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STORIA - TRADIZIONI

Il Polesine e la bonifica

La storia del Consorzio di S. Giustina, oggi denominato Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco

di Franco Gemelli

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 56–61

La storia del Polesine è fortemente legata all’attività dell’uomo finalizzata a dare sicurezza ad un territorio da sempre minacciato dalle acque dei grandi fiumi, nonché caratterizzato per secoli dal permanere di acque stagnanti¹.

Furono i benedettini della Vangadizza a ricercare le prime soluzioni ai gravi problemi, ma fu soprattutto grazie alla nascita dei Consorzi di Bonifica che si intraprese la via per un assetto più durevole delle opere. Iniziative importanti, legate alla storia del nostro territorio, sulle quali intendiamo qui soffermarci rivolgendo il nostro interesse in particolare alla secolare attività di quello che fu il Consorzio di S. Giustina, la cui eredità è stata assunta dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco, con sede a Rovigo nel palazzo Bonanome Ravenna di piazza Garibaldi².

Il contesto storico

Nella seconda metà del XVI secolo, Rovigo gode di un periodo di tranquillità sociale e politica che favorisce la nascita di importanti istituzioni, nel campo culturale e civile. E’ infatti proprio in questi anni che, grazie all’iniziativa di Gaspare Campo, viene fondata l’Accademia dei Concordi, destinata a diventare il fulcro della vita culturale della città; vengono edificate le chiese di S. Bortolo e della Beata Vergine del Soccorso detta la Rotonda, opera dello Zamberlano, architetto seguace degli insegnamenti del Palladio; la chiesa di S. Antonio abate, di proprietà della famiglia Casalini, viene affidata ai frati dell’ordine di S. Domenico, per diventare luogo di culto e di assistenza per indigenti.

Venezia esercita il suo potere attraverso il podestà, un patrizio veneziano che controlla l’attività amministrativa del consiglio locale. Tra i vari problemi che interessano il territorio polesano, resta sempre in primo piano quello di contrastare l’azione minacciosa delle acque, che periodicamente allagano coltivazioni e dimore, mettendo in ginocchio la fragile economia locale, completamente fondata sull’attività agricola.

La repubblica veneta è sensibile a questa situazione e favorisce la regolamentazione delle acque e la bonifica dei terreni, impresa peraltro già avviata durante la dominazione estense. Sorgono così i consorzi di bonifica, formati dai proprietari di appezzamenti appartenenti alle aree da bonificare, i quali forniscono le risorse necessarie per intraprendere le opere idrauliche. Primi tra tutti: quello di Valdentro e di Santo Stefano, due consorzi che riunivano i proprietari residenti nel territorio esteso tra l’Adigetto, il Castagnaro³ e lo Scortico. Seguì la nascita del Consorzio di S. Giustina.

La fondazione del Consorzio

La fondazione del Consorzio di Santa Giustina (inizialmente chiamato Retratto di Santa Giustina), viene fatta risalire al 16 maggio 1556, allorché il Senato veneto delibera l’inizio dei lavori di bonifica.

La cosiddetta valle di Santa Giustina è un vasto territorio compreso tra la sponda meridionale dell’Adige e l’Adigetto, ed è formata dai comuni di Badia Polesine, Lendinara, Lusia, Villanova del Ghebbo, Costa, Rovigo, San Martino di Venezze e Pettorazza. Sottrarre questi territori al progressivo impaludamento vuol dire recuperarli per l’agricoltura, con grande beneficio per l’economia locale e la salute della popolazione.

Nel 1554 il Podestà di Rovigo Antonio Calbo, si fa interprete di queste esigenze e presenta al senato veneto una dettagliata relazione. I due periti Zuan Giacomo degli Alberti e Zuan Carrera vengono inviati nel Polesine, studiano la situazione idro-orografica, e propongono la soluzione per irreggimentare le acque. Il Senato recepisce in pieno le proposte dei due periti e, con il decreto attuativo con il quale istituisce il “Retratto di Santa Giustina”, nomina anche il primo Provveditore nella persona di Giacomo Barbarigo, con poteri simili a quelli che ai nostri giorni ha un commissario governativo.

Non si può certo affermare che la repubblica veneta abbia perso tempo in lungaggini burocratiche. Dalla segnalazione del podestà alla creazione del consorzio di bonifica passano 20 mesi, durante i quali l’impegno viene sviluppato in vari ambiti: è attivato il Magistrato delle acque, vengono effettuate le perizie tecniche, viene sentito il parere delle autorità politiche e tecniche locali.

Nell’attuazione di grandi opere, la Serenissima dà un esempio di efficienza che potrebbe essere preso a modello anche ai nostri giorni.

