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CINEMA

Cinema & Polesine

Un binomio che ha prodotto indimenticabili lungometraggi, firmati da noti registi

di Marco Di Lello

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 116–118

Il Po e il suo delta da sempre hanno costituito un paesaggio caro a molti registi cinematografici, in virtù della loro bellezza ambientale fonte di forti tinte emotive. Nell’arco di oltre mezzo secolo molti sono stati pertanto i lungometraggi ambientati nel delta padano. Ultimo in ordine di tempo “Sangue pazzo” girato recentemente nella zona di Taglio di Po, opera del regista Marco Tullio Giordano che ha come protagonista la bella Monica Bellucci. Un film che giungerà nelle sale cinematografiche il prossimo anno.

Nel 1942, in pieno conflitto bellico, quando le preoccupazioni della gente erano rivolte a tutto, tranne forse che al cinema e al teatro, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti muovevano i primi passi dietro la macchina da presa proprio a ridosso del Po. Il primo sulla sponda ferrarese girava “Delta del Po?”, mentre Visconti, dalla parte rodigina si cimentava in quello che sarebbe divenuto uno dei capolavori del cinema italiano, precursore del Neorealismo, “Ossessione”. Ambientazioni, quelle scelte da entrambi i registi, tutte paesane tra Crespino, Occhiobello e altri scorci padani.

Il delta, anche nei periodi immediatamente successivi alla fine della guerra, torna ad ispirare il cinema nazionale, stavolta sotto l’impegnativo nome del Neorealismo. Nel 1946 Rossellini ambienta sul delta l’ultimo episodio di “Paisà”, ricostruzione di quanto avvenuto fino a pochi mesi prima nell’Italia caratterizzata dalla lotta partigiana e dal ritiro delle truppe tedesche di fronte al sopravanzare delle forze alleate che risalivano la penisola.

Con gli anni ‘50, sempre tra Comacchio, Scardovari e altre località del delta, Mario Soldati lancia una giovane attrice la cui strada professionale ed artistica la porterà ad essere una delle più note star del panorama cinematografico nazionale ed internazionale: Sophia Loren, splendida interprete de “La donna del fiume”. Siamo nel 1954 e torna così sullo schermo uno spaccato di vita delle popolazioni deltine, in un film che da un lato unisce bellissime fotografie di un territorio ancora incontaminato e primordiale, dall’altro si impone con tutto il suo peso nello sviluppo della tragedia con lo straziante epilogo della morte del figlio della protagonista. Il fiume “dà e toglie”, dicevano quelle popolazioni, sottolineando la dominazione dell’ambiente nelle umane vicende.

Nei primi anni ‘50, oltre a lungometraggi, il delta cattura anche giovani cineasti più calati nell’impegno politico e sociale. Tra questa si impone un giovane Florestano Vancini, che, su commissione della Cgil di Ferrara, gira “Delta Padano”, un documentario dal taglio sociale sulle dure condizioni di vita delle popolazioni che vivono sul delta del grande fiume. Uno spaccato che mette in luce come, negli anni ‘50, la gente sia ancora costretta a vivere in casoni di pietra col tetto di canne ed il pavimento in terra battuta. Luoghi, quelli di Goro, Mezzogoro e Porto Tolle, in cui si poteva morire di malaria o di tifo a causa della mancanza di acqua potabile.

Ma il cinema d’autore torna a guardare Rovigo e la sua provincia alla fine degli anni ‘50, quando viene girato “Il grido” (1957), uno dei capolavori di Michelangelo Antonioni, forse tra i meno capiti, ma di indiscutibile bellezza. Si tratta di un’odissea straziante che racconta l’impossibilità di ricondurre nel pubblico e nel collettivo la crisi profonda del privato. Il paesaggio diventa il riflesso dell’anima e il delta del Po, con i suoi grigi invernali, non fa altro che rafforzare il bianco e nero del film, portando l’ambiente stesso ad una dilatazione estrema che condiziona lo stato d’animo del personaggio e il suo tragico epilogo. Il film riceve il “Gran Premio della critica” al Festival di Locarno e il “Nastro d’argento” alla fotografia di Gianni De Venanzo. Doria Gray è doppiata dalla voce di Monica Vitti.

