Sono stata una bambina fortunata. Nonostante le condizioni economiche familiari non lo consentissero, ho cominciato ad andare in vacanza al mare già verso i 9-10 anni unendomi alla famiglia di due miei amichetti Sergio e Roberto che abitavano a pochi metri da casa mia.
Ancora piccoli avevano avuto problemi di salute. Abbisognavano di sole, di mare, di cambiamento d’aria; pertanto i loro genitori, lavoratori come i miei, anche a costo di grandi sacrifici, li portavano a Sottomarina, a luglio, per tre settimane.
Regina, la loro madre, pensando che il mare avrebbe fatto bene anche a me, contattò i miei familiari informandoli che quell’anno mi avrebbe portato volentieri con sé per “passare le cure”, come lei diceva. Fece anche intendere che, contribuendo alle spese di soggiorno, avrei alleggerito il suo onere.
La mamma era stata subito d’accordo così, la seconda settimana di luglio, predispone- mmo ogni cosa per la partenza a bordo della “millecento” di Cuca, il tassista del paese.
La partenza
Alla data prefissata venni svegliata che era ancora buio e caricata, insieme a Sergio e a Roberto, nella macchina dove continuammo a dormire mentre Regina e mia madre, sotto la direzione di Cuca, caricavano i bagagli. Una sorta di rito prima della partenza che si ripetè puntuale per alcuni anni di seguito..
Non era un’operazione delle più semplici quella dedicata ai bagagli; chiamarli tali era un eufemismo poiché nel bagagliaio e sopra la vettura c’era di tutto! Le valigie con gli abiti e quelle con la biancheria (lenzuola, asciugamani, tovaglie, persino le coperte); l’ombrellone da spiaggia e gli scatoloni con i viveri necessari per le tre settimane di permanenza. C’erano pure i sacchetti pieni di fior di farina da portare al fornaio in cambio del pane che ci avrebbe dato ogni giorno pagandone la sola manodopera. Per tutta la “villeggiatura” avremmo comprato solamente la carne per il brodo (poca) e la frutta e verdura fresche; tutti gli altri generi alimentari li portavamo da casa.
L’alloggio
Arrivavamo a Sottomarina di buon mattino. Ora comprendo che si partiva così presto perché non si poteva perdere uno solo di quei giorni tanto necessari quanto pagati con lavoro e sacrifici.
Il nostro alloggio era situato al n. 100 di via Murazzo, in una casetta di tre stanze che i proprietari affittavano d’estate ai villeggianti riducendosi a dormire nel sottoscala affacciato su un cortiletto interno dove erano situati i “servizi”: lavandino e gabinetto.
Non ricordo tanto le emozioni della prima volta che vidi il mare, quanto è vivo nella mia memoria il senso di delusione che provai alla vista della stanza dove avremmo abitato.
Ho sempre avuto una fervida immaginazione ancor più arricchita, a quei tempi, dalla continua visione di film di cappa e spada o di storie ambientate nel romantico 800 fra crinoline, carrozze e specchiere dorate. Allorché Regina mi aveva parlato del mare e di quell’alloggio, istantaneamente la mia fantasia l’aveva arredato con tavolo, sedie, divano in stile 800 e naturalmente l’armadio con la specchiera dorata…; mai avrei immaginato una stanza con il tavolo da cucina coperto dalla tovaglia di plastica, il fornello con la bombola del gas per cucinare appoggiato sulla superficie di marmo di un vecchio tavolino, il letto matrimoniale e un letto singolo con i materassi ancora arrotolati e soprattutto l’armadio ad una sola anta a specchio e per giunta rotto in un angolo!
La delusione deve essere stata ben manifesta poiché mi rivedo alcune ore dopo mentre Regina mi sta pettinando i lunghi capelli e mi chiede:
“Che cosa è successo, Loretta? Ti vedo così silenziosa… malinconica…”
“Mi aspettavo tutt’altra sistemazione. Una bella casa, bei mobili…” Le rispondo sottovoce e lei, abbracciandomi, mi spiega:
“Bambina mia! Siamo poveri! Questo è quanto ci possiamo permettere!”
La giornata “tedesca”
A parte quest’impatto deludente, le vacanze si rivelavano un’esperienza fantastica; un appuntamento che, ogni estate, aspettavo con gioia e desiderio.
Le nostre giornate erano scandite da un programma ferreo, stabilito da Regina, che si ripeteva sempre uguale, di anno in anno.
La mattina, la sveglia era alle 7 (o anche prima!) perché bisognava assolutamente camminare fino alla Diga per respirare lo iodio che ci avrebbe fatto bene ai polmoni e ci avrebbe sicuramente evitato di buscarci raffreddori e bronchiti durante l’inverno.
