appuntata in particolare l’attenzione dei giovani, a causa del grave stato di abbandono in cui sembra versare.
Villa Nani-Mocenigo, fu fatta edificare dai nobili veneziani tra il 1580 ed il 1584 nel nostro territorio lungo una importante, per il tempo, via di comunicazione e di collegamento con Venezia: “la strada azzurra” rappresentata dal fiume Tartaro che presso Canda presentava una piccola darsena. Il progetto del corpo di fabbrica originario, collocato sotto il vecchio argine, fu assegnato ad un collaboratore di Palladio, si parla dello Scamozzi e nelle sue facciate libere verso il parco ricorda, in qualche modo, nei balconi aggettanti, nel ritmo delle aperture e degli affacci, i palazzi che si specchiano nel Canal Grande.
La Villa è stata nel tempo impreziosita da artisti, e lo dimostrano gli affreschi rimasti all’interno dei saloni attribuiti a Mengozzi-Colonna, un allievo del Tiepolo, voluti da proprietari che univano alla potenza economica una cultura raffinata.
E’ invece del ‘700 e di progettista ignoto, che ha saputo reinterpretare lo spirito della villa palladiana, l’aggiunta del corpo a meridione che costituisce l’attuale ed affascinante facciata dell’edificio posizionato sull’argine del vecchio fiume nelle cui acque doveva riflettersi tutto il prestigio della famiglia patrizia veneziana.
La villa, destinata ad essere casa padronale sul fondo agricolo, fu punto di riferimento dei nobili acculturati del territorio circostante. All’interno della villa sono passati Dogi ed Ambasciatori della Serenissima appartenenti alla nobile famiglia, autorità religiose della diocesi locale. Nei suoi saloni sono avvenuti confronti sulle nuove concezioni illuministe, sulla rivoluzione francese, sul passaggio delle truppe napoleoniche e sul trattato di Campoformio che toglieva la libertà lasciata al Polesine dalla Repubblica Veneta per consegnarlo alle truppe occupanti dell’impero Austro-ungarico.
Nella villa si sarà anche dibattuto certamente sugli esiti del Congresso di Vienna e sugli effetti della Restaurazione. Molto probabilmente i proprietari conoscevano personalmente i “Carbonari della Fratta” e ne avranno rifiutate o condivise le aspirazioni Risorgimentali. Sotto il profilo sociale, alla fine dell’Ottocento, si sarà discusso sulla risposta da dare da parte dei latifondisti ai primi scioperi bracciantili organizzati in Polesine: “la boje”. Anni dopo non saranno mancati ragionamenti sull’opportunità dell’entrata nella prima guerra mondiale, di cui il nostro territorio è stato indisturbato retrovia, ed in seguito si sarà dibattuto sul nascente fascismo e sulla morte del frattense Giacomo Matteotti, sul regime e le sue sproporzionate ambizioni, sull’impero coloniale, sulla tragedia del secondo conflitto mondiale. Alla Villa sarà arrivato l’eco struggente delle lacrime di Villamarzana…
Momenti penosi alternati con altri di gioiosa spensieratezza quando all’interno dei suoi saloni sono stati organizzati ricevimenti, compleanni, feste, mentre la Cappella gentilizia ha raccolto preghiere, suppliche, e visto celebrazioni.
Luogo di vita, di storia e di leggenda dunque, di vicende umane e civili, di speranze e delusioni, di passioni oltre che di cultura. Queste le riflessioni su cui si sono soffermati i giovani dell’Istituto per Geometri riguardo all’origine ed al passato della dimora nobiliare.
Ma il presente?
Un sentimento di desolazione ed annotazioni allarmate si sono levate per la realtà dei nostri giorni.
La visita effettuata ha infatti evidenziato, nel presente, una situazione di generale abbandono ed uno stato di degrado molto preoccupante a cominciare dal parco, che mi auguro sia vincolato, infatti è uno dei più importanti del nostro Polesine sia per la sua estensione, che per la ricchezza delle essenze vegetali distribuite con verde armonia, per la pregiata statuaria e per l’equilibrato disegno in stretto rapporto con il complesso monumentale. Purtroppo però dal cancello laterale si possono notare, nella generale incuria, alcune statue decapitate e coperte da un velo di muschio che le sta logorando.
Ma è sull’edificio principale che, in particolare, si è appuntato l’interesse, osservando con grande disappunto come versi in uno stato di desolante degrado.
A quanto si può vedere in lontananza dal finestrino della corriera sull’argine, risultano evidenti il distacco di intonaci esterni, i balconi del piano nobile divelti, il loggiato coperto di guano e con le porte principali murate, la mancata manutenzione delle coperture ….Non oso pensare ai danni irreversibili recati agli affreschi presenti al piano terreno dall’umidità di risalita, a quelli dovuti alle infiltrazioni del tetto o alla entrata di volatili, che sono richiamati all’interno dalle aperture in alcune finestre nel piano superiore.
In questo stato viene lasciata una importante e preziosa testimonianza architettonica del passato?
Quale può essere il futuro della Villa già fortemente penalizzata da un incendio, che nel 1946 ne ha compromesso affreschi ed arredi nel salone del piano nobile?
Domande attualmente senza risposta. E, a questo punto, mi chiedo quali siano le responsabilità degli organi preposti alla conservazione ed alla salvaguardia del Bene ed in particolare della Proprietà, delle Amministrazioni, della Soprintendenza e per finire del Ministero.
Mi chiedo anche come si intenda intervenire per evitare danni irreparabili e per non depauperare ulteriormente il patrimonio storico-architettonico polesano anziché contribuire ad un reale rilancio della fisionomia turistica e culturale del nostro territorio inserendolo nel circuito più vasto delle Ville Venete.
Convinto di interpretare il pensiero di molti polesani sensibili, mi auguro di trovare ascolto ed attenzione da parte dei soggetti interessati, pubblici e privati, e che vogliano prendere in esame questa segnalazione in modo da proporre, con il concorso di tutti, una concreta via percorribile per evitare un disastro annunciato.
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Come citare questo articolo
Angelo Gandolfi. “In visita a Villa Nani-Mocenigo”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/in-visita-a-villa-nani-mocenigo/