Primo dopoguerra, Fratta Polesine. Il pendolo scandiva con il suo battito monotono il tempo dell’attesa. Fanny aspettava, impaziente e nervosa, posando lo sguardo sui ninnoli affiancati con cura sulla credenza del tinello. Da quanto tempo non vedeva sua cugina, la sua dolce Rita, al contempo l’amica più sincera? Da quando la malattia l’aveva colpita, quella inesorabile tisi che non le avrebbe lasciato scampo. Oggi però l’attesa era finita, l’avrebbe finalmente rivista, grazie a una pausa tra un ricovero e l’altro.
E così trasalì quando la porta venne aperta, e la ragazza apparve.
Pallida, emaciata, ma gli occhi vivi, le si gettò al collo in un abbraccio.
Fu solo questione di un attimo, un istintivo irrigidimento nella paura del contagio; ma Rita lo avvertì.
Lentamente si ritrasse, e cominciò a piangere.
Aveva capito.
La letteratura memorialistica, non solo polesana, presenta spesso una coloritura affettiva nostalgica per un passato popolare-contadino di indefinita collocazione temporale. Fa parte certo della natura umana ripensare con affetto e commozione alle età della vita in cui si era più giovani, e magari in migliori condizioni fisiche; gli stessi sentimenti sembrano essere stati più intensi, mentre le passioni di un tempo si sono illanguidite. La vita appariva più semplice, più vera… ma questo quando?
Si parla del dopoguerra o degli anni trenta, o forse si risale all’Ottocento?
Di sicuro la vita nell’Italia contadina di un tempo non subì grossi cambiamenti per secoli, e la condizione dei più poveri abitanti delle campagne venete era qualche decina d’anni fa non molto dissimile da quella dei loro predecessori medievali.
Questo nel bene, ma soprattutto nel male.
Proviamo allora a fare i conti in tasca a un bracciante veneto della fine del Settecento. Era ovviamente pagato alla giornata, senza nessuna possibilità di pensione futura né di contributo in caso di malattia. Se gli andava bene lavorava al massimo 230 giorni l’anno; ogni giorno di cattivo tempo, durante il quale l’attività si doveva per forza di cose fermare, non veniva retribuito, così come i circa 85 giorni festivi. Questi possono sembrare tanti, ma erano necessari se consideriamo i ritmi durissimi di lavoro fisico al quale erano costretti quei poveracci.
La paga totale era di circa 161 lire venete. Ottantanove lire se ne andavano per la polenta con un po’ di sale, alimento cardine ma che per forza di cose doveva essere integrato almeno da qualche pezzo di formaggio o qualche sardella salata. Si calcola una spesa per questi alimenti di circa 39 lire: restavano 33 lire e cinque soldi.
Le cose si fanno ancora più complicate se si pensa che la spesa media per l’affitto di un casone (i braccianti non erano proprietari di immobili) era di almeno 30 lire, e che la legna per il riscaldamento costava circa 90 lire. C’era poi da comprare ogni tanto qualche straccio da indossare, qualche suppellettile da sostituire e c’erano eventuali imprevisti o malattie. Si consideri poi che i conti fatti finora si riferiscono al singolo bracciante: ma egli avrà dovuto mantenere anche il resto della famiglia, bambini piccoli e vecchi infermi compresi! Viene spontaneo chiedersi come facessero letteralmente a sopravvivere in tali condizioni di indigenza.
La vita nei casoni
In questo contesto di miseria non c’è da meravigliarsi se la malattia e il crimine erano poi diffusi. Per quanto riguarda le prime, di certo erano favorite dalle pessime condizioni igieniche. Si pensi ai casoni, le antiche abitazioni un tempo ubiquitarie nel Veneto, come si può desumere dai catasti, e la cui tipologia costruttiva probabilmente era pressocché immutata dai tempi dei Paleoveneti, con il tetto di canne o di paglia molto inclinato.