Le prime opere

Una volta istituito, il Consorzio realizza in maniera concreta le prime iniziative di bonifica, che consistono nella arginatura dei corsi d’acqua e nella posa del sifone o “botte” sotto l’Adigetto, nella località che da questa realizzazione prenderà il nome di Botti Barbarighe. Grazie al solerte lavoro del provveditore Girolamo Barbarigo questa importante opera idraulica fu inaugurata l’anno successivo alla fondazione del consorzio. La rapidità con la quale fu creata ci fa capire con quanta premura la Repubblica Veneta tutelava il territorio.

Per comprendere appieno l’utilità di questa opera, bisogna ricordare la situazione idrografica nel XVI secolo. L’Adigetto, che si era formato intorno al 950 d.c. in seguito ad una rotta dell’argine destro dell’Adige, prendeva origine in località Bova presso Badia Polesine, attraversava Lendinara, Rovigo per poi tornare all’Adige in località Leze tra Pettorazza e Cavarzere. Di conseguenza il Ceresolo, che similmente all’Adigetto prendeva origine dall’argine destro dell’Adige nei pressi di Badia ma più a valle (passando poi alla periferia di Rovigo presso l’ex Tiro a segno) non fu più in grado di riversare le proprie acque a levante, impedito dallo sbarramento rappresentato dall’argine sinistro dell’Adigetto.

Il territorio compreso tra Adige e Adigetto si presentava pertanto come un bacino chiuso, in buona parte paludoso e soggetto a riempirsi d’acqua durante le periodiche rotte dell’argine destro dell’Adige, con alluvioni che inondavano le campagne.

Occorreva trovare una soluzione affinché le acque trovassero il loro sfogo verso il mare. Il provveditore Barbarigo risolse dunque questo problema, costruendo una “botte”, cioè un sifone, sotto l’Adigetto, in modo da convogliare le acque del Ceresolo nel canale Rovigatta, tramite il quale poi defluivano nel canale di Loreo e da questo nel Canalbianco, indi nel Po di Levante, raggiungendo infine il mare.

Con la realizzazione del Barbarigo venne dunque creato un vero e proprio “crocevia” di fiumi: il Ceresolo che sottopassava l’Adigetto e proseguiva nel Rovigatta. Un’opera importante, grazie alla quale iniziò la bonifica e la messa a coltura del vasto territorio da secoli caratterizzato dalla palude. Ma la nuova situazione idraulica non conservò a lungo la sua integrità: rovinose alluvioni provenienti dall’Adige, danneggiarono ripetutamente il manufatto creato dal Provveditore Barbarigo.

Nel 1760, dopo l’ennesima distruzione delle Botti Barbarighe, la Repubblica Veneta decide di trovare una soluzione alternativa deviando il corso dell’Adigetto con un “drizzagno”, canale rettilineo diretto verso sud che sfocia nel Canalbianco in località Punta Stramazzo di Loreo. Di conseguenza il Ceresolo non fu più costretto a sottopassare l’Adigetto (tramite la botte) ed ebbe via libera verso levante fino al canale di Loreo tramite il canale Rovigatta.

Il nuovo assetto idraulico richiese però la costruzione, nel 1785, di una nuova botte sottopassante l’Adigetto poco più a sud della precedente del Ceresolo, in modo da portare le acque dello scolo Bresega (separatamente dal Ceresolo nel quale prima confluivano) in un nuovo canale costruito lateralmente al drizzagno dell’Adigetto, fino a scaricarsi nel Canalbianco in località Voltascirocco di Adria.

L’assetto definitivo

Questa nuova situazione rimase attiva fino al novembre 1951 quando, con l’alluvione del Po, andarono distrutte anche le Botti Barbarighe del Bresega (risalenti al 1785). Oggi delle vecchie botti restano le rovine, che emergono sopra la superficie dell’acqua, a testimonianza delle importanti opere di bonifica attuate nel Polesine nel corso dei secoli caratterizzati dal dominio della Serenissima.

Dopo il disastro dell’alluvione era necessario rivedere radicalmente la situazione idraulica. L’ingegner Francesco Gasparetto, ingegnere consorziale dal 1958 al 1969, dopo un lungo e approfondito studio, intese dare una nuova sistemazione al nodo delle Botti Barbarighe, decidendo di non ricostruire più le Botti, in quanto la loro presenza non si era dimostrata idonea a incanalare le acque verso il mare in occasione di grandi alluvioni.

