A chi veda oggi Rovigo e abbia poca familiarità con la sua storia millenaria, il titolo che abbiamo scelto per questo breve viaggio nel tempo – tratto da una poesia¹ di Gino Piva (1873-1946), cantore insuperato di Rovigo e del Polesine, che visse quando ancora la città era caratterizzata dai suoi ponti – può forse apparire di difficile comprensione.
Ma ben più indietro nei secoli vorremmo spingerci in quest’itinerario, fino all’epoca in cui l’antico borgo medievale e rinascimentale era attraversato dal lento fluire dell’Adigetto, con i silenzi delle strette e irregolari strade, rotti solo dal rumore dei carri e dal chiacchiericcio dei venditori ambulanti o dei passanti, e con la mole della Torre Donà che spiccava maestosa tra le brume della stagione fredda che allora come oggi avvolgono il paesaggio in un abbraccio sognante, sul profilo dei bassi edifici dai colori un po’ stinti…
Sono invece le parole di Baldassarre Bonifacio che ce la dipingono come appariva nei primi decenni del Seicento:
“Questa città [Rovigo], cinta di mura antiche, circonvallata con doppie fosse, distinta ordinatamente in vie larghe, e diritte, pavimentata di mattoni, ornata di ben construtti edificii, lieta, aerosa e monda in ogni sua parte, viene irrigata da fiume navigabile, l’uno de’ due maggiori d’Italia, che all’Abbadia si dirama, formando una corda all’arco suo proprio, e bagnando la terra di Lendinara, e segando quasi pel mezo la città di Rovigo, per venticinque miglia di strada si ricongiunge con sé medesimo poco lunge dalla Terra di Cavargine, e si scarica poscia nel mare à Fossone. Quattro ponti di pietra uniscono la città divisa, quasi annella che maritano l’una delle rive con l’altra; due de’ quali, che mentre serrano la città si vanno continuando con la muraglia, chiudono le bocche del fiume, calando giù le saracinesche ed otturando gli archi con rastelli ferrati. Nel ponte maggiore, che unisce la piazza grande con quella del Duomo, in pietra di marmo è scolpita la Vergine Madre, col martire e Pontefice San Bellino, e questi due versi appresso: «Urbem Rhodigium, placidus quam dividit amnis, hic tibi pons iugit, carpe viatot iter²»” (Della pregrinatione di Baldassare Bonifaccio, libro quarto)
Così appariva dunque Rovigo nel XVII secolo agli occhi del poligrafo Baldassarre Bonifacio, il quale, nato a Crema nel 1584, coprì diverse cariche ecclesiastiche nella nostra città di dove era, tra l’altro, originaria la sua famiglia. Questa descrizione anticipa di qualche decennio quanto raffigurato dalla magnifica stampa di Rhodigium pubblicata da Pier Mortier nel 1704.
Ma, qual è la storia dei quattro ponti, che, sfidando la potenza della natura, collegavano le due sponde dell’Adigetto? Qual è stato il loro ruolo nel cuore della città polesana?
È un arduo compito quello di avviare una ricerca su questi ponti senza incappare nelle vicende idriche del territorio, ed è, per ovvie ragioni, impossibile districare la loro storia da quella dell’Adigetto alla quale furono fatalmente legati. Forse è un luogo comune ma, Rovigo, circondata e minacciata dai fiumi, troverà in essi tanto la sua forza quanto la sua rovina.
Il problema delle acque
Un’importantissima fonte di notizie su Rovigo, dal 1500 al 1797, sono le relazioni presentate al Senato della Serenissima Repubblica di Venezia da parte dei Rettori di Rovigo. I patrizi veneziani rappresentavano la città lagunare nei centri più importanti. In questo contesto, durante la dominazione veneziana del Polesine e cioè dal 1514 alla caduta della Repubblica Veneziana spetterà ai Rettori di Rovigo -con titolo prima di Capitano e Provveditore Generale di Rovigo e del Polesine e poi Podestà e Capitano e Provveditore Generale- la sorveglianza militare, giudiziaria, amministrativa del territorio, oltre alla delicatissima materia delle acque e di tutto ciò che fosse ad esse connesso.