Con “Amore amaro” un film del 1974 di Florestano Vancini, interpretato da una bravissima Lisa Gastoni, il cinema d’autore torna a guardare Rovigo. Il lungometraggio del regista ferrarese è sostanzialmente ambientato nella Ferrara del 1938, ma non mancano interessanti scorci del Po a Santa Maria Maddalena e alla stazione ferroviaria di Rovigo, di cui si riconosce la vecchia biglietteria e l’atrio.

Nel 1976 Pupi Avati sceglie la campagna polesana per “La casa dalle finestre che ridono”, un film con Lino Capolicchio e Gianni Cavina, un noir tutto padano che sconfina nell’horror e che ricevette il premio della Critica al festival du Film Fantastique di Parigi nel 1979.

Rovigo torna poi a farsi vedere sul grande schermo con un film di basso profilo in un periodo in cui il cinema deve fare i conti con un genere che fa botteghino, dai bassi costi e dai contenuti del tutto inesistenti: la commedia sexy degli anni ‘70 e ‘80. E’ così che nel 1981 Sergio Martino dirige “Cornetti alla crema”, con Lino Banfi ed Edwige Fenech. Una commediola banale che mostra il Duomo di Rovigo, il Teatro Sociale, piazza Vittorio Emanuele II, piazza Caffaratti e piazza Garibaldi. In una scena appare anche il compianto M° Amelio Rigolin nelle vesti del suo ruolo abituale: direttore del coro del Sociale.

Dopo il periodo meno edificante della commedia sexy, segno di indiscussa crisi di idee nel cinema nazionale, la filmografia che interessa il territorio polesano porta alla ribalta un esordiente padovano che dimostra di avere, fin da subito, un estro che cattura positivamente il parere della critica e, come quasi sempre per gli esordienti, un po’ meno quella del pubblico. Carlo Mazzacurati ambienta, nel 1987, a Porto Tolle e Rovigo il suo “Notte italiana”, un noir tutto polesano che basa la sua storia sull’estrazione illegale del metano dal sottosuolo in contesto che si tinge di giallo e in cui gli interessi tra pubblico e privato rappresentano il nodo centrale dello sviluppo della storia con un simpatico Marco Messeri ed una giovanissima Giulia Boschi tra gli interpreti principali. Quasi interamente ambientato sul delta con suggestive panoramiche aeree di quello che sarà il Parco del Delta, alcune scene vengono girate a Porto Tolle nella bonifica di Ca’ Vendramin. Interessante anche una maxi sequenza con Marco Messeri all’interno di un autobus nel Corso del Popolo di Rovigo.

L’amore di Carlo Mazzacurati per il Polesine nel 1998 dà vita a “L’estate di Davide”, sconosciuto ai più, che si rivelò un fiasco commerciale. Sullo schermo il giovane Davide, interpretato da Stefano Campi, e le vedute polesane della bella piazza Fetonte di Crespino e ambientazioni nel delta. Interessante invece nei suoi contenuti tanto da far del film la sua opera più modernamente pittorica, contrassegnata da una lentezza che sconfina nell’astrazione.

Serie televisive a parte, il cinema e la storia tornano a braccetto, in tempi recentissimi, con “Baciami piccina” di Roberto Cimpanelli che nell’estate 2006 gira a Crespino, Pontecchio e zone limitrofe la storia che riporta indietro il tempo e precisamente al 7 settembre 1943, alla vigilia dell’annuncio dell’Armistizio con gli Alleati in cui un noto truffatore deve essere scortato presso la sede della Magistratura di Venezia. Il cast è composto da Neri Marcorè, Vincenzo Salemme, Elena Russo e nuovamente Marco Messeri.

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Come citare questo articolo

Marco Di Lello. “Cinema & Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/cinema-polesine/

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