Quasi a chiusura della campagna elettorale, per il comizio di Lina Merlin, ai primi di maggio del 1958, piazza Vittorio Emanuele II era affollata, ma a macchia di leopardo: vicino al palco, sotto la torre con l’orologio, c’erano i socialisti, naturalmente, che alla loro senatrice facevano quasi corona protettiva; un po’ più discosti i comunisti; dietro, alcuni spazi rarefatti, con gente sparsa intorno al monumento e sotto o davanti ai portici. Quando Massimo Ambrosi presentò Lina Merlin, candidata di bandiera per la Camera nella circoscrizione di Verona, Padova, Vicenza e Rovigo, ai primi e decisi applausi si mescolarono brusii e sparsi fischi da parte di coloro che erano più lontani dal palco, poi grida e invettive a voce sempre più alta, per coprire le ammonizioni sdegnate di politici e amministratori. Lina Merlin non ci fece caso più di tanto; ai tumulti di protesta, che la sua presenza suscitava in quei giorni, si era abituata e non senza amarezza. Fece il suo comizio e, un paio di settimane dopo, risultò eletta in Polesine per la terza volta, ma di lì a tre anni – in forte dissenso con i dirigenti del partito – lasciò le file socialiste per passare in quelle del gruppo misto, sancendo il suo distacco dalla forza politica in cui aveva militato per una vita. A scatenare la gazzarra ad ogni sua apparizione e a dar vita ad attriti continui con i colleghi e i compagni, era stata quella legge che porta il suo nome e che era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio 1958, dopo essere stata approvata a grande maggioranza (e a scrutinio segreto) proprio allo scadere della seconda Legislatura, diversamente da dieci anni prima, quando un primo decreto esalò insieme con Senato e Camera.
Quelle “signorine”
La legge, che ha compiuto da poco cinquant’anni, ha decretato la chiusura definitiva delle cosiddette case di tolleranza, mettendo fine a una situazione moralmente e umanamente insostenibile, che si era creata poco meno di un secolo prima, quando, cioè, il conte Camillo Benso di Cavour, ricalcando l’esempio francese, aveva, per così dire, legalizzato quelli che da noi sarebbero diventati i “casini”, o i “bordelli” o ancora le “case chiuse”, per via delle finestre con le tapparelle rigorosamente abbassate. Dietro quelle tapparelle, c’era una sorta di appartamento spartito su due piani, secondo una struttura che era diffusa sia alle “case” di lusso che a quelle popolari. A piano terra, l’ingresso dava subito in un salone, dove i clienti potevano scegliere le ragazze, sia sfogliando l’album fotografico, sia incontrandole. Oltre al salone, c’erano, in genere, una cucina, una cameretta con il banco, la tabella dei prezzi e la cassa; c’erano anche delle stanze riservate all’eventuale personale. Al piano superiore (ma poteva essercene più d’uno), c’erano le camere da letto, con porta indipendente che dava su un corridoio. Le “signorine” erano schedate. Il medico le visitava due volte la settimana e con la stessa frequenza alcuni agenti in borghese facevano con discrezione la loro ispezione. Naturalmente si pagavano le tasse di concessione della licenza di pubblica sicurezza e le imposte sui ricavi derivanti dalla gestione. Secondo la grandezza e il livello delle «case», le «signorine» erano in numero congruo e restavano nello stesso posto per non più di quindici giorni, poi c’era il cambio (la «quindicina»). L’unità di misura era la «marchetta», vale a dire un circoletto di metallo con un buco al centro che garantiva l’avvenuto pagamento e che corrispondeva a una prestazione semplice. Ogni «signorina» poteva arrivare a trenta o anche quaranta «marchette» al giorno. La tariffa per una «marchetta» si aggirava tra le centocinquanta e le duecento lire nei casini di terza categoria. Per un quarto d’ora occorrevano seicento lire, mille per mezz’ora e millecinquecento per un’ora. In più c’erano cento lire per l’asciugamano e il sapone.
Le due “case” di Rovigo
I casini non mancavano in nessuna città “degna di questo nome”, anzi, secondo una certa logica che era diventata abituale tra le due guerre, più casini c’erano, più la città era importante. A Rovigo ce n’erano due, ubicati in altrettante vie poco battute e provvide di una compiacente penombra: quello più centrale all’inizio di via Mure San Giuseppe, una casettina a due piani oggi sostituita da un grande condominio; l’altro più periferico, in fondo a via Portello, in una villa un poco isolata con l’intonaco rosso scuro, preceduta da un cortiletto che ospitava un frondoso e vecchio albero, da cui la denominazione di «pino solitario». Dei due, quest’ultimo era il più scalcinato, frequentato soprattutto da militari e da clienti alle soglie della bolletta. I rampolli della «buona» borghesia che dovevano lasciare una “vergognosa verginità” venivano preferibilmente accompagnati in via Mure, dove sovente incontravano qualche professore di liceo, amici dei genitori e studenti dell’ultimo anno, che preferivano preparare la maturità fra i profumi e gli afrori del casino. Casino che era regolato, come tutti gli altri, da ferree leggi igieniche, con prestazioni rapide di base che non costavano più di duecento lire. Si poteva però alzare la posta fino a millecinquecento e permanere nella camera un’ora intera. Le donne erano una decina o poco più e potevano arrivare anche a quaranta o cinquanta marchette al giorno (e notte). Per molte la chiusura fu un sollievo, ma per altre prese le fattezze della miseria e, paradossalmente, la perdita di una identità.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “La fine delle case di tolleranza”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fine-delle-case-di-tolleranza/