In effetti il problema delle acque nel Polesine è tra gli aspetti che più hanno preoccupato e che più hanno dato da fare ai Podestà. Tant’è che il Podestà Gasparo Renier, nella sua relazione del 6 aprile 1560 scriverà: “Ha questo suo loco di Rovigo et territorio 4 potenti inimici, ma dui potentissimi, Adice et Po, Adiceto et Canali. Questi due ultimi hanno l’origine dal Adice, il qual entrando per il Castegnaro va ne gli Canali per la buona parte dell’Abatia viene nel Adiceto et passa per mezo Rovigo, et si puol chiamar il cuor, anzi tutta la vita di quel loco per essere quello che conduce tutte le merci da questa Città a Rovigo, Lendenara et Abbatia […]”.
Dunque, come per Lendinara e Badia, era veramente vitale questo corso d’acqua per Rovigo, perché se è vero che le coltivazioni del granoturco e del frumento erano alla base dell’economia della città, è altrettanto vero che questa era pressoché sprovvista d’industrie manifatturiere e, dunque, il grosso del commercio si svolgeva grazie alla merce che arrivava tramite l’Adigetto.
Il Ponte della Roda
Ma, dove si trovavano i ponti in questa Rovigo divisa a metà? O, in altre parole, “divisa in doi parti per causa del detto Adeseto, che vi passa per mezo; l’una parte se dimanda Santa Giustina, ove sono le valli dette di Santa Giustina, che arivano quasi fino alle mure della terra […] L’altra parte di essa terra è chiamata di Santo Stefano, ove sono i campi buoni et fenili, i quali si dimandano la Campagna Vecchia […]”, come si legge nella relazione del Podestà Pietro Marcello del 28 maggio 1574.
Ebbene, all’altezza di porta San Bortolo, nell’incrocio tra l’attuale Corso del Popolo e le vie Pighin e Ponte Roda, fra i primi ad essere costruiti addossato alle mura, si trovava il Ponte della Roda e quindi il primo ponte per chi proveniva da sud all’interno della cinta muraria.
Esistono pochi dati certi sulla storia di questo ponte. Il significato del suo nome è, forse, l’aspetto meno misterioso. Sebbene non siano poche le voci che, a causa dell’oblio in cui cadde l’originale significato della parola, ricollegarono il termine vernacolare “Roda” con il vocabolo italiano “ruota”; motivo per il quale esso fu chiamato da tanti rodigini come “Ponte della Ruota”.
Tuttavia, il toponimo “Roda” è già rintracciabile in documenti del decimo secolo ed era l’apocope popolare della forma antica “Rodige”, ossia Rovigo. In altre parole, seguendo un’inveterata abitudine, il ponte prese semplicemente il nome dalla città dove era sorto: ponte di Rovigo dunque, il primo che identificava la città per quanti in barca risalivano le acque dell’Adigetto.
Il Ponte della Roda fu ricostruito nel 1737 dal Podestà Pietro Martire Curti, perché secondo una fonte dell’epoca minacciava rovina³.
Successivamente venne completamente rifatto nel 1876, dopo che nel 1840 era stato demolito un tratto di mura nei suoi pressi, sulla riva destra dell’Adigetto.
Il Ponte del Sale
Cronologicamente parlando, secondo la maggioranza degli studiosi, il primo ponte in assoluto a valicare l’Adigetto, durante il Medioevo, è stato il “ponte del mezzo”, vale a dire quello che sorgeva all’attuale incrocio tra il Corso del Popolo, Via Laurenti e Via Trento.
La prima struttura del ponte risale, probabilmente, alla fine del Duecento o ai primi anni del Trecento, sebbene la targa che oggi ricorda la sua esistenza sul Corso del Popolo affermi che lì sorgeva un ponte già in epoca romana. A favore della prima ipotesi sono stati trovati documenti che testimoniano come, nel 1289, a conclusione di una disputa tra il Vescovo di Adria e la città in materia fiscale, il chiericato rodigino si fosse impegnato a concorrere nella spesa della costruzione di un ponte che è probabilmente ravvisabile proprio con il ponte del mezzo. Questo ponte collegava la Piazza Grande, ovvero l’attuale Piazza Vittorio Emanuele (e quindi il quartiere di Santa Giustina che si trovava attorno alla omonima chiesa che sorgeva nell’odierna Piazza Garibaldi) alla piazza del Duomo (parte preminente del quartiere di Santo Stefano, cioè la parte più antica della città nata nei dintorni del Castello).
