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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il tempio di Valliera

Una chiesa-santuario dedicata alla “Madonna dell’autista”, nata per dare una risposta al carattere nomade dell’uomo moderno

di don Gabriele Fantinati

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 36–39

Certamente originale ed unico sotto l’aspetto architettonico, nel panorama delle chiese della diocesi, si presenta il tempio di Valliera. Percepisco tanta disinformazione leggendo qualche articolo di giornale o incontrando qualche persona, a proposito delle forme e dello stile di questa chiesa parrocchiale-santuario dedicata alla “Madonna dell’autista”, situata a lato della strada che da Adria porta a Rovigo, lungo la quale ogni giorno transitano nei due sensi migliaia di veicoli.

Né l’architetto Giovanni Cerutti di Mestre, che la progettò, né il suo ex-parroco don Settimo Malin, che la volle con forza, possono più spiegarne agli abitanti della piccola ma attiva comunità, situata alle porte di Adria, il significato delle linee architettoniche e dei simboli. Tenterò di fare del mio meglio come attuale pastore di questo gregge e per quanti, transitando lungo la trafficata arteria, sono attratti dalla moderna costruzione.

Anzitutto, ricordiamo, che si tratta di una chiesa tutta intonata alla riforma liturgica proposta dal Concilio, conclusosi solo pochi anni prima della realizzazione di questo sacro edificio. Di fatto l’opera ebbe inizio il 24 novembre 1971 e fu consacrata il 31 maggio dell’anno Santo 1975.

Iniziamo sottolineandone le novità architettoniche.

Le strutture portanti del tempio sono in cemento armato. La copertura, di forma particolare, del tipo “a vela”, si presenta come un tendaggio, sostenuto alle estremità da due massicci portali di calcestruzzo a vista ed è tutta ricoperta da lamiera di rame. Detta copertura in cemento armato non intendeva risaltare come una struttura rigida ma come un telo teso. Il problema delle coperture laterali è stato risolto brillantemente con la costruzione di piani paralleli degradanti, tra i quali penetra all’interno la luce.

Il disegno globale di questa struttura richiama, in modo inequivocabile, la Tenda della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo, come il Signore dichiarò solennemente nel cap. 25 del libro dell’Esodo al popolo ebreo che iniziava, tra mille difficoltà, interne ed esterne la lunga marcia nel deserto, dall’Egitto verso la terra Promessa: “Essi mi faranno un santuario ed io abiterò in mezzo a loro”. Tenda che veniva smontata e rimontata, conforme gli ordini divini, ad ogni tappa del lungo e faticoso viaggio.

Di fatto i pali che sostengono idealmente il telo della tenda sono innalzati, nella chiesa di Valliera, all’inizio (dove si trova il luogo della Penitenza) e alla fine (dove è ubicato l’altare del Sacrificio) con un ampio corridoio centrale, (dove la vela si abbassa verso l’assemblea), che conduce il fedele dal luogo della purificazione e della schiavitù, dall’Egitto, al luogo della salvezza e della liberazione, il sacrificio redentore.

Se vogliamo, possiamo pure considerare l’ampia e luminosa aula interna del tempio, nella sua originale forma concentrica, come una grande sala nuziale, dove il Re convoca gli invitati, da ogni latitudine, verso il banchetto.

Anche le cinque sottili lastre di marmo, di colori diversi, che dal fonte battesimale escono e vi scendono, possono ricordare i cinque grandi continenti del mondo, tutti chiamati all’unica vocazione di diventare figli di Dio.

E la prima evidenza, per chi entra in questa chiesa, non è una immagine sacra, pure tanto cara al cuore e alla devozione di tutti, ma la tavola, l’altare, verso il quale tutto converge.

Al tempo stesso, quest’aula delle nozze, una volta inserita in quella simbologia che evoca evidentemente la tenda, sta a significare la provvisorietà del nostro “transitare” terreno.

