L’impegno nella sinistra di fine Ottocento vedeva presenti diverse espressioni politiche, che andavano dalla idealità socialista a quella repubblicana, da quella anarchica a quella radicale, ma tutte in ogni modo impegnate contro il dispotismo del potere costituito e padronale, e per alleviare la condizione dei lavoratori, dei poveri e dei malati.
In questo ambito si svolse l’attività di emancipazione sociale di Nicola Badaloni, nato a Recanati il 2 dicembre 1854 e giunto a Trecenta ventiquattrenne, nel 1878. Per le genti del Polesine fu il loro apostolo, il loro benefattore, l’uomo che dedicò tutto se stesso alla loro causa.
Una scelta di campo. Il medico condotto
Il primo impatto che abbiamo con Badaloni è quello derivante da una sua precisa scelta di campo, infatti, fin dalla sua giovanissima età, in quella Recanati, culla di una delle prime Società di Mutuo Soccorso fra lavoratori e di personaggi autorevoli nell’esercizio della professione medica, ma ancor più nella manifestazione delle idee riformiste, come lo fu il suo mentore Giovanni Falleroni, scelse di essere dalla parte degli oppressi e non degli oppressori. Così appena laureatosi, con lode, all’università di Napoli e dopo un breve passaggio alla condotta medica di Cesi, in provincia di Terni, nel marzo del 1878 assunse la responsabilità della condotta medica di Trecenta.
Badaloni, come affermerà più tardi in uno dei suoi interventi alla Camera, interpretò da subito il ruolo del medico condotto come: “…il cardine del nostro sistema sanitario”, e un “istituto essenziale per la tutela della pubblica igiene che sotto vario nome si trova nelle Amministrazioni sanitarie di tutte le nazioni più progredite”.
Più volte sottolineò la necessità di intervenire sui problemi della salute non come fine a se stessi, ma legandoli ai problemi sociali e della criminalità, al punto da compiutamente definirla nel senso più ampio del termine e della sua applicazione, in questo modo: “la salute pubblica è veramente ricchezza pubblica, ma non basta: essa è moralità pubblica. Se è vero che la delinquenza, che è soprattutto una conseguenza dolorosissima dello squilibrio sociale, con le migliorate condizioni sociali si attenua, noi rimuovendo le ragioni di un numero infinite di malattie e di morti, veniamo a togliere una delle cause e delle non meno gravi, del malessere sociale. D’altra parte non si può revocare in dubbio che nel malessere fisico, nelle continue sofferenze materiali, nella conseguente depressione morale, si debbano ricercare coefficienti di non lieve importanza della spinta al mal fare: ma appare evidente che, tutelando efficacemente la salute pubblica, noi tuteliamo altresì efficacemente la pubblica moralità…”. Queste parole pronunciate nel 1888, le sentiamo ancora attuali oggi nel 2006!
Come medico condotto si rese conto, più di ogni altro uomo politicamente impegnato, che, oltre al dover far fronte alle necessità mediche, di igiene, prevenzione e cura, era indispensabile condurre una azione di promozione culturale e di lotta alle cause della povertà.
I problemi sociali del Polesine
Le condizioni di vita che Nicola Badaloni aveva trovato nel Polesine erano infatti decisamente drammatiche per la diffusione della pellagra, causata dal denutrimento, e della malaria, per la mancanza di bonifiche dell’ambiente; situazione acuita dallo sfruttamento messo in atto dai proprietari terrieri. Per sfuggire a tanto disagio, alla povera gente del Polesine non restava, come unica alternativa alle sofferenze e al morire di stenti, che l’emigrazione.
Le ragioni che spingevano decine di migliaia di contadini del Polesine ad andare “raminghi” per il mondo – tra il 1887 e il 1899 gli emigrati furono più di 60.000 – erano, come affermò Badaloni in un suo intervento al Parlamento sulla legge sull’emigrazione, “la scarsezza e intermittenza del lavoro, che vuol dire insufficienza del salario, vuol dire avara o nessuna partecipazione fatta al contadino nei prodotti del suolo, vuol dire mancanza di difesa dei diritti del lavoratore cui vengono imposti patti leonini, vuol dire nessuna speranza di migliorare la propria condizione economica… queste sono le cagioni della migrazione di gran parte delle nostre popolazioni rurali… Le province nelle quali l’emigrazione assume le maggiori proporzioni sono quelle desolate dalle febbri e dalla pellagra e, recentemente, corse dagli scioperi dei contadini… Il contadino del Polesine che dopo aver richiamata invano l’attenzione sulle sue miserevoli condizioni, rifiutò l’opera sua per una mercede che non lo solleva dal bisogno, e, al grido de “la boje”, iniziò lo sciopero che si estese a tanta parte delle campagne del Veneto, dell’Emilia e della Bassa Lombardia…
Fu il grande sciopero del 1884 che resterà famoso per la dura repressione, la carcerazione di 140 braccianti, ma soprattutto per una delle poche ma significative sentenze di assoluzioni dei lavoratori, da parte del tribunale di Venezia.
