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STORIA - TRADIZIONI

Il ritorno del “baseganin”

Consistente la produzione vinicola polesana nell’Ottocento. Un piano di sostegno alla Scuola Enologica di Conegliano

di Ventaglio Novanta

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 76–77

Un vino del tutto sconosciuto oggi il “baseganin”.

Non era così mezzo secolo fa quando si meritava apprezzamenti sinceri da vari cultori del nettare di Bacco e in particolare da un pioniere di un turismo naturalistico in Polesine, quale fu il prof. Luigi Salvini che ne parlò con accenti nostalgici nel suo celebre libro "Una tenda in riva al Po". La bottiglia col vino tipico polesano – annotò il prof. Salvini – “avvolta con l’erba e nascosta sotto i pajai, si offriva come una mammella da cui succhiare sogni e sole. Un vino leggero e profumato, un vero elisir che la terra polesana fa maturare in piccoli oasi a conforto dei nebbioni, delle scalmane e dei guai”.

Oggi – in tempo di riscoperta delle tradizioni più genuine della terra dei fiumi – è partita una specie di crociata per salvare il vitigno ormai pressoché scomparso che si coltivava specialmente nelle corti di Bellombra, ma anche in varie altre zone del Polesine, e cresceva con ottimi risultati ai margini degli antichi paleo-alvei sabbiosi.

Paladina di questa importante azione di salvaguardia dell’uva “basegana” si è fatta l’associazione Slow Food in accordo con il Comune di Adria. Nella primavera scorsa gli innesti provenienti dal fondo Fornazzo sono stati posti a dimora in alcune aziende, tra queste l’azienda vitivinicola La Mainarda, con l’obiettivo di salvare il vitigno dall’estinzione e di arrivare a produrre il baseganin.

Ottime quindi le premesse per poter gustare nei prossimi anni qualche bicchiere di un vino veramente autoctono.

Un’iniziativa questa in controcorrente con la progressiva rarefazione dei vigneti polesani e la diffusa idea che la nostra non sia assolutamente una terra idonea per la viticoltura.

Ma un tempo – circa 150 anni fa – c’era invece chi scommetteva sulle potenzialità vinicole polesane, tanto da impegnare il Consiglio Provinciale in un’azione a sostegno del progetto di una scuola enologica regionale da realizzare a Conegliano o, in alternativa, alla Praglia in provincia di Padova. Dalla frequenza dell’istituenda scuola ci si attendeva ovviamente una positiva ricaduta per la viticoltura polesana.

Una puntuale informazione sulle attese dell’epoca ci viene offerta da Elios Andreini nel volume “La destra storica al governo in Polesine 1869-1877”, che ci documenta – con una narrazione venata da un piacevole humor – come, in data 22 dicembre 1874 il consiglio Provinciale sia stato, tra le altre cose, impegnato nella discussione del contributo a favore della scuola enologica trevigiana.

Questi i fatti come ci vengono illustrati dalla frizzante penna di Andreini.

“Da Treviso era venuta la proposta Carpené-Carletti per l’istituzione di una scuola enologica. Corso di due anni, 20 allievi, 40.000 lire per l’impianto, 25.000 per la gestione.

Petrobelli, il dotto, era stato della partita a rappresentare il Polesine. Rovigo avrebbe preferito la più vicina Padova, il Monastero di Praglia, altro frutto prelibato derivato dalla soppressione dei beni ecclesiastici. Ma da Conegliano era partita l’idea, unita alla disponibilità dei locali e del terreno.

Tanto interesse del Polesine era dovuto ad un paesaggio agricolo profondamente diverso dall’attuale. La produzione annua di vino si aggirava attorno ai 120.000 ettolitri. Molto se si pensa che Treviso era sui 200.000 e Padova sui 310.000.

Dall’elenco dei possidenti impegnati nella coltivazione della vite, Papadopoli, Selmi, Gobbatti, Ballarin, Salvagnini, Picinali, si ricava che i grappoli splendevano al sole nelle diverse aree della provincia, nelle zone bonificate di recente e in quelle di antica coltivazione. E ai proprietari, alcuni consiglieri, non sfuggiva di certo che dai vini cattivi si trae un modesto ricavo.

