Più che in altri paesi del Polesine, il 1951, contrassegnato dalla grande alluvione del Po, resta emblematico per Papozze. E’ infatti questa una data di cesura tra il vecchio e il nuovo paese: prima sorgeva al di là dell’argine, nell’area golenale, come riportano cartoline del passato e soprattutto una diretta testimonianza del sig. Vittorino Bertaglia che con grande disappunto ha assistito, ancora ragazzo, alla demolizione del vecchio paese.
Testimonianze, dunque che ci riportano un borgo con la piazza, con il mulino, con le case addossate le une alle altre, con le strade polverose d’estate e infangate d’inverno, dove spicca comunque un grande palazzo cinquecentesco con porticato, destinato a sede Municipale¹.
Un borgo operoso, dove al duro lavoro quotidiano si contrapponeva il culto delle tradizioni, sempre vivo, quali il ritrovarsi una volta la settimana al mercato o l’accorrere nel mese di agosto sulla riva del grande fiume per la cerimonia della sua benedizione, oppure l’aggregarsi per il festeggiamento del Santo Patrono il 24 Agosto di ogni anno.
Ciò avveniva anche nell’a.D. 1737 ma, proprio in detto anno, come da documenti ritrovati, la fiera fu agitata da un avvenimento particolare che mandò su tutte le furie il Marchese delle Papozze Cesare Bevilacqua.
La contesa del mercato
Caso del contendere, il mercato delle Papozze, attorno al quale si accese una disputa tra il Marchese Bevilacqua e il Cardinale Agapito Mosca legato pontificio a Ferrara. Il cardinale Mosca aveva infatti emanato un editto con cui trasferiva in altro luogo la fiera che si teneva a Papozze intorno al 20 di agosto di ogni anno. Un provvedimento questo che danneggiava non poco gli interessi del marchese.
Perché tale decisione?
Innanzitutto va detto che gli abitanti della Villa delle Papozze avevano “osato contestare” i benefici economici che il Marchese traeva affittando i suoi portici, a coloro che esponevano la mercanzia nel giorno del mercato. In pratica, si chiedeva di spostare il mercato in altro luogo in modo da non pagare la gabella.
Al marchese sembrava che la decisione venisse presa soltanto per ledere i suoi interessi, e considerava tale provvedimento tanto più grave perché il trasferimento della fiera avrebbe potuto riguardare anche il trasferimento del mercato del giovedì. Quel mercato di cui proprio lui era riuscito pochi anni prima ad ottenere il riconoscimento, nell’interesse e a beneficio proprio degli abitanti della Villa delle Papozze.
Così pensava dunque il marchese Bevilacqua, mentre a Ferrara si stava stampando l’editto. E gli tornava in mente quando il cardinal Agapito Mosca aveva concesso, dietro suo personale interessamento, di poter dar vita il giovedì, proprio a Papozze, ad un mercato “non solo d’ogni sorte d’animali, e di robbe commestibili, ma d’ogni altra mercanzia”. Dal mercato, però, era esclusa ogni sorte di biade e ogni sorte di bovi, vacche e vitelli. In ogni caso, il cardinale aveva pensato bene di non rimetterci e aveva aggiunto, quindi, a scanso di equivoci, che la concessione era fatta senza pregiudizio della gabella, e Dazij della reverenda Camera, e della Comunità di Ferrara, e altre Comunità, e loro Appaltatori rispettivamente.
Per i contadini che si recavano al mercato erano previsti non poche privilegi: tra quelli più graditi tra le gente comune, spesso con qualche debituccio, c’era il “libero Salvo condotto” di non essere molestati dai creditori nella giornata di mercato.
Va però sottolineato che l’interesse della famiglia Bevilacqua all’istituzione di un mercato settimanale proprio a Papozze non era da imputare a schietto senso di altruismo. Non a caso nell’editto di istituzione era subito precisato che spettava al Marchese nominare Provveditori per vigilare e cooperare per la buona riuscita del mercato. Inoltre il luogo scelto – era ben chiarito nel bando – era lo stesso “dove è solito farsi la Fiera ogn’Anno alli 24 d’agosto”. E proprio qui spuntava il tornaconto del nostro marchese: la famiglia Bevilacqua infatti traeva vantaggio dalla fiera e dal mercato settimanale perché possedeva sia l’osteria che le altre botteghe, nonché i portici ai lati della piazza da affittare agli espositori con grande e costante guadagno.
