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MUSICA & TEATRO

La Pupilla

La curiosa vicenda di un intermezzo goldoniano rappresentato a Rovigo nel carnevale del 1764

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 108–111

In una delle sere della Stagione di carnevale del 1764, era andato in scena al Teatro Roncale di Rovigo* un «Intermezzo a tre voci» su testo di Carlo Goldoni. Gli interpreti erano, secondo quanto recita il frontespizio del libretto, stampato per l’occasione, Vincenzo Bellanti, Giambattista Bassanese e Sante Goggia. Il Teatro Roncale era attivo ormai da oltre un sessantennio specialmente nella rappresentazione di opere buffe e intermezzi, così che il nome di Goldoni, nella sua veste di poeta per musica, non era certo sconosciuto.

Non era, invece, noto quell’«intermezzo a tre voci», che neppure recava un titolo e che rivendicava i suoi quarti di nobiltà soltanto grazie alla risonanza del suo autore il quale, peraltro, dal canto suo, si trovava già da un paio d’anni in terra di Francia, al servizio dei “Comédiens Italiens du Roi».

Appariva, perciò, improbabile che Goldoni avesse scritto il testo di un «intermezzo» per il teatro rodigino, preso com’era, in quel momento, dalla necessità di garantirsi un difficile successo sulle scene parigine.

Che si trattasse, allora, di un libretto riadattato per l’occasione era ipotesi molto più vicina alla realtà, come, del resto, lasciava sospettare l’assenza di un titolo.

E, infatti, quell’«intermezzo a tre voci» altro non era che La Pupilla, un lavoretto composto addirittura trent’anni prima per il capocomico Giuseppe Imer. Un esercizio di poco conto che, però, aveva subito riscosso il favore dei pubblico, tanto da essere riproposto, nel 1737, a Firenze e, diciannove anni più tardi, a Bologna, per la Stagione del carnevale. Né la fortuna di quel testo finì lì, dato che nel 1896 lo rispolverò e rimusicò Gialdino Gialdini a Trieste e, nel 1908 a Roma, ci tornatò sopra il compositore Giuseppe Mancini.

Ma torniamo al ‘700 per evidenziare che proprio La Pupilla aveva presieduto agli esordi scenici del commediografo veneziano.

Al genere dell’«Intermezzo», difatti, Goldoni non aveva lesinato attenzione e qualche energia, visto che ne aveva scritti ben quindici, in un arco di tempo che va dal 1732 al 1759, disseminandoli fra i suoi cinquantacinque libretti per «drammi giocosi» e i sei per opere serie.

L’«intermezzo» era una breve composizione per il teatro, costituita in origine da un paio di scene o poco più, destinate a due personaggi, trattati in modo caricaturale, secondo l’eredità della Commedia dell’Arte o di quella popolaresca. L’«intermezzo», che si era presto diffuso in tutta l’Italia, veniva rappresentato fra un atto e l’altro di un’opera seria, per colmare le lunghe pause degli intervalli. A Venezia, dove l’opera seria incontrava grande favore, l’«intermezzo» aveva avuto rapida fortuna, per essere poi soppiantato, nei primi decenni del Settecento, dal «ballo».

Proprio nei giorni della sua decadenza, questo genere era passato nei teatri dove, invece delle opere, si rappresentavano drammi e tragedie. Ad eseguire gli «intermezzi», che alternavano ariette e canzonette con lunghi recitativi, erano attori della stessa compagnia. Attori che poco o niente sapevano di musica, ma che riuscivano ad animare la scena durante i recitativi, divertendo il pubblico.

Così, che Charles De Brosses, da Venezia, poteva serivere: «si chiamano intermezzi delle piccole farse in due atti, di bassa comicità, per molti versi di carattere simile a quelle che si recitano nei teatrini improvvisati della Place Royale a Parigi». E, nelle Memorie Italiane, lo stesso Goldoni li aveva definiti delle «commedie abbozzate, suscettibili di tutti i caratteri più comici e originali».

Di conseguenza, alcuni dei quindici «intermezzi» goldoniani non hanno mancato di esercitare, sia pure in modo un poco sotterraneo, qualche influenza sui personaggi e sull’azione delle commedie che costituiscono l’opera maggiore dello scrittore veneziano.

In questo contesto, La Pupilla si raccomanda non soltanto perché si tratta di una delle prime prove del giovane autore, ma anche per i numerosi riscontri che si trovano in altri lavori e per le insolite e curiose vicende che presiedettero alla sua composizione.

Come nacque La Pupilla

Nell’estate del 1734, nel corso di un fortunoso viaggio per raggiungere Venezia, il ventisettenne Carlo Goldoni si era soffermato a Verona, dove aveva incontrato la compagnia del genovese Giuseppe Imer, capocomico del Teatro San Samuele, che si apprestava a rientrare, dopo una tournée nella città ligure.

Imer, avrebbe scritto Goldoni tanti anni dopo nei «Mémoires», «amava appassionatamente la commedia; aveva il dono spontaneo dell’eloquenza, e avrebbe sostenuto assai bene le parti dell’amoroso nella commedia a canovaccio, conforme all’usanza italiana, se ai suoi talenti avessero corrisposto la sua corporatura e le sue sembianze. Corto, grosso, senza collo, con gli occhi piccoli e un nasino schiacciato, era ridicolo nella parti serie, e d’altra parte i caratteri caricati non erano di moda. Aveva una bella voce; e immaginò d’introdurre nella commedia gli intermezzi di musica che da un lungo tempo erano stati uniti al grande spettacolo d’opera ed erano poi stati soppressi per far posto ai balletti».

