Molte volte, in preda ad una pungente malinconia e ad un senso di profonda diperazione, mi ero eclissata per poche ore dal mondo, fuggendo con l’auto verso la verde riva del mio amato Canal Bianco, a pochi passi dal paese che mi aveva visto nascere e crescere. E molte volte, fra gli alberi di robinio, i folti rovi delle more selvatiche, gli alti pioppi, e le spighe erbose del grano matto, mi ero sentita completamente parte di quel mondo naturale ed ero stata attratta dal dolce richiamo delle acque, che dal fondo del fiume promettevano una calma placida oltre il clamore di una vita mulinante e confusa.
E questa era una di quelle occasioni in cui, da dentro l’abitacolo della mia auto, accanto alle sponde che mi avevano veduto bambina correre spensierata assieme ai compagni di gioco delle scuole elementari, mi consumavo in un dolore così bruciante da diventare inesprimibile alle figure che popolavano la mia vita nel quotidiano, e comprensibile forse solo al Cielo che, in un impeto di vicinanza, aveva iniziato a piangere un diluvio di pioggia e di vento, turbando una calda notte d’agosto.
La mia storia d’amore era finita.
Cullata dalla voce monocorde di un ombroso Luigi Tenco osservavo, in alcune fotografie che mi ero portata appresso, momenti sereni di vita a due rinfocolarsi, accesi dai bagliori intensi e rapidi dei fulmini che, come in un palcoscenico di un teatro, animavano la scena principale, ravvivando per pochi istanti intensi ricordi della mia esistenza. Le osservavo con il cuore ingombro di lacrime e poi le sbriciolavo piano fra le mani lasciandole cadere a pezzetti oltre il finestrino, e le vedevo appoggiarsi sospinte dal vento nell’acqua bagnata di pioggia, osservando quindici anni della mia vita galleggiare stentatamente nell’acqua, disperdersi in silenzio, e scivolare lontano.
Sulla riva opposta del fiume – nel tumulto di nuvole plumbee in una notte di fiori e di foglie involate da vortici d’aria e di rami spezzati come fragili steli d’erba – la casa dei miei genitori si intravedeva appena, illuminata da un filare di lampioni colore dell’ocra, che la facevano apparire come un porto sicuro in un mare d’uragano.
Da adolescente ero stata ribelle.
Nata in un fazzoletto di campi di mais e granturco richiuso verso nord dall’Adige, a sud dal Po, ero cresciuta con insegnamenti secolari tramandati di generazione in generazione, in un ambiente semplice, e in famiglie naturalmente unite, dove la parola separazione non era nemmeno mai entrata. Tuttavia avevo ben presto familiarizzato con i veloci cambiamenti della società dell’elettronica e dell’informatica, dei palmari e dei cellulari, dei mezzi di trasporto veloci in grado di abbattere le differenze culturali, e della comunità globale dei fast food che in qualunque parte del mondo io fossi mi avvolgeva in uno strabiliante ed irreale senso di familiarietà.
Col pensiero talvolta compatto in una fusione ordinata di esperienze diverse, talvolta scisso da nozioni in aperto contrasto tra loro, avevo inconsciamente maturato una profonda dicotomia, ma la mia convinzione era quella che, con un simile bagaglio d’esperienza, avrei potuto aspirare ad una vita consapevole, sostanzialmente diversa da quella dei miei genitori.
In una delle foto che mi ero portata da casa, accanto a noi, c’erano anche mia madre e mio padre; noi eravamo abbracciati, io stampavo un bacio caldo sulla guancia di lui, esibendomi in una smorfia con il fotografo, mentre loro ci stavano a fianco, in palese imbarazzo: non si erano mai nemmeno sfiorati in presenza di altre persone.
Mia madre aveva conosciuto mio padre ad una funzione religiosa. Per mesi lui le aveva timidamente lanciato qualche sguardo fuggevole dai banchi della navata di sinistra della chiesa, riservata agli uomini, finchè un giorno, afferrando tutto il coraggio di cui allora poteva disporre un giovane ventenne, a quel tempo ancora minorenne, al termine della Messa aveva finto di incrociarla per caso e le aveva chiesto se poteva accompagnarla a casa. L’aveva così seguita a breve distanza con passo apparentemente sciolto, e rosso in viso e, trepidante di gioia, l’aveva scortata fino a pochi passi dalla sua abitazione.
Il resto era una storia vissuta migliaia di volte, e provata dai loro nonni prima, dai loro genitori poi: un album fotografico che si apriva con un abito di neve candida in una cerimonia in bianco e nero, e che si snodava attraverso la storia raccontata dalle prime foto a colori brunastri di quattro bambini arrivati a breve distanza l’uno dall’altro, io per ultima.
Da mia madre avevo imparato che la donna era naturalmente portata verso il marito ed i figli, e che nella sua capacità di mediazione e di comprensione, e nel suo innato senso di sopportazione e sottomissione, retaggio della genetica, si basava l’integrità della famiglia che aveva creato.
Ma io sognavo un rapporto più vero e maturo.
Quando finalmente, diventata adulta, mi innamorai, smarrii l’intero senso di me stessa in quella sensazione unica di vicinanza estrema, e iniziai a riflettere su una vita a due, libera e scelta giorno per giorno.
Insieme avremmo condiviso i piccoli momenti della giornata, ci saremmo svegliati con gli occhi sgualciti del primo mattino e ci saremmo serviti una colazione di pane burro e marmellata in una cucina profumata dall’inebriante aroma del caffè. E insieme avremmo tentato l’impossibile per plasmare le nostre strade professionali sulla nostra vita a due, e avremmo ricavato spazi immensi di libertà per spensierate fughe dalla città verso montagne, paesi sconosciuti e tramonti mai vissuti, rinnovando la nostra promessa d’amore ad ogni alba d’un giorno nuovo, e giocando con i nostri ruoli per non cadere mai nella banalità del quotidiano.
