Senza la politica, Eros Scavazza ed io non ci saremmo incontrati. Troppo diverse le nostre età per produrre significative esperienze di vita comuni.
Ci conoscemmo all’inizio degli anni ‘70: lui vicesindaco socialdemocratico di una giunta centrista, io giovanissimo segretario della sezione comunista di Trecenta. Posizioni diverse, quasi sempre in antitesi; anni di scontri politici radicali, di sanguigne polemiche ideologiche che non debordarono mai però da un reciproco rispetto personale: ci riconoscevamo infatti una medesima coerenza ed onestà intellettuale e un agire politico disgiunto da interessi personali.
Ricordo in particolare quando, nell’estate 1972, impegnati noi ad organizzare la prima festa de l’Unità dopo anni di inerzia, il messo comunale ci recapitò una diffida firmata da Eros che, se ottemperata, avrebbe prodotto la sospensione della festa. Ritenendo infondato il presupposto della diffida, proseguimmo nelle nostre attività e rispondemmo a festa finita, con una lettera ironica e a tratti sarcastica. Diciotto anni più tardi, uniti nella stessa lista amministrativa, stavamo lavorando alacremente alla propaganda elettorale quando all’improvviso, come se il fatto fosse avvenuto qualche giorno prima, Eros sbottò: “Adesso ho capito chi ha scritto quella lettera!”. Ammisi la mia “colpa”, fra le risate divertite dei presenti.
Nel 1990 ci presentammo nella stessa lista elettorale che metteva assieme comunisti, verdi, socialdemocratici, socialisti anticraxiani, cattolici: il collante profondo che ci univa era il fastidio crescente per l’invadenza insopportabile di partiti trasformatisi ormai in camarrille clientelari. Lavorando assieme per quattro anni, avemmo modo di approfondire la nostra conoscenza. Lui apprezzava la nostra sistematicità nel lavoro, noi il suo intuito, la sua capacità di cogliere rapidamente l’essenza delle cose, la sua ironia acuta e dissacrante.
Una sera eravamo impegnati assieme in una riunione della Commissione per la redazione dello Statuto del Comune. Alcuni articoli trovavano un consenso immediato e unanime, altri richiedevano discussioni e modifiche del testo seduta stante. Eros, seduto al mio fianco, intervenne e, con la facilità di parola che lo contraddistingueva, parlò a lungo. Io utilizzai quel tempo per modificare il testo di un articolo e proporlo per la votazione. A riunione finita mi sibilò in un orecchio: “Ho capito che stavi elaborando le modifiche e sono intervenuto per darti il tempo che ti serviva”.
Eros era dotato di una incredibile capacità di affabulazione. Poteva parlare per ore, con grande proprietà di linguaggio, passando da un argomento ad un altro senza perdere l’attenzione di chi lo stava ad ascoltare. Quando lo seguivo divertito nelle sue affabulazioni e osservavo la mimica del suo volto, mi ricordava Dario Fo: forse non si era mai posto il problema ma, volendo, avrebbe potuto calcare con successo il palcoscenico. Questa sua felice logorrea, infarcita di subordinate ognuna delle quali manteneva una propria razionalità logica, faceva disperare i segretari comunali obbligati a verbalizzare i suoi interventi in Consiglio.
Eros non sapeva frenarsi nei confronti di persone che non stimava. Poteva iniziare il suo intervento sobriamente ma, passati pochi istanti, erompeva in una sequela di battute, citazioni e frasi ad effetto che avrebbero potuto stroncare un elefante. All’avversario accusato di ipocrisia ricordava che “il buon Dio accoglie anche le puttane purché riconoscano di essere tali” e, infastidito per le superficiali improvvisazioni di un assessore, lo consigliava di “dotarsi di una fisarmonica e di un pappagallo sulla spalla e di girare le fiere di paese”. Battute pungenti ed efficaci le sue, cosicché l’assessore pigro e lento nel lavoro divenne “il gattotardo”, il consigliere socialista che non disdegnava il buon vino “Avanti!, c’è mosto”, l’assessore all’istruzione e il presidente della biblioteca visibilmente inidonei a ricoprire quegli incarichi “i tonti di Riace”.