È anche controversa la data in cui il vecchio ponte in legno venne sostituito con uno in muratura. Infatti, pare che nel settembre del 1484 una ducale abbia autorizzato la ricostruzione, in muratura, del ponte del mezzo. Tuttavia, secondo manoscritti di fine Settecento, sul nuovo ponte si trovavano uno stemma e un’iscrizione che ne indicava la data di ricostruzione nel 1555. È, inoltre, possibile che la relazione del Podestà Giovanni Francesco Salamoi del 27 ottobre 1554, facesse riferimento, appunto, a questo ponte: “Questo si chiama Ladeseto, sopra il quale nelli borghi di Ruygho dove era un ponte rotto di legname ne ho fatto fabricar uno di pietra per comodo et beneffitio de pasageri et di tutto il paese e conclude dicendo senza però spesa alcuna di Vostra Serenità.”
Ciò che, invece, ci appare come un dato inconfutabile, è che questo ponte adottò il più conosciuto nome di Ponte del Sale. Tale nome richiamava il deposito e il commercio del sale e con ogni probabilità anche il mercato dove si vendeva tale prodotto nel centro di Rovigo, già monopolio degli Estensi durante la loro dominazione prolungatasi, in modo praticamente ininterrotto, dall’inizio dello scorso millennio fino alla fine del Quattrocento. Questo nome, solo in apparenza un po’ semplice, in realtà mette in evidenza l’importanza che il sale, in qualità di merce costosa e di difficile reperibilità, rivestiva a quei tempi.
Sulle sponde dell’Adigetto si alzavano i due pilastri del Ponte sui quali si trovavano due bassorilievi in marmo che raffiguravano, uno la Giustizia e l’altro il Santo Vescovo Bellino che presentava in piccolo la città di Rovigo alla Madonna con il Bambino. Vi si trovavano anche lo stemma della città di Rovigo e due stele marmoree, ornate da stemmi, con iscrizioni che alludevano al passaggio dall’allora regnante Sommo Pontefice Pio VI nel 1782.
I citati marmi della Giustizia e del Santo Vescovo Bellino con la città di Rovigo e la Madonna con il Bambino, fortunatamente non sono andati perduti. Sono entrambi fissati al muro di Palazzo Roverella che dà sul Corso del Popolo. Inoltre, nel peristilio del tempio della Beata Vergine del Soccorso, ovvero “La Rotonda”, è visibile il pilastro del Ponte del Sale con lo stemma della città nonché le stele che ricordano il passaggio del Pontefice Pio VI nel 1782, che furono, purtroppo, scalpellate dai giacobini.
Nel 1865, il Ponte del Sale venne demolito con l’intenzione di erigere al suo posto un ponte movibile che permettesse il passaggio di natanti e barconi. E così si fece. Il nuovo ponte di ferro fu battezzato con l’originale nome di “ponte Nuovo in ferro”. Tuttavia, a causa o d’imperfezioni nella sua fabbricazione, oppure di qualche errore nella sua istallazione, questo ponte non funzionò mai⁴.
Il Ponte del Portello
L’altro ponte che, analogamente al Ponte della Roda, era addossato alle mura ma sul lato opposto della città e che, come abbiamo accennato, era costruito a tre arcate, era il Ponte del Portello o di San Giovanni, che esisteva almeno già dal Quattrocento nell’attuale incrocio tra il Corso del Popolo e le vie Minelli e Grimani. Infatti, secondo quanto spiega la targa cittadina che ricorda il punto dove questo ponte sorgeva, nel 1453 si adoperarono trentasei tronchi, grossi almeno quattro piedi, ferro e tavole dello spessore di tre dita per la costruzione di questo ponte largo dodici piedi.