Purtroppo questa interessante architettura spontanea, sopravvissuta si può dire per millenni, è stata quasi totalmente cancellata, forse nel desiderio inconscio di eliminare con essa il ricordo delle misere condizioni di vita dei suoi abitanti. Si pensi che nel 1930 il Comune di Venezia inserì nel suo Regolamento d’Igiene una norma che prevedeva l’abbattimento nel corso di due anni di tutti i casoni esistenti nel suo territorio.
La tipica casa rurale polesana, d’altra parte, non è altro che la ripetizione dello schema costruttivo del casone, nel quale la copertura di canne era sostituita da quella, meno inclinata, perché più scorrevole all’acqua, in coppi di laterizio. Nei più vecchi casoni il pavimento era di terra battuta (personalmente mi è capitato solo qualche anno fa di vedere ancora una casa in tali condizioni, abitata da due anziani) e mancavano i servizi.
Ma torniamo all’epoca in cui fu scritta la memoria da cui siamo partiti. In uno studio degli anni Trenta del secolo scorso si legge che “si vedono spesso 8-9 persone alloggiate in una sola stanza che serve per tutti gli usi, cucina compresa, quando non serve anche per ricovero ai polli o a qualche altro animale”.
Erano le condizioni ideali per debilitare il fisico e favorire la malattie. A parte amenità quali l’infestazione da pidocchi, da pulci, da piattole, la scabbia e le molteplici verminosi, vediamo alcune gravi patologie. La tubercolosi, o “tisi”, ad esempio, ricordata all’inizio. Oppure la malaria: “parlare della provincia di Rovigo senza pensare alla malaria era fino a qualche tempo fa impossibile” riferisce lo studio già citato, e prosegue ricordando che nei primi anni del 1900 le denunce annue di questa malattia superavano la cifra di 10.000.
La malaria
Nel 1903 su 48 comuni polesani, 36 erano considerati malarici. La località Malvolto, fra Frassinelle e Canaro, traeva addirittura il nome dai segni di sofferenza che portavano sul viso gli abitanti di tale zona un tempo paludosa.
Naturalmente più colpito era il Delta, ove in alcuni luoghi “la popolazione nasce, vive e muore malarica”. Così ad esempio a Ca’ Morosini, nei pressi di Loreo, la frazione più povera della provincia, che si trovava proprio nel focolaio di endemia malarica, e di cui l’inchiesta ricordava l’aspetto da “veri cachettici” di alcuni suoi abitanti. Penso sia nei ricordi di molti perlomeno qualche testimonianza di quella malattia: io ricordo mia nonna, che mi raccontava dei brividi scuotenti di una terzana che aveva contratto – ironia della sorte per una che passò tutta la sua vita in Polesine – durante un viaggio nel vercellese, già a quei tempi terra di risaie.
La pellagra
Negli anni dell’unità d’Italia la malaria uccideva 40.000 persone all’anno; sempre meno della pellagra, che richiedeva 100.000 vittime. Come è noto, tale infermità origina da una carenza vitaminica, dovuta a una dieta, come abbiamo visto sopra, basata quasi esclusivamente sulla polenta (sulla mensa del contadino settentrionale, si legge in una relazione ottocentesca, la carne appare non più di una volta al mese).
La coltivazione del mais si era diffusa nel ‘600, a sostituzione di altri cereali, tra i quali molto utilizzato era il sorgo rosso o saggina, considerato il più malsano fra tali alimenti, tanto che negli statuti medievali non era nemmeno considerato commestibile, e quindi non era gravato da alcuna imposta. A detta degli autori d’agraria del ‘500 e del ‘600 la polenta di saggina era un cibo disgustoso, privo di ogni sostanza nutritiva, anzi deleterio per la salute, e il pane tratto dalla sua farina era cattivo e durissimo. Non meraviglia che il granoturco ne prendesse rapidamente il posto, anche per la sua maggior resa con meno lavoro e per la politica protezionistica di Venezia che evitava di importare cereali dall’estero. Tuttavia l’uso del sorgo non fu eliminato del tutto, perlomeno nei ceti più umili.