Al capocomico in uno dei più importanti teatri veneziani il giovane autore propone la sua tragicommedia Belisario, ottenendone l’approvazione, ma anche la richiesta di un «intermezzo» da inframezzare alla rappresentazione del lavoro più impegnativo. E Goldoni risponde alla commissione, scrivendo, appunto La Pupilla.

Nella compagnia di Imer, per la recita degli «intermezzi», c’erano due ragazze. Una era la cantante Agnese detta delle serenate, alta e spigolosa, sposata all’armeno Pietro Amurat. L’altra era «una vedova bellissima e assai valente, chiamata Zanetta Casanova, che faceva le parti amorose nella commedia».

Zanetta Casanova, nota come la «Buranella», altri non era che la madre del celeberrimo libertino. Rimasta vedova con sei figli, era presto diventata l’amante del capocomico, suscitando la gelosia della moglie di costui e l’invidia dei colleghi, né disdegnando di volgersi ad altre e, più o meno fuggevoli, avventure amorose.

Non è improbabile che la giovane e avvenente attrice avesse suscitato l’interesse del quasi coetaneo commediografo alle prime armi. Ma non ci è dato sapere se fra i due si sia stabilito qualche legame. Certo è che Goldoni, scrivendo il suo «intermezzo», pensò a lei, come ci racconta dettagliatamente egli stesso nelle Memorie Italiane:

«Seppi e m’accorsi che l’Imer avea volentieri e con qualche passione alla seconda Donna della Compagnia e chiamavasi Giovanna Casanova, detta Zanetta, o la Buranella, perché era nativa dell’isola di Burano. Seppi e m’accorsi altresì, che il galantuomo, di età molto maggiore alla giovane, era di lei geloso, onde accomodai l’«intermezzo» sul fatto istorico di questi due Personaggi. L’Imer il Tutore geloso; Zanetta la Pupilla insidiata… S’accorse il bravo Comico della burla, ma l’approvò, perché l’intermezzo gli piacque, e non dispicevagli di far all’amor sulla Scena con quella persona con cui facevalo in casa, e di cui non aveva sempre a lodarsi».

Dunque nelLa Pupilla, assistiamo, grazie alla spregiudicatezza del giovane autore, ad una vera e propria teatralizzazione della vita quotidiana: i due amanti possono, tranquillamente abbracciarsi in scena, senza per questo accendere la gelosia della moglie di lui, dato che l’azione costringe l’uomo nei panni dì un vecchio tutore destinato ad essere beffato. E neppure viene stimolata la gelosia dell’attempato capocomico, in quanto, nel ruolo del giovane e astuto pretendente, c’è la brava Agnese delle Serenate, che l’alta e asciutta figura rende credibile in abiti maschili. Allo scrittore resta il gusto della burla.

Con questi interpreti e con queste premesse, La Pupilla era andata in scena (inframezzata, come s’è detto, al Belisario) il 24 settembre 1734 al teatro San Samuele con calorosissimo successo di pubblico.

Quei consensi che avevano accompagnato l’esordio dell’«intermezzo» nascevano dall’accorta scelta del soggetto, così caratteristico del genere e così ben connesso alla tradizione della commedia: il tutore vecchio e innamorato, la «pupilla» che, con la complicità di un altro giovane si fa beffe di lui.

I due personaggi tradizionali dell’«intermezzo» erano, perciò, diventati tre, così come le poche scene risultavano addirittura essere «tre parti», quasi a costituire un’operina comica, sia pure di ridottissime proporzioni. Né mancavano altri elementi, sempre desunti dalla tradizione «ridiculosa», e cioè l’abbondanza dei travestimenti: il giovane pretendente si finge all’inizio astrologo, poi medico in contrappunto alla fanciulla che simula di essere ammalata, poi ancora giudice (mentre lei gioca a far l’avvocato) in un tribunale per burla. I richiami a Plauto, al teatro rinascimentale e a Molière, oltre che alla Commedia dell’Arte sono evidenti.

Le tre parti in cui si articolava l’originario «intermezzo», vennero in seguito ridotte a due dallo stesso autore, per ottenere, forse, quella semplificazione che la musica richiedeva. La musica composta (come per alcuni degli «intermezzi successivi») da Giacomo Maccari, un musicista romano che si era inurbato a Venezia, guadagnandovi una gloria effimera.

Infatti, della rappresentazione rodigina, di trent’anni successiva, ignoriamo l’autore della musica, così come l’accoglienza che le riservò il pubblico. L’unica cosa che possiamo osservare, oltre al fatto che l’«intermezzo» venne presentato come lavoro autonomo e non più come riempitivo degli intervalli di un’opera seria o di una tragedia, è che a interpretare la protagonista non era stata una avvenente attrice come la giovane Zanetta, ma un uomo (quasi un rovesciamento della ormai lontana prima rappresentazione), forse un castrato secondo il gusto del tempo.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “La Pupilla”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pupilla/

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