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NARRATIVA

Voci

Racconto di Maria Pieroni Felcaro

di Maria Pieroni Felcaro

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 133–135

L’acqua era vicina. Pensava, da quella persona discreta che era, di non lasciare discordie o punti interrogativi: i ragazzi, la sorella rimastale, piano piano avrebbero dimenticato. E poi sarebbe tornato il sorriso nel ricordo, quando l’incalzare della vita avrebbe rinnovato i fiori incantati del mattino e avrebbe portato verso altri affetti.

L’importante era lasciarsi andare così, un po’ come buttare la testa all’indietro e schermarsi dal sole. Abbandonarsi e sparire. Ecco.

La freschezza dell’acqua la aiutò. Passato il primo brivido, avanzò lentamente fino alle ginocchia. Avanzò ancora, ma all’inguine il freddo divenne, molto pungente. Forse, per la tensione del pianto, venne improvvisa l’ondata dei ricordi. Per un attimo si sentì perduta; pensò di non farcela. Pure, voleva rimanere ancorata alla decisione presa.

Ritornarono le visioni delle notti di lùcciole, di prati della prima fanciullezza e la voce della mamma, dolce, unica, rimasta ancora così intatta dentro al cuore da stordirla. E la sua treccia lunga e nera che si scioglieva al levar del capo sul guanciale. E il fratello morto giovane, bello come la giovinezza al suo meriggiare.

Tanto amore che si era vissuto e poi si era perduto in mille rivoli, fra il baluginare stuporoso dei sogni, le dettero struggimento e anche una sorta di fastidio per la pena. Ora anche lei si allontanava dall’amore e dai ricordi.

La morte arrivava come un’onda lunga, strappava l’àncora al fondo del dolore, la spingeva verso l’ultima deriva.

Oltre la collina il fiume si faceva più profondo: oramai i gorghi e i mulinelli si rincorrevano e la spingevano in avanti sempre più decisi. La gonna cominciava ad allargarsi chiara, gelleggiando. Lei stava sicura nella propria determinazione, come in un manto impenetrabile.

Fu a specchio di quell’ultimo pensiero, che l’aria si tinse della luce screziata dell’autunno. Dove il fiume formava un’ansa, quasi un miraggio, apparvero lo spiazzo verde del piccolo prato e il roseto ancora fiorito sul fondo, la casa di bambola ridente oltre il roseto, la cascina irreale.

Da qui una voce dolcissima: una mamma ancora bambina, cantava una nenia davanti alla culla. L’aria ne portava l’eco e il profumo. Un canto celeste, commosso. Allora fu come si aprissero le sponde di un altro fiume, più grande, sonoro, a ridosso dei cieli: il fiume della vita. Dove nel tempo immoto e remoto, da sempre tremavano le albe del mondo. E lei ne veniva circondata, sospinta, trascinata, suo malgrado, ma con una dolce felicità che la portava piano, leggera, su in alto, come nel vento gli aquiloni. Si aggrappò alla sponda vicina con tutta la forza delle braccia e della disperazione, guadagnò la riva.

Sorrise al tenue vagito che veniva dalla culla. L’aria vibrò di vele chiare: suadente la voce della madre, tenue quella del bimbo.

Ora davanti a sé c’erano quel vagito e quella culla; dietro, l’amore grande che aveva vissuto con le sue passioni, che la richiamava e ne reclamava la presenza e l’affidava alla magia dei sogni, che non volevano, non potevano morire con lei. Lumicini spenti erano le pene.

Vedeva le nuvole frantumarsi nel capogiro del vento. Sentiva il respiro degli angeli farsi vicino. Era salva! Ora bastava una stella per ritrovare il cammino.

Era salva! E non si chiese il perchè del dolce mistero.

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Come citare questo articolo

Maria Pieroni Felcaro. “Voci”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/voci/

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