“Ma non potremmo respirare ‘sto iodio anche dalla finestra? L’aria non è sempre la stessa?” Obiettavamo noi assonnati e imbronciati. Niente da fare! E poi camminare ci avrebbe fatto venire più appetito e avremmo mangiato di gusto il grappolo d’uva o la banana che i venditori ambulanti proponevano già nel loro andirivieni lungo il bagnasciuga accompagnandolo con cadenzati richiami.
“Bella uva dolce, belle bana-neee!”
Tornavamo dalla passeggiata passando a prendere il pane fresco poi, mentre Regina preparava i panini per la merenda del dopo bagno, Sergio, Roberto ed io ci cambiavamo per andare in spiaggia. Avevamo il nostro spazio preferito in un tratto di spiaggia libera situato dietro i bagni di una colonia del C.I.S.S. frequentata da ragazzini tedeschi.
Regina copiava i loro ritmi e la loro organizzazione propinandola a noi: merenda alle 10; bagno non prima che fossero passati tre quarti d’ora e della durata di non più di trenta minuti; esposizione al sole fino a mezzogiorno circa, poi a casa per il pranzo.
Nel primo pomeriggio avrebbe voluto che si facesse un sonnellino, ma allorché scendeva a lavare i piatti nel lavandino del cortiletto, noi giocavamo a “poliziotti e contrabbandieri”, il nostro gioco preferito.
Il letto singolo dove io dormivo, coperto da un plaid verde militare, diventava il motoscafo dei finanzieri, mentre il lettone con il copriletto turchese si trasformava nel peschereccio che tornava dall’alto mare carico di pesce e di merce di contrabbando che i poliziotti cercavano di intercettare. Naturalmente, affinché “l’abbordaggio” riuscisse bene ci serviva la corda con la quale erano stati legati bagagli e valigie sopra il tettuccio della macchina e che noi sparpagliavamo tutta sui letti insieme all’inevitabile sabbia della spiaggia che rimaneva appiccicata alle suole dei sandali.
Allorché Regina tornava e trovava tutto quel disordine di letti disfatti e di cose fuori posto ci sgridava minacciosa: “Non vi avevo detto di dormire? Adesso rimettete tutto in ordine e poi, subito in spiaggia!… E stasera, per punizione, niente giretto in piazza!”
L’uscita serale
Il “giretto in piazza” faceva parte della routine serale dell’intera villeggiatura. Ogni sera, dopo cena, si andava all’Astoria a veder arrivare i cantanti.
Assiepati sul vialetto che dal lungomare portava al dancing, aspettavamo allegri, cantando le canzoni del big di turno. Poi, quando, preceduta da poliziotti in motocicletta, arrivava finalmente l’auto del nostro eroe, venivamo spinti dalla ressa fino ai gradini d’ingresso dell’edificio, mentre dalla folla si alzavano voci e strilli diversi di volta in volta.
“È Celentano!… Guarda, c’è Rita Pavone! C’è anche il marito!… Ecco, ecco, arriva la Caselli! Viva Caterina!…”
Di lontano guardavamo salire il gruppetto di persone fra le quali credevamo di riconoscere il personaggio appena osannato; poi, quando la gente lentamente diradava, facevamo ritorno a casa non senza però essere prima passati fra le bancarelle della piazza che, illuminate da decine e decine di lampadine, mettevano ben in mostra la loro mercanzia: colorate gondole veneziane in miniatura, stelle e cavallucci marini essiccati, conchiglie di varie fogge e colori, Madonnine issate su valve di molluschi… Piccoli oggetti, oggi facilmente etichettabili di gusto estremamente kitch, sui quali allora perdevamo gli occhi a fantasticare, a desiderare, a scegliere senza mai comprare. Solamente l’ultima sera di permanenza avremmo potuto spendere le poche lire che ci sarebbero rimaste per acquistare uno di quei regalini che avremmo portato a casa soddisfatti e trionfanti.
Ma le serate non sempre si chiudevano in questo modo. Talvolta, di ritorno dal “giretto”, Regina si attardava a fare crocchio con la padrona di casa e le altre ospiti così noi, insieme ad altri bambini, continuavamo a giocare “ai cantanti” arrampicati sui grandi massi dei brevi tratti residui del Murazzo, l’alta barriera edificata in tempi passati per proteggere dalle mareggiate Sottomarina, quando era solamente un piccolo borgo di pescatori. Poi quando, ormai sfiniti, non avevamo più nemmeno la forza di giocare, andavamo a dormire felici, pronti per una nuova, intensa giornata.
Il mercato di Chioggia
Come di anno in anno si ripeteva il programma della villeggiatura così, ad ogni nuova stagione balneare, si riproponevano i medesimi appuntamenti, come scadenze, sempre le stesse, sempre uguali e al tempo stesso sempre diverse. Tra queste un puntuale riferimento era rappresentato dal mercato del giovedì a Chioggia.