Nel 1851, fu ricostruito in ferro in forma di passerella pedonale. Da questa data il ponte fu chiamato “delle zemelle” perché la forma dei parapetti ricordava la forma di un dolce che gli ebrei usavano mangiare durante la Pasqua.
Il Ponte dei Cappuccini
Finora abbiamo riferito dei ponti a ridosso e dentro le mura di cinta. Il quarto dei ponti, invece, fu costruito in legname nel 1489, a sud della città e, quindi, fuori le mura di S. Bartolomeo. Verso la seconda metà del Cinquecento fu chiamato Ponte dei Cappuccini perché nei pressi vi fu costruito da questa confraternita il convento e la chiesa dedicata a San Michele arcangelo, nel punto dove è oggi largo della Libertà. Analogamente a quanto accadde con la storia del Ponte della Roda, purtroppo, non abbiamo molte notizie dei cambiamenti che subì il Ponte dei Cappuccini. Ciononostante, da una fonte dell’epoca, sappiamo che questo ponte fu restaurato, riformato e abbellito nel 1792, essendosi cercato di rendere più comoda la sua discesa, riparandola con una catena di ferro.
Al fine di avere un’idea più completa sull’aspetto dei quattro ponti di Rovigo nello scorso secolo, è interessante consultare il sito internet www.cartoline.tuarovigo.org. Su questo sito è possibile trovare una serie di cartoline della città dal 1899 fino ai nostri giorni e documentarsi per mezzo di meravigliose immagini d’epoca non solo sui ponti ma, più in generale, sui molteplici cambiamenti subiti dal capoluogo polesano attraverso il passare degli anni.
Epilogo
La secolare storia dei ponti di Rovigo subì una drammatica svolta, quando nel 1938 venne deviato il corso d’acqua dell’Adigetto ed interrato il tratto urbano del suo antico alveo, che, durante undici secoli, era stato il fulcro dell’attività economica della città e una delle caratteristiche di rilievo che contraddistingueva il capoluogo del Polesine.
Con la deviazione dell’Adigetto, per favorire il transito su gomma lungo quello che sarà chiamato Corso del Popolo, oltre a decretare la fine del movimento delle merci per via d’acqua, si determinava la cancellazione di una parte fondamentale dello spirito di Rovigo. Da non dimenticare infatti che la storia di Rovigo ebbe inizio con la costruzione del suo Castello, eretto proprio sugli argini dell’Adigetto. L’ironia della sorte, inoltre, volle che fosse la mano dell’uomo a deviare un fiume che, preesistente all’anno 589, non aveva cambiato mai il suo corso, a differenza di quanto successo con il corso principale del fiume ovvero l’Adige⁴.
Tale situazione idrica col passare degli anni, tende a diventare sempre più grave, tant’è che verso la fine del Settecento il Podestà Pietro Donà, informerà che […] (Il commercio) “illanguidisce nell’invernale stagione, perché impraticabili a quel tempo si rendono le strade conducenti a fiumi medesimi e perché quasi otto mesi dell’anno, ne quali compresi la stagion sopradetta, chiuso con notabilissimo danno delle suddite imbarcazioni rimane l’Adigetto, che scorre nel mezzo della Città, per oggetti dalla pubblica auttorità contemplati necessari di promovere più facilmente lo scolo delle sottoposte valli. Per la chiusa medesima risente anche l’interno della Città e per conseguenza il pieno della Provincia con notabilissimo discapito nella scarsezza fatale in tempo d’inverno di generi di prima necessità, li quali non potendo giungere dalla Dominante per mezzo della navigazione dell’Adigetto medesimo a quella parte, non possono neppure se non con gravosi dispendi arrivar per via di terra, stante l’addotta causa delle strade, che quasi ne impossibilitano la traduzione. […]”
Un’ulteriore conferma alla mutabile natura dell’Adigetto è rintracciabile in uno studio del 1755 nel quale, Girolamo Silvestri, faceva notare come la lunghezza dei due ponti della Roda e S. Giovanni – di quest’ultimo ponte parleremo tra breve – che erano stati costruiti a tre occhi, erano all’epoca molto più grandi del letto del fiume di come appariva nel Settecento.