Era dunque una perdita economica inaspettata, quella decisa dal legato pontificio. Approvata, per giunta, su richiesta proprio degli uomini della Comunità di Papozze che avevano giustificato la richiesta di far trasferire la Fiera in altro luogo a causa dei gravi disordini provocati dai contrabbandieri che accorrevano alla fiera e che, all’occorrenza, si ricoveravano proprio nella Chiesola del marchese, per via dell’immunità di cui essa godeva.
La contromossa
Il danno arrecato dall’editto del legato pontificio era dunque troppo grande perché il marchese non pensasse subito di reagire. E così fece, con astuzia. Egli, infatti, decise di scavalcare l’autorità del legato pontificio e di inoltrare una supplica addirittura allo stesso Pontefice Benedetto XIV, a cui chiese espressamente di non modificare il luogo dove si teneva da sempre sia il mercato che la fiera annuale.
Ma, come si dice, l’appetito vien mangiando. Così, con l’occasione, il marchese chiese anche al Papa per le questioni relative al mercato di Papozze di non farlo dipendere più dal legato di Ferrara, e soprattutto, di avere il controllo totale del mercato “senza ingerenza alcuna del Comune d’essa Villa”. Con un sol colpo si sarebbe così sbarazzato di due pericolosi controllori.
E, poi, quanto ai contrabbandieri, il marchese assicurava il Santo Padre d’impegnarsi a tener chiuso e serrato l’Oratorio durante la fiera. E per dimostrare la propria munificenza, avrebbe fatto celebrare la Santa Messa nei giorni di festa in un altro suo Oratorio – fatto fabbricare per puro impulso di carità e zelo – da cappellano generosamente da lui stipendiato.
E a questo punto della supplica, il marchese Bevilacqua si disse che la guerra è guerra e, impudicamente, affermò anche di non aver sentito mai di disordini provocati da contrabbandieri riparati nell’Oratorio pubblico della sua casa. A tal proposito, a contestazione delle affermazioni degli uomini della Comunità e conferma delle proprie, il marchese portò varie testimonianze. Così allegò alla supplica il giuramento – reso davanti al notaio Giacomo Antonio Brenta – del Capitano Antonio Colla e del tenente Giuseppe Peveratti della “Compagnia dei Fanti della Terra di Crispino” che, con la loro Compagnia, avevano vigilato sull’ordine pubblico durante la Fiera.
E ancora produsse analoghe attestazioni di conterranei, come quelle di Antonio Penzo di Chioggia, Francesco Ragazzi di Crispino, Giovan Battista Carestia di Adria, Alessandro Sistro di Adria e Gioachino Chiappa di Crispino. Né dimenticò di fornire le deposizioni di commercianti di mercanzie da orefice, come quelle di Carlo Milesi, Francesco Chiesa, Francesco Stuarti, tutti orefici.
L’arbitrato
A risolvere la questione fu incaricato il Tesoriere. Questi, intuito l’impiccio in cui era stato coinvolto, decise di demandare l’istruttoria e il parere al Commissario di Ferrara.
Costui, analizzata la situazione, fece osservare quello che era chiaro a tutti, e cioè che lo spostamento del mercato e della fiera portava pregiudizio solo alla casa Bevilacqua per la perdita degli introiti per l’affitto delle botteghe.
E così, poco ci volle al Commissario per convincere lo stesso Marchese ad impegnarsi sia a demolire la Chiesola oggetto della lite, sia a ricostruirla distante dalla piazza.
Sulla pretesa del marchese di nominare a proprio arbitrio i Provveditori del mercato la soluzione fu di compromesso. Cosicché il Commissario suggerì che gli fosse accordata, ma senza pregiudizio delle attività svolte dai Consoli della Comunità che durante il mercato svolgevano diverse funzioni di controllo su peso, misura, qualità e prezzo delle vettovaglie.