Vi andavamo naturalmente a piedi, ma il nostro interesse non era ovviamente per il mercato in sé, quanto per il Luna Park, davanti al quale passavamo facendo progetti sulle giostre su cui avremmo desiderato salire, su quanti giri di giostra avremmo potuto fare e assillando la povera Regina con le nostre richieste nell’intento di strapparle la tanto desiderata promessa: “Va bene! Va bene! Domani sera verremo senz’altro!”
Dopo aver fatto la spesa compravamo le merendine da un fornaio che era anche pasticciere. Ricordo il profumo che usciva da quel negozio..! L’aroma del pane appena sfornato misto alla calda essenza di vaniglia dei dolci. Io sceglievo un pane dolce e morbido fatto a spirale, dalla crosticina lucida e bruna cosparsa di zucchero che mangiavo lentamente, osservandolo, studiandolo nei minimi particolari, assaporandolo con l’iride degli occhi prima che con le papille gustative.
Regina era di parola e ci portava una o due volte in tutta la stagione, al Luna Park dove facevamo tre giri di giostra su tre giostre diverse. Compravamo le mandorle caramellate o lo zucchero filato e trascorrevamo tutta la serata a camminare tra le giostre guardando e commentando, frastornati dalla musica proveniente dai vari altoparlanti, felici perché questo ci bastava.
L’anguria
Un altro appuntamento molto atteso era quello con l’anguria, il succoso cocomero tipico dell’estate. Nulla di trascendentale né di nuovo. A casa, nei nostri orti, tutti coltivavamo meloni e angurie, ma erano quelle nostrane, lucide e sferiche, non quelle oblunghe, enormi, le cosiddette “americane” che in dialetto chiamavamo “biri”, senz’altro meno saporite delle nostre, ma di moda e perciò più ricercate.
Anche l’uscita serale per la fatidica fetta di anguria costituiva per noi un evento atteso ed apprezzato. Andavamo a mangiarla (una volta sola) seduti alle lunghe tavole dei chioschi. Regina ne ordinava mezza, tagliata in quattro grosse fette, serviteci direttamente sulla tovaglia di plastica che il garzone dell’anguriaro” di volta in volta, all’alternarsi degli avventori, puliva velocemente con un colpo di spugna, lasciandole sempre un tantino appiccicose. Gustavamo quel frutto succoso e dissetante, addentandolo direttamente e sbrodolandoci dalla bocca fino ai gomiti, ridendo mentre sputavamo i semini incuranti dei rimbrotti di Regina.
Alla foce del Brenta
Non poteva poi mancare l’escursione alle foci del Brenta. Aspettavamo trepidanti questo avvenimento che ci avrebbe sottratti alla solita routine giornaliera di diga-ombrellone-spiaggia.
Innanzitutto ci alzavamo più tardi del solito; Regina preparava solerte la borsa con i panini e gli asciugamani quindi, raggiunta la spiaggia, camminavamo lesti e senza brontolare, a piedi nudi sul bagnasciuga, in direzione del Brenta. Man mano che ci lasciavamo alle spalle file e file di ombrelloni multicolori, apparivano gli orti dove i sottomarinesi coltivavano le verdure che poi rivendevano ai villeggianti, quindi si apriva una vegetazione fitta e lussureggiante: la riva del Brenta.
Non ricordo di aver visto mai la foce. Probabilmente l’intrico di piante e arbusti non ci consentiva di arrivare al corso del fiume; ci fermavamo però sulla spiaggia deserta e lì passavamo ore e ore a raccogliere conchiglie o a cercare pezzi di vetro e rari sassi lisciati e modellati dalle onde.
L’acqua era limpida e trasparente… ogni tanto col cavo della mano me ne portavo un po’ alle labbra per misurarne, curiosa, la maggiore o minore salinità dovuta alla vicinanza del fiume. Regina non ci permetteva di fare il bagno per il timore che il fondo presentasse improvvise buche e ci spaventava dicendoci che il mare ci avrebbe inghiottiti. Stranamente non brontolavamo: ci bastava vivere la diversità di quella giornata…
Così trascorrevano le tre settimane di villeggiatura che Regina si ostinava a chiamare “le cure”. Per me erano semplicemente “il mare” e, l’ultimo giorno, dopo aver preparato le valigie, allorché vedevo apparire la macchina di Cuca che ci avrebbe riportati a casa, mi sentivo invadere subito da un’acuta nostalgia per quelle giornate così spensierate, piene di colori, di profumi, di momenti felici che piano piano, inesorabilmente, sarebbero svaniti.
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Come citare questo articolo
Loretta Stocco. “La villeggiatura”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-villeggiatura/