Pubblicità

NARRATIVA

L’uva bacò

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 131–135

Con il dito alzato nell’aria, ogni volta, don Giovanni prometteva l’inferno a tutti quelli che non sapevano resistere alle tentazioni del sesso e si lasciavano trasportare dalla fornicazione. E, a quello stupido senza criterio del Michelino che non faceva tesoro delle sue parole e stuzzicava in continuazione i compagni, una doppia razione condita da una sberla sulla cocuzza per sottoscrivere la sentenza.

A dire la verità, le prime volte Angelino non capiva neppure cosa volesse dire il sacerdote e non ci aveva badato, ma il discorso di don Giovanni ogni volta che si raccoglievano all’oratorio dopo la partita di pallone, di riffe o di raffe, andava a finire sempre lì. “Cosa vuole dire don Giovanni?”, si chiedeva ingenuamente il ragazzo senza osare di fare domande. “Cosa sono, quali sono i pericoli del sesso? Cos’è il sesso?”. Forse don Giovanni vuole dire ‘senso’, pensava il ragazzo, ma anche così la cosa era oscura.

Al contrario del prete, suo padre raccomandava di fare sempre uso del buon senso. Quanto alla ‘formicazione’, egli passava le giornate tra i campi. Di formicai ne aveva visti e distrutti un’infinità. Anche suo padre diceva spesso di fare attenzione alle formiche, specialmente in primavera, se tentavano di arrampicarsi sui salami, quei bei salamoni che stavano al fresco della cantina in attesa della stagione delle fatiche. Se era per questo, gli raccomandava di fare attenzione anche alle mosche. Per le une e le altre bastava una buona passata di flit al momento giusto e tutto si risolveva.

“Perché don Giovanni se la prendeva così calda solo con le formiche e non anche con le mosche?”, rifletteva Angelino.

Eppure Angelino era convintissimo che, se il prete raccomandava certe cose, c’era senza dubbio una buona ragione.

Una volta soltanto aveva fatto cenno, a suo modo, alla questione con la mamma. Ci mancò poco che lo mandasse all’ospedale con qualcosa di rotto, mentre lo rimproverava di essere uno sporcaccione e di non stare ad interessarsi delle faccende dei grandi. Anche quella volta non era riuscito a darsi ragione della reazione a dir poco inaspettata e quasi violenta della mamma. Eppure era sicurissimo che gli voleva bene e sapeva che una buona ragione la doveva avere anche lei, se reagiva a quel modo.

Aveva sentito anche alcuni compagni di gioco di qualche anno più grandi, che un giorno, mentre stavano seduti all’ombra delle robinie lungo la siepe dell’oratorio, parlottavano e ridacchiavano. Anche allora era stato accolto dalle risa e gli sberleffi di tutta la compagnia, quando aveva tentato alcune domande. Eppure anche quelli erano amici, con loro passava ore all’oratorio e a scuola. Se si comportavano così, anch’essi di certo dovevano avere una ragione.

Fra tutte queste ammonizioni, queste minacce, queste ragioni, alla curiosità sua finora nessuno aveva saputo o voluto dare risposte illuminanti.

Solo adesso incominciava a capire la ragione per la quale il sacerdote s’infervorava fino a perdere il fiato, con il viso congestionato che gli si ricopriva di miriadi di venuzze, dalla protuberanza del naso fin su verso le tempie e le orecchie, man mano che si esaltava e si scandalizzava della corruzione dei sensi e del mondo che ‘imputridisce nel peccato come Sodoma e Gomorra’.

Sul fiorire dell’adolescenza, solo adesso Angelino incominciava a sentire quelle particolari pulsioni. Le sentiva bruciare dentro di sé, verdissime come un germoglio bellissimo, rigogliosissime. In esse non sentiva né vedeva malizia o corruzione. Tuttavia le continue irruzioni del prete nella vita intima dei ragazzi, l’avevano disorientato ed insieme al terrore della colpa e della punizione, gli era nata addosso un’inquietudine tale che non gli lasciava scampo.

Angelino reprimeva in sé le sue curiosità ed i suoi sensi. Nella tempesta aggrovigliata di sensazioni taceva, né si confidava. Adesso poi, che aveva scoperto questa particolare attrazione per Monica, la compagna di giochi dagli occhi profondi e dalla lunga treccia che cadeva dalle spalle, aveva paura.

Il sentimento del male, il modo distorto ed intransigente con cui aveva imparato a giudicare le cose naturali come l’amore, lo induceva a vivere drammaticamente non già l’interesse che incominciava a sentire per la compagna di giochi, quanto piuttosto il modo ed il bisogno di corrisponderlo.

Quanto invidiava il Gianni, l’amico di scuola, che sapeva filare così bene con le coetanee, trattarle con spontaneità e disinvoltura e ribellarsi, quando era il caso, alle interferenze degli altri. Quanto stimava la sua naturalezza con cui sapeva vantare con i coetanei i suoi successi, quando si incontravano alla domenica in attesa che si aprissero le porte del cinematografo per il primo spettacolo pomeridiano. Pendeva dalle sue labbra, ma nello stesso tempo lo giudicava con la maliziosa distorsione che aveva appreso dai discorsi del prete e dalle allusioni degli adulti.