Con la diffusione del mais inizia però l’epidemia della pellagra. Negli anni ‘80 dell’Ottocento la provincia più colpita era quella di Padova, con circa 13.000 pellagrosi (in alcuni paesi, come Vedelago, ne era affetto il 25% della popolazione); se consideriamo la stretta somiglianza fra la nostra provincia e quella padovana, e se consideriamo che quest’ultima è sempre stata molto più popolosa, si può però pensare che in termini relativi il Polesine fosse tra i primi posti in Italia nella diffusione del morbo.
Non a caso Nicola Badaloni, grande medico e politico, appena giunto a Trecenta, il paese più colpito, se ne interessò per la prima indagine provinciale sulla pellagra. Ricordiamola questa malattia, che i medici imparano con la formula mnemonica delle “quattro D”. La prima D sta per dermatite: i primi segni apparivano sulle parti scoperte della pelle con chiazze bluastre. Veniva poi interessato l’apparato digerente, con diarrea, vomito e rigonfiamento della lingua. Si aveva quindi la progressione verso stati depressivi, disturbi nervosi e demenza conclamata, che in certi casi portava al suicidio. Sembra che la paura del sole di questi malati, l’esposizione al quale poteva accentuare i sintomi cutanei, associata ai deliri anche violenti di cui erano vittime, abbia avuto nel settecento un ruolo non secondario nell’insorgere delle leggende sui vampiri. A parte questa evenienza, si poteva arrivare con l’evoluzione della malattia fino alla quarta D: death, ovvero morte.
La Giustizia
Il quadro generale è quello di una miseria nera, che portava all’accattonaggio (il Veneto aveva nell’800 la percentuale più alta di mendicanti) quando il povero contadino, al quale nessuna banca avrebbe mai fatto un prestito, era costretto a rivolgersi agli usurai, che in Polesine arrivavano a chiedere interessi anche del 100-120%. Chi non ce la faceva più doveva quasi inevitabilmente dedicarsi alla malavita, con il rischio di incappare nelle maglie della tremenda Giustizia del tempo.
Chi finiva nelle carceri di Rovigo, fosse anche innocente (il podestà Crotta riferisce di aver trovato al suo arrivo in città nel 1774 le prigioni piene di detenuti in attesa di giudizio) veniva posto in catene o ai ceppi, poteva dormire solo un tavolaccio di legno e gli era concesso un soldo di pane al giorno, quando il bracciante avventizio su ricordato campava con sette soldi al dì. Naturalmente di assistenza medica neanche a parlarne.
Elios Andreini ha descritto nel suo “Crimini e storia tra Po e Adige” il tribunale “viaggiante”, chiamato Giudizio Statario, che dopo il 1848 percorse le campagne venete, allestendo sulle piazze dei paesi processi sommari collettivi, che finivano quasi inevitabilmente con la condanna a morte, comminata immediatamente (chi non faceva questa fine veniva in genere condannato a decenni di carcere duro, che era una sorta di condanna a morte più lenta).
In tale quadro di abbrutimento, la vita media era solo di 27 anni e mezzo. Oggi una tale evenienza ci sembra assolutamente drammatica e insopportabile, ne rifiutiamo la sola idea; eppure allora faceva parte della vita quotidiana.
La strage degli innocenti
Nell’800 un bambino su quattro moriva nel primo anno, e ogni anno 200.000 bimbi sotto i cinque anni morivano per indigenza e malattia. Peraltro tale strage di innocenti si accompagnava a un altro fenomeno, frutto pure della disperazione e della fame: quello della vendita dei bambini. Negli ultimi decenni dell’800 e nei primi del ‘900 l’Italia era la prima fornitrice mondiale di manodopera giovanile.
Si potrebbe continuare su queste tinte fosche, che cancellano inesorabilmente l’idea di una perduta età dell’oro precedente a questa epoca di globalizzazione, i cui problemi tanto angosciano l’uomo moderno.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “La vita si fermava a 27 anni”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vita-si-fermava-a-27-anni/