Badaloni proseguiva ponendo un quesito: “quali provvedimenti per rimuovere almeno alcune fra le più dolorose cause dell’emigrazione vengono proposti con questo disegno di legge? Nessuno!”. E concludeva affermando che per limitare l’emigrazione “…non vi è che un mezzo: fare all’interno tutte le riforme sociali indispensabili, cominciando dall’applicazione dell’imposta progressiva, abolire tutte le ingiustizie legali cominciando dal togliere tutte le barriere feudali, che trasformano i liberi mestieri in corporazioni chiuse; preparare con un lavoro serio, diretto al pacifico svolgimento morale ed economico dei popoli, la sostituzione agli eserciti permanenti della nazione armata…”
Molti altri medici condotti, come Badaloni si ispiravano agli ideali socialisti e repubblicani; essi furono il lievito dell’associazionismi e della diffusione dell’impegno di classe per risolvere i problemi delle popolazioni di cui avevano la giurisdizione.
L’impegno politico
Badaloni, quindi, era attivo non solo come medico, destinando buona parte del suo tempo agli studi per combattere efficacemente pellagra e malaria, ma anche era impegnato a lottare contro governo e padroni per la difesa del lavoro in generale e di quello delle donne e dei fanciulli in particolare, condannando in ogni suo dire e agire lo sfruttamento.
Per meglio divulgare il suo pensiero, nel 1899 fondò anche un giornale “La Lotta”, quale periodico socialista del Polesine, che si contrapponeva ai giornali della destra conservatrice e degli agrari.
Il suo impegno socialista fu a tutto campo, fornendo contributi di grande qualità alla politica del partito in parlamento come nella società. Un intervento qualificante fu quello fatto, annunciando il voto contrario del gruppo socialista, sul bilancio del ministero della guerra: “……non perché nemici della Patria, ma perché a tutti i cittadini noi vogliamo assicurare una patria che sia una realtà e non una astrazione, come oggi è per la massa proletaria: non perché nemici dell’esercito, ma perché vogliamo distruggere codesto dualismo per cui, teoricamente, il soldato muore per la Patria, mentre la massa proletaria combatte – come ieri in Africa, come domani forse in Cina – per interessi che nessuno vorrà sostenere essere quelli del proletariato il quale, vincitore o vinto, non ha dalla guerra che i danni, i dolori e i lutti; noi combattiamo la vostra politica militare. Mentre a voi il militarismo appare come guarentigia della vita civile della nazione, agli occhi nostri il prevalere della politica militare nella politica dello Stato appare come una smentita a tutta l’opera della civiltà. Una civiltà, signori, non si regge, se tutte le classi sociali non godono di una agiatezza relativa, ed è assai vicina alla agonia una società che non sia in grado di mantenere coloro del cui lavoro mantiene se stessa…”
Badaloni consigliere provinciale
Per combattere la miseria e la precarietà di vita, Nicola Badaloni, da consigliere provinciale di Rovigo, si battè strenuamente per far approvare, durante la sua lunga militanza in consiglio durata quasi ininterrottamente dal 1889 al 1919, le opere pubbliche: ferrovie, strade, bonifiche, opere idrauliche, servizi postali e luoghi di cura, in modo che, attraverso il lavoro, si arrivasse a quella elevazione sociale indispensabile per fermare il degrado persistente.
In questa sua opera trovò non solo la disponibilità del consiglio, ma soprattutto il forte sostegno in Amos Bernini, sia in parlamento, sia nella sua qualità di sindaco di Rovigo.
Badaloni alla camera, nella seduta del 29 novembre 1909, ne fece una commossa commemorazione valorizzando l’importanza delle opere realizzate e quanto il Polesine tutto gli doveva essere riconoscente per l’attività svolta.
Badaloni accompagnò sempre l’impegno in Provincia con altrettanta intensità, anzi in alcuni casi anche maggiore, con quella parlamentare, dove fu eletto per ben otto legislature.