In quel periodo, ogni volta che si recava all’oratorio, don Giovanni trovava il modo di isolarlo dagli altri e, seduto l’uno davanti all’altro come nell’atto della penitenza, tra carezze e buffetti sotto il mento per fargli sollevare il capo, gli ripeteva le solite raccomandazioni: Angelino non deve confondersi con i ragazzacci della strada, con il Fausto, per esempio, che ha il padre miscredente e cresce nel pericolo del peccato e nella perdizione. Angelino non deve dare ascolto alle tentazioni del demonio; Angelino è un ragazzo buono, intelligente e serio; Angelino è un prediletto dell’Altissimo perché un giorno sarà un Suo servo.

Anche questa allusione non riusciva a comprendere. La faccenda del servo lo lasciava perplesso. Sentiva spesso suo padre nella foga di una discussione esclamare fieramente: “Poveri, di sicuro, ma liberi. Servi mai, neppure del Padre Eterno, con rispetto parlando”.

Chi aveva ragione ancora una volta? Suo padre o don Giovanni? Cosa voleva dire il prete?

Un pomeriggio, alla solita maniera e dopo le solite carezze, il prete gli disse a bruciapelo: “Perché nel prossimo ottobre non vai a studiare da prete in seminario?”. Angelino rimase come se gli avessero fatto passare attraverso una scarica di alta tensione. Proprio non aveva mai pensato neppure alla possibilità di studiare da prete, tanto più adesso quando i suoi sentimenti erano tutti impegnati, ma proprio tutti, su Monica. Come poteva ribellarsi e fare capire al prete l’assurdità di una tale proposta, spiegargli che ora la sua vocazione era un’altra, senza perderne la stima e l’affetto?

Qualche giorno dopo, la madre lo chiamò vicino a sé. Con dolcezza gli circondò le spalle. Gli disse: “Ho visto don Giovanni stamattina. Cos’è questa storia che vuoi a andare in seminario?”

“Io?”, quasi gridò arrossendo, “Io no, è lui che lo vuole”.

“Mi ha detto che gliel’hai promesso. Tuo padre ed io non saremmo contrari, se tu lo volessi”.

“Io, io,…io non ho promesso proprio niente!”

“Ma tu cosa vuoi fare allora?”

“Niente, ti dico, niente!”, rispose con la voce spezzata in pianto, “Lasciatemi, lasciatemi stare, tutti”! ”

La prima volta che ritornò in parrocchia, don Giovanni s’impadronì subito della preda. “Hai pensato a quanto ti ho detto? Il prossimo ottobre tu andrai in seminario”, sentenziò alla fine, mentre lo immobilizzava per una spalla.

Angelino ebbe la sensazione di essere oggetto di una congiura. Prese a frequentare sempre meno l’oratorio, evitava gli amici, diffidava. Quanto a restare a casa con i familiari, solo per mangiare e dormire.

Ora lo sosteneva solamente il pensiero che lo univa a Monica, la quale, ignara del dramma, era diventata la sola insaziabile ragione dell’esistenza. Prese a gironzolare con la bicicletta senza meta, sempre da solo; su e giù per i sentieri di campagna, giù e su, all’infinito; sempre più incupito ed immalinconito sul manubrio. Come un cane fedele che si lascia morire sulla soglia in attesa del padrone, Angelino sostava mimetizzato tra l’erba del ciglio della strada, poco distante dalla casa della ragazza in estenuante attesa di poterla solo vedere, anzi intravedere. Se ne stava là fermo, nell’inedia e nella calura di luglio a pascolare di vento il suo segreto sotto i fendenti del sole.

Una mattina, allocchito così com’era dal sole, che batteva forte, e moralmente infiacchito, fu incrociato proprio dal Gianni, quello che tanto invidiava per la facilità con cui parlava alle ragazze.

“Perché non vieni più in parrocchia?”, lo apostrofò mentre bloccava con un colpo di freno la bicicletta che alzò una gragnola di ghiaia e di polvere. “Don Giovanni ti cerca”, disse poi caracollando in equilibrio instabile.

Angelino si strinse solamente nelle spalle. Non parlò.

“Va là, che l’abbiamo capito tutti”, fece il Gianni. “Ti piace eh?”, e con il capo accennò nella direzione della casa della ragazza.

“Cosa vuoi dire?”, reagì subito, confermando ciò che gli premeva di negare.

“Ma va là, non fare finta di non capire. Lo sappiamo tutti che sei cotto”.

“Io?”, smentì con calore, arrossendo fin sotto le piante dei piedi, smentendo così la smentita. “T’immagini!”.

“Si, ti immagini!”, gli fece il verso l’amico, “Anche don Giovanni ce lo ha detto. Sei un prete falso, ecco cosa sei!”

Angelino si sentì contorcere dentro più che un verme riportato improvvisamente alla luce. Si sentì più inverecondo e turpe. Il suo segreto, che credeva così ben custodito, era di dominio pubblico. Anche il suo prete lo conosceva!

