Lo scorso 16 Marzo presso l’auditorium della Biblioteca Comunale “Baccari” di Lendinara è stato aperto uno dei capitoli maggiormente significativi delle vicende storico-artistiche che hanno segnato la densa storia della cittadina altopolesana. Ospite e relatore della serata il prof. Xavier F. Salomon, responsabile scientifico delle collezioni d’arte conservate presso la Dulwich Picture Gallery di Londra e curatore della mostra ivi allestita (dal 10 Febbraio al 3 Maggio 2009) dal titolo “Paolo Veronese: la pala d’altare Petrobelli”. Il legame con il passato lendinarese è dovuto alle origini stesse dell’opera protagonista dell’esposizione in Gran Bretagna: fu infatti commissionata nella seconda metà del XVI secolo dalla famiglia Petrobelli, allora tra le più facoltose della scena cittadina, ed era originariamente collocata presso la locale Chiesa di San Francesco, facente parte di un complesso monastico che a lungo primeggiò per magnificenza e grandiosità, ma poi destinato, sul finire del XVIII secolo, ad una drammatica soppressione che ne provocò la totale scomparsa.
In seguito a questo nefasto evento, il consistente patrimonio di opere d’arte conservato nel convento francescano imboccò la via della dispersione. Destino a cui non si sottrasse la pala dei Petrobelli, peraltro attribuita, già dalla critica settecentesca, ad un assoluto protagonista della pittura veneta del secondo Cinquecento, quale fu Paolo Caliari, detto Il Veronese.
Fu così che la grande tela del Veronese (alta più di 5 metri), non solo ebbe l’avventura di lasciare il territorio polesano per lontane destinazioni, ma, in seguito alle implacabili esigenze di mercato del collezionismo privato dell’epoca, fu sezionata e divisa in più parti, sulla base dei diversi soggetti che vi erano rappresentati. E i vari frammenti seguirono poi strade diverse perdendo del tutto il legame originario.
L’eccezionalità della mostra londinese è costituita dal fatto che per la prima volta le tre parti superstiti della pala, sino ad oggi conosciute, sono state riunite nel loro assetto originario e ad esse è stato possibile aggiungere un quarto ed inedito tassello, grazie ad una ricerca condotta dallo stesso Salomon.
Prima di ripercorrere le vicissitudini vissute dall’opera sino ai nostri giorni, risulta utile fornire una sintetica descrizione del suo impianto, sulla base delle molteplici testimonianze di cronisti ed eruditi locali del XVIII secolo, vale a dire Masatto, Silvestri, Bartoli e soprattutto Brandolese. Essa raffigurava nel registro superiore, corrispondente alla parte centinata, un Cristo morto sostenuto da angeli, in quello inferiore, al centro, un San Michele Arcangelo che calpesta Lucifero, a sinistra, Sant’Antonio Abate con uno dei committenti, a destra, San Girolamo con un secondo donatore.
Questa immagine d’insieme, come già accennato, andò frantumandosi a fine Settecento, quando commercianti d’arte senza troppi scrupoli la sezionarono in frammenti in modo da ottenere una più facile collocazione nel mercato antiquario. Fu così che la porzione d’opera raffigurante “San Girolamo ed un committente” finì già ad inizio del secolo successivo nelle collezioni della neonata Dulwich Picture Gallery di Londra, dove è ancor oggi conservata.
Nelle pagine del catalogo, realizzato in occasione dell’odierna mostra, Salomon, a partire da questo dato, ha mosso una dettagliata indagine per seguire il percorso dei diversi frammenti. E’ innanzitutto emerso che i curatori ottocenteschi della galleria londinese, nonostante i pochi anni trascorsi dalla partenza dell’opera da Lendinara, avevano già smarrito la cognizione sia dell’esatta provenienza del soggetto trattato, che fu a lungo identificato come un “ritratto di un cardinale ed un sacerdote”. Bisogna attendere il 1836 perché venga per la prima volta affiancato ad esso un altro frammento della pala finito nel frattempo nella collezione del Duca di Sutherland alla Stafford House e descritto come “ritratto di un vescovo e di un uomo inginocchiato al suo fianco”, che poi si riveleranno essere “Sant’Antonio Abate ed un committente”. Ad arricchire il panorama contribuisce poi la segnalazione che in quest’ultima galleria ritroviamo una “Pietà” attribuita anch’essa a Veronese, che altro non è che la parte centinata dell’opera originaria raffigurante il “Cristo sostenuto da angeli”.
Ma le vicissitudini del dipinto del Veronese sono ancora lungi dal terminare, infatti, ad inizio Novecento, i frammenti appartenuti alla Stafford House partiranno per altre destinazioni: un “ritratto di vescovo e di nobile veneziano” viene infatti venduto nel 1913 alla National Gallery of Scotland di Edimburgo (dove è attualmente conservato), la cosiddetta “Pietà”, posta in vendita all’asta già nel 1908, attraversa quindi diverse collezioni private, subisce addirittura seri danni a causa di un suo trasporto da Londra a New York che la espone ad infiltrazioni di acqua marina, e nel 1925 approda infine in precarie condizioni alla National Gallery of Canada di Ottawa, grazie all’interessamento e all’intuito dell’allora direttore Eric Brown.
