La maggioranza della popolazione agricola dell’intero Polesine era formata da braccianti che vagavano da una parte all’altra, a volte anche a notevoli distanze, con vanga e carriola, gli unici attrezzi che li qualificavano durante la quotidiana scorribanda alla ricerca di lavoro.
Vagantivi li chiamavano, cioè operai vagabondi, disposti ad andare ovunque li richiamasse un po’ di guadagno. Per un certo periodo furono detti anche vangativi, per via della vanga che portavano sempre con sé, per recuperare quasi subito l’appellativo di vagantivi, cioè ancora errabondi e vagabondi alla disperata ricerca del pane quotidiano.
Le squadre di ‘cariolanti’ partivano da lontano, molto prima dell’alba per essere nel far del giorno sul posto di lavoro, trascinando con sé sempre la ‘cariola’ e la vanga. A mezzanotte in punto si sente la tromba suonar, dice una popolare canzonetta a loro dedicata, sono gli scariolanti che vanno a lavorar.
Quando la squadra di cariolanti all’alba si riformava, il rotolio delle carriole sul selciato ingigantiva nella notte; i richiami si susseguivano nel buio, mentre gli uomini si inoltravano per sentieri mai tracciati su alcuna carta geografica. Solo i cariolanti sapevano orientarsi nella palude e nella campagna.
Al tempo delle bonifiche andavano a costruire argini ed arginelli. Con il fango della palude alzavano sul dosso appena affiorante uno sbarramento, un arginello, una deviazione per le acque, e nello stesso tempo, una scolina, un fossato, un avvallamento che a poco a poco prendeva la forma di scolo, di canale per fare defluire le acque dal terreno che intendevano bonificare. A volte solevano riempire depressioni, spianare dossi, a volte dune di sabbia, vecchie dune lasciate dal mare, quando il mare ricopriva questa pianura. Oppure erano impegnati a portare via i detriti che le numerose alluvioni lasciavano sulla campagna, o ancora erano occupati a ricostruire ciò che la furia della piena aveva distrutto.
Terra e acqua, acqua e terra, e ancora acqua e ancora terra, e i cariolanti in mezzo, baluardo contro la malaria, la desolazione, la morte, esseri destinati a sopravvivere agli stenti ed alla fatica, perché gli altri potessero vivere.
La testimonianza più evidente lasciata dai cariolanti in Polesine è lo scavo del Collettore Padano, meglio conosciuto da noi come el Scolon. Sullo scolon, tra l’800 e il ‘900, squadre di cariolanti lavorarono come formiche in un formicaio. Scavarono lo scolo per tutta la sua lunghezza, dall’Alto Polesine fino a Contarina, dove il condotto a Volta Grimana fu costretto a suttopassare, tramite un sifone, il Po di Levante per procedere in direzione del mare.
Un’opera quasi titanica per quei tempi, oggi con i mezzi tecnici di cui disponiamo di facile soluzione. Si faccia conto che una squadra di cariolanti poteva smuovere e sistemare in un giorno tanto terriccio quanto un caterpilar odierno potrebbe fare in meno di un’ora. E forse il divario potrebbe essere calcolato maggiore, se si tenesse conto della consistenza della terra, della distanza da percorrere, delle intemperie e della fatica stessa e di tutti gli inconvenienti che possono accadere nei cantieri dove si muovono grandi quantità di uomini.
Lo scolon invece è stato scavato tutto a mano, col solo lavorio di squadre di cariolanti. Li immagino scalzi, fino alle ginocchia nel fango e nell’acqua, affondare il badile (vanga da scavo) spingendolo nella melma con un colpo di piede sulla zanchetta, il vangile messo a giusta altezza affinché lo sforzo risulti sufficiente per la penetrazione. Sollevavano fette orribili, impregnate d’acqua e le lasciavano cadere nelle carriole dei compagni in attesa. La carriola, così riempita di melma, diventava sempre più pesante man mano che la giornata e la stanchezza si allungavano. Là sull’argine in costruzione altri compagni, con le spondine, o vanghe da sponda, formavano a poco a poco l’argine che si allungava lisciato e levigato al sole, mentre la terra perdeva acqua e si costipava.
Vai e vieni, vieni e vai, sali e scendi lungo i rudimentali camminamenti formati sul fianco dell’argine in costruzione; volta e rivolta la carriola, per ore e ore, tutto il giorno, finché permaneva la luce e resistevano le forze. A volte questi sentieri sul fianco del terrapieno erano resi più agili e sicuri da qualche sciabica (scorzo) di pioppo o da qualche rastrelliera di tronchi, per non scivolare giù, trascinati dal peso e dallo sforzo.
Quando il cantiere funzionava a pieno regime, si assisteva ad un lavorio strano di uomini, come quello delle formiche quando il formicaio brulica immagazzinando le scorte per l’inverno. I cariolanti salivano uno dietro l’altro, tra richiami ed imprecazioni, rovesciavano la terra e, come le formiche, ritornavano per altra via al punto di partenza per riempire di nuovo la carriola e risalire il camminamento fino i cima. Così per ore e giorni, in un circolo di fatica senza fine. Da quando suonava la tromba del capo alla mattina, fino alla sera quando la stessa tromba dava il segnale di sosta. Ritornavano alle loro case quando era notte fatta, ancora trascinando la cariola che continuava a rotolare creando quasi la colonna sonora di una sequenza, sempre uguale, di un film.
Non abbandonavano mai il loro attrezzo. No. La cariola restava con loro, sempre, all’alba quando andavano a lavorare, di sera quando tornavano dal lavoro. Sempre. La cariola non era solo uno strumento di lavoro, come tanti altri, che si poteva momentaneamente perfino abbandonare nel cantiere. Per i cariolanti era un prolungamento delle mani, delle braccia e dei muscoli, faceva parte del proprio fisico; era un’espansione del proprio spirito, del proprio essere. Era lo scheletro che si prolungava fino alla ruota e l’attrezzo viveva solo perché era quasi metabolizzato e riconosciuto dello stesso DNA. Era l’immedesimazione della fatica e del lavoro di ognuno. La riprova sta nel fatto che mai nessuno osava fare uso della cariola di qualcun altro, neppure per urgente necessità.
Ad un cariolante a cui era stato chiesto la ragione per cui si portava dietro sempre la cariola, “Sì, rispose, la potrei lasciare anche là in cantiere, ma dopo inond’è ca meto le man?”. Dove posso mettere le mani poi, se non ho la mia carriola dove posarle?
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “I “cariolanti””. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-cariolanti/