Il pericolo di essere trovati senza l’abito nuziale esige una profonda coscienza di non ritenerci definitivi ma bisognosi di continuo rinnovamento, inseriti come siamo nel “già e non ancora”.

La mancanza di una porta nella facciata pare ancora a molti un elemento di originalità eccessiva, ma se si pensa alla chiesa dell’autostrada, alle porte di Firenze, terminata dal pistoiese Giovanni Michelucci, nel 1968, pochi anni prima dell’erezione del nostro tempio di Valliera, si scopre che anche là non si entra in chiesa direttamente ma attraverso un lungo atrio che ha lo scopo di preparare il fedele all’ingresso nell’aula di preghiera.

Gli spazi e le risorse economiche a disposizione dei nostri padri, oltre trenta anni fa, non erano sufficienti ad ottenere lo stesso risultato ma il senso doveva essere certamente quello.

In definitiva quello di Valliera, si presenta come un tempio nato per dare una risposta al carattere nomade dell’uomo moderno, che instancabilmente cerca la pace, simbolo di una chiesa itinerante che si fa compagna di viaggio in questa ricerca.

Manca ancora, per cogliere appieno la vocazione di questa chiesa-santuario “di sosta” per il pellegrino, per il fedele ma anche per chi vuole sostare e recuperare le proprie energie spirituali, una adeguata ristrutturazione logistica con la creazione di spazi e luoghi adeguati.

Certamente Valliera troverà, nei prossimi anni, rinnovata forza di volontà perché l’originale tempio divenga, a pieno titolo, “chiesa dell’autista e del viaggiatore”.

L’antico oratorio di Valliera

Ben diversa l’architettura della chiesa di Valliera, danneggiata gravemente dall’alluvione del 1951 che fece nascere nella popolazione locale il desiderio di un tempio più ampio e rispondente alle nuove esigenze.

Si trattava più che altro di un oratorio, più volte riedificato nel corso dei secoli, la cui prima documentazione – come ricorda Alberino Gabrielli nel suo “Comunità e chiese nella diocesi di Adria-Rovigo” risale al 1658, allorché il N. H. Ottaviano Valier (ecco spiegata anche l’origine del toponimo) la citò nel suo testamento.

Ai Valier, nobili veneziani proprietari di vaste campagne in Polesine, spettava pertanto l’onere principale per il mantenimento della chiesa dedicata a San Rocco. Il bene passò poi ai Priuli, come viene documentato in un resoconto stilato nel 1749 dal vescovo Trevisan-Suarez, che, a seguito della visita pastorale, ebbe modo di lamentare l’estremo disordine in cui si trovava l’oratorio.

Migliori le condizioni del tempio a fine Ottocento, come risulta dalla visita del vescovo A. Polin, dalla cui relazione si apprende che l’oratorio, di recente ricostruzione, era in grado di contenere quattrocento persone ed era dotato di tre altari dedicati rispettivamente a S. Rocco, alla Madonna del Rosario e all’Immacolata. Più carenti le condizioni del campanile, con tre campane, che si presentava “un po’ traballante”.

Solo dopo la seconda guerra mondiale Valliera è elevata al titolo di parrocchia, con bolla vescovile del 2 ottobre 1947 e soltanto nove anni dopo, nel 1956 viene concesso il riconoscimento civile con decreto del Presidente della Repubblica. In tale data erano già stati riparati i danni dell’alluvione del ‘51, con la ricostruzione del campanile ad opera del Genio civile, ma già si pensava ad un nuovo edificio più rispondente alle nuove esigenze.

Il progetto del nuovo tempio, elaborato dall’arch. Giovanni Cerutti di Mestre vide lo Stato assumersi l’onere di 30 milioni per la costruzione del rustico. I lavori, più volte interrotti, videro alla fine la conclusione nella primavera del 1975.

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Come citare questo articolo

don Gabriele Fantinati. “Il tempio di Valliera”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tempio-di-valliera/

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