Fu preso dalla disperazione e non vedeva via di scampo. Se Monica fosse qui, pensava; poter sentire da lei una parola. Di questo si sarebbe accontentato, anche solo di questo. Troppo pesante era divenuto il fardello che portava; troppa la fatica di trattenere un fiume che minacciava di travolgere gli argini, ormai indeboliti dalla lotta. Monica era una creatura irreale. Monica si muoveva come lui immaginava; Monica parlava; Monica rassicurava, consolava, incoraggiava. Monica proteggeva!

La figura della ragazza svaniva, si smaterializzava; la sentiva presente come un’emanazione del suo essere stesso. Egli lottava, moriva per lei, mille volte in un attimo, come gli antichi cavalieri. Quante volte si immaginava ferito, moribondo, addirittura tutto bagnato di sangue, riverso nell’erba e lei, la ragazzina dai profondi occhi scuri e dalla lunga treccia nera, piegata sul suo eroe finalmente conscia del suo amore e del suo sacrificio. I fantasmi si susseguivano e si riproducevano continuamente in quell’estasi, tra il verde dell’erba, con gli occhi sprofondati nell’azzurro del cielo. Solo così si sentiva rassicurato.

“Senti, tu. Me lo faresti un piacere?”. Angelino si drizzò di colpo e riapparve in questo mondo nientemeno che al cospetto di Monica. Era una visione! La ragazza indossava un vestito azzurro, alla contadinesca, tutto pieghe e svolazzi, stretto alla vita da un nastro bianco che si annodava elegantemente sul fianco. Sui capelli faceva contrasto un fiocco di seta, azzurro come il vestito, che le fasciava la nuca in su e la faceva risaltare l’ovale del volto.

Angelino restò ammutolito.

“Me lo faresti un piacere?”, ripeté la ragazza, mentre si buttava a sedere accanto a lui tra l’erba, con uno svolazzo di gonne che le si aprì a campana.

Angelino non parlava e la guardava. Per darsi un tono lanciò lontano un sasso che andò a colpire un palo del telegrafo.

“Sei bravo”, osservo Monica. “Scommetto che è stato per caso”.

Angelino colpì di nuovo il palo, poi una terza volta, e una quarta in rapida successione.

“Forte!”, esclamò la ragazza.

“Si”, si limitò a dire.

Ci fu poi un lunghissimo silenzio di qualche secondo. “Senti, mi aiuteresti a rimettere a posto la catena della bici?”, gli fece mentre gli tendeva la mano.

Fu l’affare di qualche minuto e la bicicletta su subito in ordine, ma il cuore era un calice di felicità, la fantasia galoppava in riva al mare. Sui prati fioriti e si imbeveva di gioia e di voglia di amicizia. Immergersi nel mare, solo azzurro, era dolce; sbirciare attraverso le gelosie che all’improvviso gli si erano aperte, scoprire spazi inaspettati e più liberi; sentire scattare, non sapere propriamente in che parte del corpo, scosse corroboranti rimaste, chissà perché, represse ed inerti. Sensazioni piacevoli che ingigantivano, si nutrivano del tocco della mano tanto desiderata; ora percettibili, provocanti. E così soavi!. Tanti microscopici grilli salterini delle più nascoste parti del corpo ora saltavano su con balzi sempre più alti e sicuri.

“Perché non vieni con me?”, lo invitò Monica.

“Dove?”, fece lui con il cuore che gridava di sì.

“Che ti importa? Andiamo in giro insieme con la bici. Vuoi?”.

Andarono. Il giorno dopo fu lo stesso e così i giorni successivi.

“Senti”, le disse un giorno Angelino, “a casa mia in fondo all’orto, c’è una vite d’uva bacò quasi matura. Vuoi che ci andiamo?”

“Già l’uva bacò!”, si meravigliò la ragazza, “Quanto mi piacerebbe”.

“Allora vieni.” La prese per mano. “Però bisogna che ci andiamo senza farci vedere, perché mio papà non vuole”. La trascinò via lungo un sentiero attraverso l’orto del vicino, contenti di quella complicità. Adesso veramente avevano qualcosa di comune che li univa. Si trovarono sotto il tralcio con grappoli in parte ancora acerbi che occhieggiavano qua e là di acini violetti già maturi. Incominciarono a spilluzzicarli uno per uno con gridolini di contentezza e di innocenza. Chi più ne raccoglieva nel cavo della mano li offriva all’altro. Tante volte, a gara, l’uno li portava alle labbra dell’altra. Le mani si intrecciavano. Tra i due esseri non esistevano più mondi. Come trasportati in un clima rarefatto; surreale, quasi in un primordiale giardino dell’Eden, lei e lui, erano all’inizio del mondo. Là, sotto quel tralcio di uva acerba, innocenti ed acerbi, vivevano senza la malizia degli uomini.

Fra di loro ci fu un bacio innocente, ma di fronte ad Angelino una figura si erse con il volto rubizzo e l’indice alzato, una figura di prete che accusava la sua anima che rabbrividì per la sensazione di colpa che affiorò prepotente.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “L’uva bacò”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/luva-baco/

Pubblicità