Una certa vulgata, alquanto semplicistica, ha cercato di accreditare a Trecenta l’idea della futilità e della vana perdita di tempo prodotta dagli interventi fiume di Eros. I sostenitori di questa tesi, confondendo la forma con la sostanza, sbagliavano.
Voglio ricordare un episodio, importante non solo per il paese. Quando la maggioranza portò all’approvazione del Consiglio l’insediamento di un inceneritore di pneumatici usati, che dovevano confluire a Trecenta da mezza Italia, intervenimmo contrastando decisamente l’iniziativa. Eros svolse uno dei suoi interventi fiume, denunciando l’inquinamento che l’inceneritore avrebbe causato al territorio. L’intervento fu appassionato ma corretto finché, provocato dalla dichiarazione di voto favorevole di un consigliere anziano che ebbe la sfrontatezza di vantarsi di non aver letto una riga della copiosa documentazione a disposizione, Eros perse il controllo ed eruppe in una sequela di insulti che portò alla sospensione del Consiglio. Certo, quella sera noi conducemmo una dura opposizione ma resto convinto del fatto che, senza quella drammatizzazione dell’evento prodotta dalla sensibilità ferita di Eros, l’inceneritore sarebbe passato producendo un ulteriore vulnus ad una provincia già pesantemente inquinata.
Eros sapeva coniugare aspri toni polemici con improvvisi slanci di cortesia, come quando ad una signora, che dovette sorbirsi una torrenziale sequela di improperi telefonici indirizzati al marito che non aveva mantenuto la parola data, fece recapitare un mazzo di fiori accompagnato dalle sue scuse verbali.
Eros mi faceva entrare, talvolta, nelle sue segrete stanze. Mi parlava del fratello Orlando, partigiano, impiccato dai fascisti a Rivoli Torinese e del dramma che, bambino, respirò nelle stanze di casa. Mi parlò spesso della morte volontaria datasi dall’anziano padre, che aveva lasciato in lui una lacerazione profonda.
Ricordo l’emozione che seppe provocarmi quando mi confidò dell’empatia che, in un pomeriggio d’estate, instaurò con un frondoso albero del suo cortile e dell’inarrestabile impulso di abbracciarlo, avvertendo una sorta di fremito scorrere tra l’albero e lui.
Eros si interrogava sul mistero del dopo, coinvolgendomi nella sua ricerca. Quando gli dissi che sul piano soggettivo dopo la morte avremmo vissuto non un’altra vita ma la stessa condizione conosciuta prima della nostra nascita, e cioè il nulla, stette ad ascoltarmi in silenzio. Ad ogni successivo incontro tornava su quella tesi, riferendomi del turbamento che gli aveva provocato.
Poi vennero i giorni cupi del fastidio e del disinteresse per le cose del mondo. Quando, una decina di anni fa, alle soglie dei sessantanni, mi disse che la sua vita era finita, provai a contrastarlo ma avvertii l’inutilità e l’inopportunità del mio tentativo. Certo, non facevo altro che spingerlo a fare quello che lui stesso aveva scritto in una sua poesia: “Cerca / a mani tese / la tua vita da vivere”. Ma Eros aveva davvero chiuso col mondo e nella sua mente declamava ormai altri suoi versi:
Giorno dopo giorno si spegne l’entusiasmo; pesante si curva la fronte stanca; viene silenziosa la morte inattesa. […] Giorno dopo giorno, passo dopo passo, infinitamente lontano si perde l’orizzonte in questa pianura senza radici.
Caro Eros, tu lo sai – ne abbiamo parlato spesso – cosa penso del dopo. Ora però mi piace pensarti immerso nei “silenzi saturi di musiche armoniose, ricche di echi pagani e richiami mitici”, impegnato “a bussare al mistero della vita”. Ciao Eros.
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Come citare questo articolo
Vittorio Tommasin. “Eros Scavazza”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/eros-scavazza/