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POESIA

Il quadro

di Rosetta Menarello

Ventaglio Novanta n. 35 2007 pp. 129–131

La finestra incorniciava il gatto accovacciato sul davanzale mentre il cielo, d’un grigio azzurrino, gli faceva da sfondo. L’autunno era ormai avanzato. Le giornate brevi, e sempre più fredde, impedivano ad Anita di uscire. Forse era meglio così, perché il silenzio che la circondava in quella grande casa le comunicava un senso di riposo e favoriva lo scorrere dei pensieri e dei ricordi in modo fluido e gradevole, tanto da darle talvolta l’impressione di assistere ad un film.

Cenere era il suo gatto. Si chiamava così per via del colore: un bel grigio uniforme e morbido nel quale si aprivano due occhioni verdi e talmente sgranati da sembrare una costante esclamazione di fronte a ciò che aveva intorno. Cenere amava stare in giardino, forse per divertirsi a cacciare i passeri che, appena lo avvistavano, si agitavano in voli disordinati scomparendo tra i rami quasi spogli. Lui allora, sdegnoso, saltava sul davanzale, al riparo dal vento, aspettando che Anita gli aprisse la porta per farlo entrare in casa.

Ora quegli occhi verdi, variegati di pagliuzze marrone scuro, erano lì a scrutarla con il segreto desiderio di leggerle dentro, nel cuore chiuso come uno scrigno, sepolto come un tesoro che l’isola della sua casa era diventata. Lei era come quelle strane creature di antiche fiabe che vivevano isolate e solitarie, appesantite da cattive dicerie, costrette a stare lontane dal mondo perché non avevano il coraggio di lottare per riscattare la loro soffocata umanità.

Gli occhi di Cenere divennero i cerchi concentrici e ondulati sull’acqua del laghetto. Pluf, pluf… i sassolini lanciati dai bambini dalle rive creavano segni di figure in realtà mai nate perché già disfatte nel momento in cui si delineavano. Tra i piccoli c’era Gabriele: vivace ed intelligente che faceva da “capo”. Lui guidava la piccola comitiva all’esplorazione del parco della villa.

Anita ne era la proprietaria, ed i bambini venivano di nascosto irrompendo da uno squarcio nella recinzione per cercare nidi sui rami più alti o per giocare sulle rive del laghetto al centro della massa verde. Lei, la signora, fingeva di non vedere quella combriccola che sgattaiolava tra l’erba e diventava una manciata di coriandoli colorati lanciati sul prato. Però ogni volta aveva un balzo nel petto: erano i figli che lei non aveva; erano le voci della vita che non erano venute a bussare alla sua porta…

Evitava di intervenire, restando rintanata in quella casa, rispettata dai dipendenti che ne riconoscevano le inossidabili qualità organizzative: una piccola regina in un “feudo”, che da decenni era il cuore del paese. Ma un giorno, incuriosita più del solito all’entrata furtiva dei ragazzini, di nascosto si era avvicinata per osservarli: voleva sapere cosa li attraeva della villa e del parco. Arrivata vicino al laghetto s’era nascosta dietro un cespuglio d’alloro…

Aspettò… Sentì le voci lontane avvicinarsi sempre di più. Non erano in tanti. Sbirciò tra le foglie: erano in tre. Riconobbe Gabriele che teneva tra le mani una canna da pesca mentre gli altri due lo seguivano con i barattoli delle esche. Il ragazzino aveva lo sguardo aperto, gioioso ed evidenziava negli atteggiamenti e nelle parole un già ben definito temperamento, dato che gli altri sembravano pendergli dalle labbra.

Quando la canna fu pronta, il ragazzino la calò con gesto sicuro. Anita, presa da uno strano impulso, uscì dal suo nascondiglio. Il suo sguardo incontrò quello del bambino che si rabbuiò di colpo gridando: – La strega! Scappiamo ci ha visti! – Anita si sentì allora al centro di un deserto. Lei era una di quelle pietre nate dall’agglomerarsi dei granelli soffiati dal vento. Fu allora che il cuore le si fece definitivamente scrigno. Tornò lentamente sui suoi passi e percorse il viale d’ingresso. La grande casa la accolse come un protettivo grembo materno.