Fu realizzato un bacino unico sul quale a tutt’oggi riversano le proprie acque il Tron, il Ceresolo, il Bresega (grazie all’attivazione di idrovore di sollevamento), lo Stopaccine e l’Adigetto. Dal bacino così formato si dipartono il Tronco Terminale dell’Adigetto, denominato Nuovo Adigetto (conseguenza di risistemazione ed ampliamento del vecchio “drizzagno”, effettuata negli anni 1966-73) canale della lunghezza di km 10,5, che sfocia nel Canalbianco in località Voltascirocco, a valle di Adria ed il Rovigatta. Una soluzione questa che ha permesso di risolvere in maniera definitiva il problema del nodo idraulico rappresentato dalle Botti Barbarighe. Il Botta Rovigatta è stato recentemente “bacinizzato” per scopi irrigui: riceve acqua sia dal Bacino Botti Barbarighe che dal Canale di Loreo.

Vicende storiche

Nel corso dei secoli la sede consorziale cambia sovente ubicazione, prima di trovare la sua sistemazione definitiva. Durante la dominazione veneziana, il Consorzio aveva la sua dimora in Palazzo Pretorio, ubicato in Piazza Garibaldi dove attualmente si trova la Camera di Commercio. Nel XIX secolo il Consorzio si trovava in Via Celio, in un edificio di proprietà della famiglia Biscaccia Carraro, per passare successivamente in Contrada Santissima Trinità (l’attuale via Mazzini). All’inizio del secolo scorso si trasferisce dapprima in Piazza Vittorio Emanuele e nel 1905 a Palazzo Angeli che diventa sede anche del Consorzio Bresega (che si era separato dal Santa Giustina nel 1817, durante la dominazione francese) e del Consorzio di Bonifica Polesana.

Dopo qualche anno i tre consorzi vengono trasferiti a Palazzo Bonanome (che prende il nome di Palazzo dei Consorzi) in Piazza Garibaldi, situato tra la Camera di Commercio e il Teatro Sociale, dove vengono sistemati in tre piani diversi. Nel 1944 il Palazzo dei Consorzi viene requisito e gli uffici del consorzio di Santa Giustina sono trasferiti all’idrovora di S. Marco, nei pressi delle Botti Barbarighe. Finalmente, dopo l’alluvione del 1951, il consorzio ritorna in Piazza Garibaldi, nel Palazzo Bonanome.

Nel dicembre del 1957, sulla facciata del palazzo, venne inaugurato un busto bronzeo dedicato a Giovanni Battista Casalini: nato nel 1841, garibaldino (partecipò nel 1866 alla campagna nel Trentino), presidente del consorzio per un lungo periodo (dal 1885 al 1923), grande promotore di opere di bonifica in Polesine.

Nel 1978, infine, viene assunta la denominazione “Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco”, in concomitanza alla aggregazione di sette preesistenti consorzi (tra i quali il Consorzio Bresega che si era separato dal Santa Giustina nel 1817, durante la dominazione francese). Una storia plurisecolare, dunque, nel corso della quale anche l’organizzazione cambia nel corso dei secoli, in ragione delle mutevoli vicende politiche.

Inizialmente il Consorzio era retto da tre provveditori appartenenti alla nobiltà veneziana e rodigina, ma con la caduta della repubblica veneta (1797), la reggenza viene affidata ad un solo provveditore. Successivamente, con l’avvento della dominazione austriaca, si ritorna all’uso di tre provveditori fino al 1882, quando con il nuovo statuto si ritorna al presidente unico. L’organico prevedeva inoltre un segretario (con mansioni amministrative e contabili), un ingegnere (responsabile delle opere di bonifica e manutenzione degli scoli), due battifango (devono sorvegliare il libero corso delle acque rimuovendo eventuali ostacoli) e tre chiavicanti (custodi delle chiaviche di Badia, di Retinella e di Ostellino).

Le opere di bonifica saranno eseguite secondo i classici metodi: o per scolo naturale, quando il territorio da bonificare presenta un’altimetria variabile, ed è possibile creare una canalizzazione che convoglia le acque dai terreni alti verso un recipiente rappresentato da un fiume; oppure, quando non sarà possibile una bonifica per scolo, si ricorrerà al prosciugamento meccanico con l’ausilio di impianti di sollevamento delle acque (idrovore).

Infine si segnala un altro importante merito storico del consorzio: la creazione del catasto, che definisce non solo la suddivisione delle proprietà nel comprensorio, ma testimonia anche le incostanti condizioni idroviarie che si sono susseguite nel corso dei secoli.

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Come citare questo articolo

Franco Gemelli. “Il Polesine e la bonifica”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-polesine-e-la-bonifica/

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