Altrove, all’estero, si eliminavano i difetti a seconda dell’annata, si conoscevano i segreti e i trucchi. I vini francesi si vendevano lontano e a prezzi altissimi, i nostri non si allontanavano dal campanile. Il mondo antico attendeva il Falerno, il moderno le mode e i vini di Francia. Danneggiati quindi i produttori e colpiti i consumatori adusi a "turpi avvinazzamenti". Un buon vino (quale bestemmia), secondo il Caccianiga, poteva garantire una più alta moralità, allontanando da "passioni violente".

La strada per la Scuola Enologica era pertanto doverosa e giusta; eccessiva invece l’euforia polesana, se si pensa che nella zona di Lendinara un ettaro di vigneto espropriato per la costruzione della ferrovia (possidente non definito, forse Petrobelli) era stato pagato 20.000 lire, cifra clamorosa, equivalente a sette! annualità del segretario generale della Provincia.

Escluso ogni illecito, viene da pensare ad un contratto firmato sotto l’effetto di un ottimo nettare, di quelli cioè che, a detta degli esperti, favorivano la moralità. Per fortuna la strada ferrata attraversava anche campi di granoturco o terreni ingrati, altrimenti il costo degli espropri o degli accordi bonari avrebbe provocato un doppio disastro: l’eliminazione di alberi miracolosi e l’esaurimento dei fondi prima dell’appalto alla Società Veneta.

A rappresentare la Provincia in quel di Treviso fu eletto Marchiori”¹.

Approvata dunque la proposta di sostegno all’iniziativa trevigiana, caldeggiata dal consigliere lendinarese Domenico Marchiori, il Consiglio Provinciale fu chiamato dopo otto mesi a ratificare la delibera, stabilendo modalità e tempi del contributo polesano. L’argomento fu messo all’ordine del giorno per la seduta del 18 agosto 1875, come ci informa di seguito Andreini.

“Nel dicembre del 1874 si era detto di sì, in linea di massima, all’idea di concorrere alla istituzione di una scuola per vignaioli a Conegliano. I mesi trascorsi non erano stati sprecati. La Provincia di Treviso si era impegnata per 10.000 lire annue per 20 anni. Analogo sforzo ci si attendeva dal Governo.

Il Comune di Conegliano, spinto dai produttori Bellati e Carpené, si esponeva addirittura per 90.000 lire, tra fabbricati, terreni e contributi. Per bruciare le tappe, lo statuto era stato copiato da quello di Altamura, già ratificato da Roma. Si attendeva la risposta dalle altre province venete. Solo Padova resisteva, sognando ancora di collocare analoga scuola nel Convento di Praglia, tra quiete stanze e ridenti colline.

Rovigo, esente da simili ambizioni, ma protagonista nella produzione di vini, si dichiarò pronta per 1.000 lire una tantum per le spese di avviamento e per altrettante per 20 anni, nella comune speranza di avere soprattutto dei buoni vignaioli, piuttosto che degli èsperti "agenti di vigneti e di cantine". Il Bellati ebbe a dire: "meglio dei flebotomi che dei cerusici". Una scuola per tecnici quindi. Per il resto bastavano i proprietari disposti a scommettere sull’uva, in una pacifica guerra con gli aristocratici austriaci.

In Consiglio obiezioni vennero dal Parenzo sulla durata dell’impegno (20 anni), quasi una garanzia assoluta, e in negativo, contro la tanto auspicata scuola di Agraria in Polesine. Gli rispose con insolita enfasi il Marchiori, che arrivò persino a sostenere “l’identità, tra Treviso e Rovigo, delle condizioni geologiche”. Euforia scientifica da vino!

Il Consiglio allegramente mediò. I vent’anni potevano intendersi anche "scomposti", di cinque anni in cinque anni. Nessuno, né l’entusiasta Marchiori, né lo scettico Parenzo, previde – forse non era neppure ipotizzabile – che nell’agricoltura polesana le vigne sarebbero progressivamente sparite”².

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Come citare questo articolo

Ventaglio Novanta. “Il ritorno del “baseganin””. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritorno-del-baseganin/

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