– Ora che hai chiuso la porta – sussurrò – puoi ascoltare il ticchettio del tempo: giorno, notte… luce, buio… fluidi versati nel calice della vita… La porta si era chiusa. Fuori il mondo, dentro lei.

* * *

Gli alberi si erano coperti di foglie per tante stagioni ed erano diventati gialli come tramonti autunnali. Cenere sgranava i suoi occhi perennemente stupiti, incorniciato dalla finestra.

Aveva letto tantissimo Anita, accanto a quel quadro naturale. Le parole scritte da altre persone entravano nello scrigno del suo cuore lasciandovi un’impronta dapprima appena accennata, quasi impercettibile, poi sempre più profonda. Era entrato in lei un desiderio lieve e poi struggente di conforto che saziasse la solitudine. Erano passati tanti anni dal giorno in cui aveva incontrato i ragazzini, ma gli occhi impauriti ed al tempo stesso decisi di Gabriele le erano rimasti nella mente.

Fu sfogliando un quotidiano che ritrovò quello sguardo: il titolo a grossi caratteri la colpì. “Gabriele Resi, un’esplosione di colori sotto cieli infiniti”. Era la denominazione di una mostra che si teneva in una vicina città.

Decise incuriosita di andare a visitarla. Si vestì con una cura da tempo dimenticata e si recò alla galleria citata nell’articolo. L’esposizione era allestita in un antico palazzo del centro storico. Entrò prendendo dal tavolino all’ingresso un dépliant nel quale erano sottolineate notizie sul giovane autore.

L’atmosfera era raccolta e le luci sapientemente posizionate davano all’ambiente un’impronta rilassante ed allo stesso tempo attraente. Anita percorse l’itinerario della mostra con crescente entusiasmo. Quei quadri le davano un forte senso di dimenticata serenità. Gli spazi sembravano uscire dalle tele per farsi cielo, prati fioriti, alberi dai rami aperti all’entusiasmo, al grido di gioia che anima la vita.

Poi lo stupore improvviso ed inatteso la fece scoppiare in una risata liberatoria… L’ultimo quadro rappresentava un laghetto. Vicino alla riva s’infoltiva un cespuglio dal quale si vedeva spuntare una donna tale quale a lei. Il titolo: LA STREGA (ricordo d’infanzia).

Al suo improvviso ridere alcuni dei visitatori si voltarono verso di lei. E tra quegli occhi riconobbe quelli di Gabriele! Ora era un giovanotto che le tendeva la mano sorridendo.

– Le piace? Non si sorprenda per il titolo, signora! In quel quadro c’é un po’ del mio mondo infantile, di quello che ho lasciato al paese dopo che mi hanno costretto a vivere in città. I miei lavori sono tutti figli di quella nostalgia cronica che si é insinuata nel mio cuore al momento del distacco dal mio ambiente. Il giardino della villa, il laghetto, gli alberi sui quali ci arrampicavamo sono sempre presenti nei miei lavori e quel cielo è come il mio grido di libertà! –

Anita sorrise: – Posso acquistare “LA STREGA?” Lo vorrei perché mi piace. Quella sono proprio io! Una vecchia noiosa che impaurisce i bambini! Il giorno in cui siete scappati mi ha fatto riflettere perché ha confermato la mia natura così scontrosa e solitaria.

E da allora sono vissuta avvolta nella tristezza, volontariamente incapace di mescolarmi agli altri, priva dello slancio necessario per aprire questo cuore-scrigno e prigione! Il quadro è un segno al quale devo una risposta! –

Gabriele era stupito, impreparato ad una considerazione simile, semplicemente per un quadro! Poi tutto gli fu chiaro: ogni fatto è parte di un disegno, di un’armonia che a volte diventa… disarmonia scolorandosi nelle tristezze della solitudine.

Anita gli strinse la mano e chiese che il dipinto fosse incartato e spedito a casa sua. Da esso era uscita la sua anima ritrovata. Lo scrigno si era aperto per mostrare i luccichii del piccolo tesoro che conserviamo nel cuore…

Il cielo si fece vela e navigò verso l’infinito rubando l’aquilone della nostra anima.

E’ forse Dio il bambino che lo tiene per un filo invisibile affinché non si perda?

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Come citare questo articolo

Rosetta Menarello. “Il quadro”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-quadro/

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