L’attività parlamentare
Alla Camera fu eletto la prima volta nel 1886 come esponente di democrazia radicale, ma dopo la costituzione del partito socialista italiano nel 1892 Badaloni si iscrisse al partito socialista, tanto che nelle successive elezioni fu sempre eletto nelle liste del partito, all’interno del quale, pur confrontandosi con le diverse correnti di pensiero che si manifestavano, rimase sempre fedele alla componente riformista, schierandosi con Turati, Prampolini e Treves, solo per citare alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del riformismo socialista.
Come è possibile verificare, il suo impegno politico fu principalmente rivolto alla questione sociale, divenendo promotore della costituzione delle leghe bracciantili, di società di mutuo soccorso, di cooperative fra braccianti per l’esecuzione di lavori pubblici, di circoli socialisti in tutto il Polesine.
Cominciò con la lega dei contadini di Trecenta, forte di ben 350 iscritti, per proseguire in tanti altri comuni della provincia, organizzando rivendicazioni e scioperi, finendo per essere anche l’interlocutore capace di risolvere le vertenze, pur senza esserne titolato nella gestione diretta delle leghe. Un’azione questa riconosciuta dallo stesso Giolitti che più di una volta sollecitò le autorità di PS ad interpellare Badaloni affinché si adoperasse “per aiutare la conciliazione al fine di ottenere con i proprietari accordi ragionevoli”.
In un intervento alla Camera, in occasione della discussione del bilancio del ministero dell’interno, così Badaloni descrisse la propria opera di organizzatore “sindacale”: “…L’organizzazione dei contadini del Polesine è il frutto di un’opera lenta di educazione, l’epilogo di oltre 20 anni (siamo nel 1901) di lavoro e di lotte. Per risalire alle sue origini, bisognerebbe risalire al tempo in cui l’opera dei partiti democratici cominciava a solcare le campagne del Polesine… l’opera di organizzazione del nostro proletariato… è attraverso quest’opera di educazione civile e politica che il proletariato agricolo del Polesine ha conseguito la sua ascesa morale… Questo movimento vuol dire movimento sociale ed etico, vuol dire la conquista della salute e la vita, che sono quotidianamente insidiate dall’insufficienza del pane… affermando il loro diritto all’esistenza, non più né soltanto come individui per il beneplacito del padrone che dia ad essi da vivere, ma come classe, sotto la tutela della legge, pretendono che nell’economia dello Stato e nella politica del Governo i loro diritti e i loro interessi siano rispettati e difesi, come sono difesi e rispettati quelli dei proprietari.”
L’azione organizzativa di Badaloni fu tanto efficace che il governo Crispi preoccupato qui, come in altre zone, per il diffondersi delle iniziative, da lui giudicate sovversive, fece scattare anche in questa lontana e depressa provincia la sua repressione. Una repressione, dura e cruenta con centinaia di morti fra i lavoratori in sciopero e che spesso si trasformava in atti di gratuita barbarie, come quando, sull’altra sponda del Po, a Berra, un contadino staccatosi dal corteo di scioperanti chiese, con il cappello in mano, la parola. L’ufficiale che comandava le truppe intervenute per reprimere lo sciopero gli rispose “sì eccola” sparandogli tre colpi di pistola alla testa. Il bracciante Calisto Desiò cadde fulminato e, prima che i suoi compagni si potessero mettere in salvo, altri di loro caddero sotto i colpi dei fucili dei militari.
Una situazione che veniva continuamente denunciata da tutti i deputati socialisti e spesso, a nome del gruppo, era proprio l’on. Badaloni a svolgere l’intervento alla Camera. In occasione del dibattito su uno dei tanti eccidi di lavoratori, Badaloni sottolineò con forza: “Noi o signori, siamo stati quelli che abbiamo allontanato le masse ignare e misere dalle strade della violenza; noi abbiamo strappato loro dal cuore le collere omicide, additando ad esse la via pacifica e civile dell’organizzazione, che sono la leva più potente dell’ordine pubblico in un paese civile. Questo noi abbiamo fatto….” Aggiungendo che quando non era il tribunale a condannarli, “…venivano colpiti dalla classe proprietaria. E appartenere alle leghe fu reato, punito con la esclusione dal lavoro e con lo sfratto dalle case….”