Ultimo suggerimento, e certo non a favore del marchese, fu quello di proibire ai Provveditori del mercato di incettare le robbe del mercato nell’ore concesse alla provvista del popolo. Il che avveniva con l’esposizione della Bandiera da parte dei Consoli della Comunità.
Il 9 febbraio 1741 la questione fu trattata dalla Congregazione camerale presieduta da mons. Mario Bolognesi, Tesoriere Generale, che sottopose alla firma del Pontefice la concessione richiesta dal marchese Bevilacqua, ma nel senso proposto dal Commissario.
E così fu deciso il 31 marzo 1742.
Una nuova contesa
Ma il destino sembrava avercela coi marchesi Bevilacqua. Avvenne, infatti, che lo stesso pontefice Benedetto XIV, qualche anno più tardi, decidesse di porre fine ad un’usanza sgradita alla chiesa. Accadeva normalmente, infatti, che il “bagordo” che si faceva durante le fiere in tutto lo Stato, disturbasse le funzioni religiose svolte nel corso delle feste del patrono. Il Santo Padre proibì, perciò, da allora in poi, di tenere le fiere nei giorni festivi in tutto il suo regno.
Il marchese Luigi, succeduto, nel frattempo al padre Cesare Bevilacqua, pur di non perdere i benefici che gli derivavano dalla fiera, implorò, allora, il nuovo papa Clemente XIII di ripristinare la Fiera, stabilendone lo svolgimento per un giorno diverso dalla festa del Santo patrono. E il papa, con chirografo del 24 novembre 1768, venne incontro alla richiesta del marchese fissando la Fiera per il 26 di agosto di ogni anno, ovvero due giorni dopo la festa di S. Bartolomeo.
Ma la ripristinata fiera, svolta qualche giorno dopo quello in cui si svolgeva la festa religiosa con le sacre funzioni per il patrono, fu un vero flop. Tutti, infatti accorrevano a Papozze in occasione della tradizionale Sagra di San Bartolomeo e non nel giorno della fiera: compresi i mercanti e merciai che pagavano normalmente i balzelli al marchese.
Pertanto il povero marchese, come lui si definì quando si rivolse al Papa, non ritrova più chi voglia prendere in affitto la Casa ed Osteria che possiede e che costituiscono non piccola parte delle sue entrate. Talché si decise a rivolgersi nuovamente a Clemente XIII supplicandolo di riportare di nuovo la fiera di Papozze al giorno di San Bartolomeo. E lo chiese con tante convincenti giustificazioni da convincere tutti: infatti, disse, lo spazio davanti alla sua Osteria dove si svolgeva la Fiera era distante più di un quarto di miglio dalla Chiesa così da non arrecare disturbo alle funzioni religiose svolte e, soprattutto, da non rendere più possibile ai mercanti di gozzovigliare davanti alla Chiesa nel corso della fiera.
Il Cardinale Legato di Ferrara che il 26 giugno 1779 curò la trasmissione della supplica al Cardinal Giambattista Rezzonico prosegretario de memorialibus (?), si schierò apertamente dalla parte del marchese ricordando al Papa che sia Benedetto XIV che lui stesso avevano già concesso personalmente diverse deroghe all’enciclica e citando tra l’altro la Fiera di San Giovanni Battista a Bondeno.
Poi, scrisse il Cardinal Legato, oltre il vantaggio della famiglia Bevilacqua, si doveva tener conto che lo stesso Marchese aveva fatto costruire a bella posta un oratorio con parecchie messe celebrate durante la fiera perché non manchi ai concorrenti la pronta opportunità di soddisfare il precetto.
E la presentazione della supplica del Marchese Luigi Bevilacqua così finì: tanto devo in adempimento dei comandi all’Eminenza Vostra, cui per fine con inalterabile ossequio bacio umilmente le mani.
E c’è da giurare che la supplica fu accolta²
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Come citare questo articolo
Luciana Passarella. “La fiera della Villa delle Papozze”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fiera-della-villa-delle-papozze/