E così era stato, per molti giorni, per vari anni, finché il fascino di nuove scoperte aveva ancora ascendente su di noi. Il mondo esisteva a colori nitidi solo se eravamo insieme, la gioia lo stesso, e la nostra unione ci sembrava unica e diversa, più salda di quelle pigre o già distrutte degli amici che frequentavamo, più forte ed intensa anche di quella che legava i nostri genitori da trent’anni e più.
Invece arrivarono le crisi.
Dopo qualche anno di convivenza dovemmo cominciare ad aprire gli occhi e ad accorgerci che quel mondo ricco di opportunità, in cui ci eravamo trovati a vivere il nostro tempo, portava in se stesso qualcosa di estraneo alla nostra natura, forgiata dalle conoscenze del passato. E dopo la rivoluzione chimica dell’innamoramento e l’appagante sensazione di tranquillità data dai primi anni vissuti insieme, dovemmo prendere atto che far ritornare ogni giorno, e ogni mese, e ogni anno, i conti della nostra unione, non era affatto una facile impresa.
Il lavoro, per entrambi precario, ma impegnativo in ritmi e responsabilità, ci portava a casa a sera inoltrata esausti, rubandoci quella spinta passata che ci aveva portato più volte a metterci in auto e a raggiungere i vicini Colli Euganei per un gelato, per poi ritornare a casa a notte già fatta, con le luci dei paesi che richiamavano alla memoria i presepi di quando eravamo piccoli.
Il ritorno dall’ufficio aveva perso la serenità che aveva avuto un tempo, quando, rientrando ognuno nella propria abitazione, trovavamo le stanze riassettate, la pasta fumante sulla tavola apparecchiata di tutto punto, e vestiti puliti per cambiarci in fretta, ed in fretta raggiungerci nel cuore della città. Per molti giorni la notte ci eravamo addormentati abbracciati, osservando le stelle, e attendendo il sonno interrogandoci a bassa voce sul senso della nostra presenza nel mondo, mentre ora, soli e lontani, ci lasciavamo assillare in silenzio dai pensieri sui nostri desideri futuri e sui nostri rancori per privazioni reciproche.
Accartocciati in noi stessi, agli opposti lati di un letto virtualmente spezzato in due parti, ci lasciavamo sommergere dalle preoccupazioni e dall’ansia del mutuo da pagare per una casa che, vinti dalla possibilità di una separazione futura, avevamo contrattualmente diviso a metà, con una stipula da un notaio che poco ricordava l’implicita appartenenza dei nostri genitori alle loro cose del quotidiano.
Persino quella libertà che avevamo scelto di godere nel rispetto reciproco, con gli anni si era tramutata in dubbio ed insicurezza e, ormai sconfitti, ci chiedevamo quale fosse il segreto dell’unione delle nostre famiglie natali, che mai avevamo visto una volta litigare. Lo avevano mai fatto? Oppure serbavano dignitosamente i loro motivi di dissenso nel proprio intimo per non permettere ai dissapori di trasalire all’esterno e diventare incontenibili?
Quella sera immersa fra i fulmini, guardando le mie fotografie disciogliersi nell’acqua, compresi che chi come noi era nato in un periodo di transizione, non era mai pienamente in pace con se stesso, ora richiamato dai ricordi spensierati e semplici dell’infanzia, ora ammaliato dalle possibilità infinite di un futuro che serbava però dentro sé un pericoloso germe di incertezza ed instabilità, fretta ed egoismo.
Vinti dalle nostre esigenze personali, dopo anni di vita in comune, io e Gianluca ci eravamo piano arresi all’idea che non eravamo più in grado di vivere insieme ed ora, a quarant’anni, arrancavamo nel buio, privi di stabilità, e con un mondo tutto da ricostruire.
Per i nostri genitori…no…la cosa era andata diversamente. E quel loro mondo che si manteneva così, perché era così che doveva essere, in ultima analisi aveva avuto la meglio sul nostro: i ruoli di moglie e marito si erano evoluti nell’assunzione delle responsabilità genitoriali, aggiungendo robustezza al rapporto.
Per noi non era andata così. Per noi i figli sarebbero arrivati dopo: quando avremmo trovato un lavoro stabile, quando avremmo estinto il mutuo sulla casa, quando avremmo compreso se eravamo davvero pronti per averli… dopo. Ed ora… ci ritrovavamo soli, allo sbando, con tutta la nostra consapevolezza distrutta dall’angoscia del domani, e con quell’acqua buia, profonda e all’apparenza accogliente che quella sera mi chiamava a sé e mi invitava a ritornare bambina e a non stare più male.
Alla fine, dopo i fulmini e le saette, il temporale cessò, e le nubi svanirono sulla mia disperazione.
In lontananza vidi più nitido il porto della mia famiglia natale, voltai l’auto e bussai alla loro porta: erano le tre del mattino. Uscì mia madre, poi mio padre, insieme da cinquant’anni, e mi aprirono la porta della loro casa, come se non me ne fossi andata mai. Varcai mestamente l’uscio. Nella luce che filtrava dalla cucina nella semioscurità dell’ingresso, una figura giaceva tristemente abbandonata nella panca accanto al tavolo, le mani richiuse sul viso.
Sorpreso e intontito dalla tempesta là fuori, anche Gianluca aveva cercato rifugio in un porto sicuro.
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Come citare questo articolo
Julie Bego. “Un porto sicuro”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-porto-sicuro/