Appena qualche anno dopo, nel 1927, Percy H. Osmond, in una sua monografia dedicata a Veronese, raggiungerà un importante traguardo interpretativo ed identificherà il “cardinale” della Dulwich Gallery in San Girolamo e il “vescovo” di Edimburgo in Sant’Antonio Abate.
Un primo decisivo passo in direzione di un’ipotesi ricostruttiva della pala d’altare avviene invece nel corso degli anni Trenta nel momento in cui tra il succitato Eric Brown della National Gallery of Canada e Stanley Cursiter direttore della National Gallery of Scotland intercorre una scambio epistolare in cui compaiono per la prima volta bozzetti e fotomontaggi di una visione d’insieme dell’opera veronesiana. Tuttavia bisognerà attendere ancora una ventina d’anni affinché maturi tra gli studiosi la consapevolezza della presenza di un terzo Santo collocato in posizione centrale e di cui non era mai stata ipotizzata la presenza. Nel corso di un restauro del frammento londinese, concluso nel 1953, emergono parti di una mano che sorregge una bilancia, il panneggio di una veste verde e frammenti di un essere mostruoso; a pochi anni di distanza, nel 1958, dalla porzione di pala di Edimburgo tornano alla luce, dalla rimozione di pesanti ridipinture, un braccio che regge una lancia e la parte di un’ala angelica. Gli attributi iconografici scoperti portano inequivocabilmente verso un’unica soluzione dell’enigma: nella parte centrale della pala era ritratto San Michele Arcangelo.
Nei decenni successivi proseguono i contatti tra i diversi curatori delle tre istituzioni museali proprietarie dei vari frammenti, tali confronti fanno convergere verso un’unanime paternità veronesiana riconosciuta all’opera, mentre per la datazione le ipotesi continueranno ad oscillare tra settimo e nono decennio del Cinquecento.
Ma niente ancora faceva supporre la provenienza polesana della pala del Veronese: le notizie relative alla collocazione originaria ed alla committenza dell’opera resteranno infatti completamente avvolte nel mistero sino al 1978, anno in cui verrà data alle stampe una monografia su Veronese curata da Detlev Von Hadeln. In tale occasione i tre frammenti di Londra, Edimburgo ed Ottawa verranno finalmente posti in relazione con un’opera descritta da Pietro Brandolese nel suo volumetto “Del genio de’ lendinaresi per la pittura”, uscito nel 1795. Si trattava della pala d’altare commissionata dalla famiglia Petrobelli e sistemata nella Chiesa di San Francesco di Lendinara. Le rispondenze tra la descrizione settecentesca e i frammenti superstiti non lasciavano adito a dubbi. In seguito sarà possibile dare un nome anche ai due donatori raffigurati, che andranno identificati in Antonio e Girolamo Petrobelli, e stabilire, di conseguenza, che avevano voluto essere ritratti accanto ai loro Santi omonimi, com’era tradizione consolidata in questo genere di commissioni.
Gli sviluppi successivi degli studi ci portano ai nostri giorni: si deve ad una recente e felice intuizione di Xavier Salomon l’aver fatto convergere l’attenzione della critica su una piccola tela conservata al Blanton Museum of Art di Austin, in Texas, raffigurante una “testa d’angelo” tradizionalmente ricondotta al Veronese. Le dimensioni del viso ritratto corrispondono a quelle dei soggetti degli altri frammenti, le qualità pittoriche sono affini e vi è una corrispondenza anche nell’andamento del supporto in tela, premesse che fanno ipotizzare che effettivamente si tratti del volto perduto di San Michele. I trascorsi di quest’ultimo frammento non sono completamente ricostruibili, la sua presenza è documentata, a partire dal 1934, nella collezione privata austriaca di Wilhelm Suida, dalla quale fu poi acquisita, nel 1998, dal museo texano.
Il recente ritrovamento ha indubbiamente permesso di inserire un fondamentale tassello nella ricostruzione dell’imponente pala veronesiana, e l’omaggio che ad essa viene tributato in occasione della mostra londinese forse varrà come gesto parzialmente riparatore dello scempio di cui fu vittima per mano di mercanti veneziani. I quali, nel 1789, avrebbero proceduto al suo brutale sezionamento, per il mero scopo, secondo le parole di Giovanni Maria Sasso, un corrispondente di Pietro Brandolese, di “essere venduta a quarti come si fa della carne da macello”.
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Come citare questo articolo
Nicola Gasparetto. “Il Veronese ritrovato”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-veronese-ritrovato/