Non è facile condensare in un breve scritto la figura di Enzo Duse, parlare della sua vita e del suo lavoro di drammaturgo, di giornalista e di critico.
Una vita intensa, la sua, ricca di umanità e di generosità; uno spirito polemico e talvolta aspro, un’impronta liberale e idee antifasciste, che gli causeranno nel 1944, per i suoi articoli giornalistici, una condanna a venti anni di reclusione per denigrazione del fascismo. Si rifugerà in Friuli presso l’orfanatrofio Tomadini fingendosi insegnante di educazione fisica, mentre la condanna verrà commutata in “pena di morte in contumacia”.
Una personalità piena di interessi che lo porteranno a vivere, fin da giovanissimo, nel mondo del giornalismo, del teatro e della letteratura, a contatto e in amicizia con i nomi più prestigiosi ed importanti dell’epoca come Eugenio Ferdinando Palmieri, Livio Rizzi, Piero Bellinetti, Diego Valeri e commediografi e attori di teatro come Roberto Bracco, Carlo Micheluzzi e molti altri.
Enzo Duse nasce nel 1901 a Villadose da una famiglia di origine chioggiotta. Il padre Gaetano si era trasferito in questo paese in seguito al matrimonio con Pasqua Rosa (detta Nina) Brasolin, di una famiglia di proprietari terrieri del luogo. A Villadose Gaetano gestisce una farmacia e per quattro anni, 1902-1906, è anche sindaco; successivamente, dopo la laurea in legge si trasferisce con la famiglia a Venezia dove esercita la professione di avvocato.
Enzo, ancora bambino, per frequentare la scuola si trasferisce presso le zie materne a Rovigo. Qui studia e frequenta il liceo classico, ma lascia la scuola senza conseguire la maturità (per un diverbio agli esami con un professore).
Il suo spirito irrequieto lo porta nel 1919, a soli 18 anni, a intraprendere il lavoro di giornalista dapprima presso la “Gazzetta di Venezia” e, dopo gli obblighi militari, presso “Il Gazzettino”, sia come cronista sportivo (segue soprattutto le corse ciclistiche e il Giro d’Italia e con i suoi intelligenti e profondi servizi giornalistici trasforma l’arido linguaggio sportivo) e sia come critico teatrale e cinematografico.
Siamo nel 1922; Enzo ha 21 anni. In questo periodo egli abita a Rovigo. Qui conosce Ada Melloni, sua coetanea, figlia di un medico della città. A 23 anni i due giovani si sposano e vanno ad abitare a Venezia in campo San Trovaso, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti. Dal loro matrimonio nascono cinque figli, dei quali va ricordato quantomeno il primogenito, Ugo (1926-1994), che si dedicò con grande passione alla musica; fu docente di questa disciplina presso l’Università di Udine; con un suo libro su Maller portò in luce questo compositore e fu uno dei due fondatori del festival a lui dedicato a Dobbiaco.
Enzo Duse si dedica sempre più alla scrittura. Le due attività, portate avanti da contemporaneamente, quella di giornalista e quella di commediografo, si fondono e si completano ed ognuna porta all’altra notevoli e significativi benefici. Oltre che col Gazzettino, egli collabora anche con diverse testate giornalistiche, come la Gazzetta Veneta di Padova, il Mattino di Napoli, il Corriere d’informazione, il Corriere della sera, il Resto del Carlino.
Fin da studente Duse si era cimentato con lavori teatrali dimostrando una precoce versatilità: lavori che volutamente non conserva, anche se una commedia in tre atti, “Chimere”, gli fa vincere un concorso.
La sua prima opera scritta per il teatro, “Quelle oneste signore”, è del 1925, rappresentata l’anno successivo a Milano dalla Compagnia stabile del teatro Arcimboldi. Seguono poi “La veste di raso” del 1929, rappresentata a Venezia, “Fine di don Giovanni” del 1930, “Il dono della notte” e “Favola senza morale” del 1931, “Introduzione alla vita eroica” e “Le zitelle di via Hydaz” del 1934. E’ con quest’ultima, rappresentata al Ridotto da Nino Besozzi e Fanny Marchiò, che Enzo Duse mette in evidenza le sue grandi capacità di commediografo e ancor più con “Ladri”, del 1935, portata in scena nel 1937 da Febo Mari al Teatro filodrammatici. E’ con questa, infatti, che iniziano le recensioni prestigiose da parte dei maggiori critici teatrali, recensioni che lo accompagneranno poi anche negli anni seguenti.
A queste prime sette commedie ne seguono parecchie altre in lingua italiana fino all’ultima, “Una famiglia in prosa”, scritta nel 1962. Complessivamente Duse ci ha lasciato trentanove testi teatrali. Tra questi anche diverse commedie in dialetto veneziano. La prima, “Virgola”, è del 1936. Con questi tre atti, portati in teatro a Venezia dalla Compagnia Micheluzzi, egli ottiene un grande successo, successo che si ripeterà poi anche per tutte le altre sue opere che verranno in seguito.
E’ stato scritto da Gino Damerini che “il teatro di Duse è senza esclusioni: concorrono a costituirlo, volta a volta, la commedia poetica e la commedia passionale; quella intimamente dialettale e quella psicologica e amorosa. In questi ultimi tempi gli eventi storici (…) l’hanno arricchito di una nota pensosa e grave di un acre sentimento di disperato dolore di preoccupazioni e di dubbi, di amare constatazioni di una evidente attualità sociale (…)”.
E ancora viene scritto di lui: “Il suo linguaggio sa essere grave e tragico, ma anche frizzante, limpido, ironico seppure attento ad ogni mutamento di moda e di costume; adegua il linguaggio secondo l’estrazione sociale dei personaggi; un linguaggio sempre dosato in un clima di assoluta naturalezza”.
Le sue commedie furono rappresentate con grande successo nei maggiori teatri sia in Italia che all’estero. Ancor oggi, seppure in modo saltuario e dopo un periodo di oblio, esse vengono riproposte da importanti compagnie come lo scorso anno dalla Compagnia Teatro Veneto città di Este al Politeama di Badia Polesine e quest’anno al Farinelli di Este.
I suoi lavori sono stati oggetto, nell’anno accademico 2001-2002, di una tesi di laurea “La scena tormentata e grottesca di Enzo Duse”, presentata da Carla Manghi all’Università Cà Foscari di Venezia.
Enzo Duse muore improvvisamente, mentre si riposa in un capanno al Lido di Venezia, il 7 luglio 1963. Non ha ancora 62 anni. Ebbe sepoltura nel cimitero di Borsea, che aveva indicato come il più adatto a ricevere le sue spoglie “fra quella gente semplice che amava far salire sul palcoscenico delle sue opere dialettali”. Come aveva desiderato, sulla sua tomba fu apposta questa iscrizione: “autore di finzioni teatrali nella commedia della vita”.
I giornali italiani ne riportarono la notizia, ricordandolo tutti come un grande ed importante commediografo.
Di lui ci restano soprattutto le sue commedie, ancora oggi vitali, che non mancano di essere messe in scena e di ricevere apprezzamenti; il modo migliore per ricordare uno dei grandi personaggi del Novecento polesano.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Enzo Duse (1901-1963)”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/enzo-duse-1901-1963/