Era la risposta socialista all’applicazione violenta dei famigerati articoli 166 e 167 del codice penale, che prevedevano pene durissime per chi scioperava e chi si faceva promotore degli scioperi. Era la risposta democratica di chi sosteneva la legalità degli scioperi. Era il ribadimento della insostenibile condizione dei lavoratori.
Badaloni intensificò il suo impegno per la costituzione delle leghe bracciantili e soprattutto si adoperò affinché queste fossero decisive per l’azione rivendicativa che conducevano.
In altre parti del Polesine sorsero, ad opera sopratutto dei socialisti rivoluzionari, le Camere del Lavoro, anch’esse organizzate in leghe e con un loro giornale “Lotta di Classe” che si trasformerà in “Protesta Proletaria”, con gli stessi obiettivi immediati, ma con finalità diverse e per questo in costante polemica con le organizzazioni promosse da Badaloni e con il suo giornale “La Lotta”.
Contro la pellagra e gli stupefacenti
Badaloni accompagnò costantemente la sua azione di organizzatore con l’esercizio della professione e gli studi su come combattere e debellare le malattie, non solo per le popolazioni del Polesine.
I suoi interventi sulla legge contro la pellagra si fecero più insistenti con denunce puntuali per la parziale applicazione della legge, per la mancata somministrazione gratuita del sale, dei medicinali ai poveri, allargando il suo interesse di scienziato alla tubercolosi, da lui definita la malattia della miseria, sostenendo che “..la povertà con tutte le sue conseguenze: con i patimenti del bambino scolpiti nelle ossa gracili, contorte dalla rachitide: è la povertà con l’alimentazione insufficiente, con le abitazioni malsane, dove, nel breve spazio di una stanza buia sono addensate otto, dieci, dodici persone, come ho visto anche a Roma, in mezzo alla più nauseante mefite materiale e morale: è la povertà con la ignoranza e la impossibilità di ogni pratica della igiene, che prepara il terreno sul quale prospererà il germe funesto…”.
A causa dei forti contrasti che continuamente esplodevano all’interno del partito socialista, Badaloni si defilò dalla vita interna del partito, ma non altrettanto dall’impegno sociale, sia nel territorio, sia in parlamento dove condusse una delle ultime battaglie: la richiesta di un intervento legislativo contro il commercio degli stupefacenti mettendo a nudo l’esistenza di una organizzazione criminosa che “introduce il veleno dai centri di produzione all’estero e lo diffonde nel Paese”. Battaglia vinta, con l’ottenimento di una legge contro l’uso degli stupefacenti e dello zolfo bianco.
Badaloni senatore. Gli ultimi anni
Nel 1920 Giolitti lo nomina senatore del Regno compiendo un atto di riconoscimento al grande valore assunto dall’opera svolta in oltre quarant’anni di attività.
Quando il fascismo imperversò, Badaloni ebbe un sussulto politico schierandosi apertamente contro, ma nonostante le pressioni ricevute non volle più rientrare nell’attività politica.
Con il passare degli anni le sue sofferenze aumentarono fino a paralizzarlo e farlo diventare cieco.
Morì in tarda età, nel 1945 novantunenne, in miseria, vivendo gli ultimi anni della sua vita assistito e mantenuto dai vecchi amici, avendo rifiutato l’assegno di sostentamento che il regime fascista voleva assegnargli.
Fu la conclusione di una vita spesa per il bene degli altri che si chiuse con la stessa grande dignità di come era iniziata.
Fu un apostolo, prima ancora che “sindacalista” tenace e politico capace. Il suo parlare dolce e fluido era l’espressione concreta della sua bontà, rettitudine e inflessibilità nel comportarsi con se stesso, come con i lavoratori e gli avversari di classe.
L’opera e la personalità di Badaloni non poteva essere meglio ricordata di com’è stato fatto nell’epigrafe impressa sulla sua lapide nel cimitero di Trecenta e su quella apposta nella sua casa natale a Recanati, con parole di alto significato, intese a tramandare alle generazioni future il ricordo del suo pensiero e della sua opera. Credo che ugualmente importante e significativo sia il riconoscimento spontaneo contenuto in una nota poesia popolare a lui dedicata da Guido Rizzati laddove il poeta in un passo condensa, con semplicità come la gente “sentiva”, l’opera di Badaloni, esprimendosi con queste parole: “l’ha speso tute le so energie e capacità par solevàr la pora zente della poertà.”
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Come citare questo articolo
Gianni Salvarani. “Nicola Badaloni (1854-1945)”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/nicola-badaloni-1854-1945/