Com’è facile comprendere la salute dell’Adigetto peggiorava d’anno in anno. Restavano, ormai, lontani nel tempo i tempi in cui l’Adigetto allagava parte della Città e della stessa Piazza lasciando conseguenze igieniche disastrose e “un fettor tale che da quella parte dov’era stata (l’innondazione) ne morì di 100 putti d’anni 10 in giù in meno di giorni otto”, come informava il podestà Gasparo Renier nel 1560 nella relazione presentata al Senato veneziano.
5. Ricordiamo a questo proposito che il nome Adigetto proviene da Atesis Vetus, vale a dire Adige Antico in contrapposizione con il corso maggiore At(h)esis (Adige) che si era spostato e disalveato dieci chilometri a sud di Este e che aveva trovato un suo nuovo alveo dopo il 589. Al fine di distinguere il corso minore da quello maggiore si era optato per chiamare il primo Atesis Vetus e il secondo lungo tutto il suo percorso At(h)esis. Ci si augura che i lavori che si stanno portando avanti sul Corso del Popolo -proprio in questi giorni in cui ci stiamo dedicando a questo scritto – riescano a riportare alla luce, prima della ricopertura, almeno qualche piccola testimonianza di quelli che furono i basamenti del Ponte della Roda e magari anche quei gradini costruiti sull’argine dell’Adigetto, che una volta costituivano il collegamento tra la terra ferma e, forse, l’inizio di un emozionante viaggio verso altre terre lungo l’antico corso d’acqua..
NOTE
1. “Vecia çità”, verso 47.
2. “Questo ponte unisce a te la città di Rovigo, che un placido fiume separa; prendi la via (incamminati), o viandante”. Ringrazio il dott. Davide Bertocci, dell’Università di Padova, per la traduzione dal latino.
3. Questa testimonianza afferma quanto denunciato dal Podestà Gaetano Dolfin, a metà del Settecento, il quale dipinge nella sua relazione un quadro piuttosto patetico delle condizioni d’abbandono in cui si trovava la città e, in particolare, del pietoso stato di rovina in cui erano piombati i ponti rodigini: “Tra le altre fabriche publiche, una affatto rovinosa e deforme è quella dei quattro ponti su questo Adigetto. Non dirò che in ognuno di essi si veda chiuso e totalmente atterrato almen uno dei suoi archi e così più ristretto al fiume il suo alveo, ma cadente affatto e svestito della sua superfizie et incrostatura si vede quello della porta di San Giovanni et eguale quest’altro che unisce il borgo di San Bortolamio al quartiere di Sant’Agostino e del Vescovo. Smatellata è pure la riva che continua sul fiume la Città tutta e smontata dal peso dei fetenti continui letami, de quali sta caricata con danno dall’aria e del fiume medesimo, in cui spesso a consumare si vanno”.
4. A proposito di questa costruzione in ferro, ci permettiamo di mettere in dubbio quanto fosse necessario un ponte con queste caratteristiche su un corso d’acqua che già da qualche secolo cominciava a dare gravi segni di interramento. Difatti, il prosciugamento dell’Adigetto cominciò a manifestarsi sin dal Seicento. A darne conferma è il Podestà Vittore Correr, che nella sua relazione informerà il Senato veneziano che a Rovigo “Vi sono il Castagnaro, e l’Adicetto, ma l’esperienza dimostra, che da quattro o cinque mesi dell’anno in poi, che sono maggio fino a settembre, sopra questi non può farsi fondamento d’alcuna sorte, scemandosi l’acque in modo, che non solo non vi possono andar barche, ma per gl’alvei, come per strade correnti, vi si conducono carri, e vi camminano gl’animali. […] L’alveo suo, in vece d’acque, è coperto di sabbia”. Questa forma d’interramento temporaneo dell’Adigetto, secondo la spiegazione fornita dal Podestà Correr, era la conseguenza della piega del corso dell’Adige sempre di più dalla parte sinistra verso il Padovano.
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Come citare questo articolo
Carolina Di Siervi. ““Grisa çità co’ i ponti e col Castelo””. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/grisa-cita-co-i-ponti-e-col-castelo/