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UN RICORDO

Il Delta tra storia e leggenda

Il mio ricordo di Scardovari

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 100–103

Sono passati più di trent’anni da quando mi fu assegnata la sede di Scardovari per insegnare nella Scuola Media locale. Non considerando i 70 km di lontananza da Rovigo, i sacrifici, che si sono sbiaditi nel tempo, delle levate prima dell’alba, delle nebbie, dei ghiacci, devo dire che quei tre anni di permanenza in quella località considerata fuori dal mondo, sono stati straordinari per la ricchezza di umanità che ho trovato negli alunni e nella gente dell’estremo Delta.

L’anno scolastico

I ragazzi non erano troppo studiosi, tranne alcuni, che brillavano come perle rare, ma le famiglie, lontane da tutto, trovavano nella scuola un punto di riferimento per il futuro dei loro figli, dimostrando profonda gratitudine.

Ma l’anno scolastico laggiù non finiva a giugno. Come giungeva la primavera e il clima si faceva sempre più gradevole, gli alunni trascorrevano i pomeriggi a giocare sulle spiaggette o a cercare nidi fra i cespugli e piante selvatiche. Ricordo che, verso la fine dell’anno scolastico, quasi ogni attività di studio ormai veniva a cessare ed erano mattinate di gioia quando si andava in passeggiata a vedere i pescatori dalla pelle brunita e le mani segnate dalla fatica.

Ormeggiate le barche a riva, con abilità staccavano i pesci dalle reti, mentre noi, tutti intorno, ci divertivamo a osservare la separazione delle varie qualità in apposite vasche. I ragazzi con zoccoli ai piedi e asciugamani sulle spalle cercavano con impazienza di raggiungere la piccola spiaggia, e a stento venivano trattenuti da noi insegnanti dal lambire le deboli onde marine che andavano smorzandosi scintillanti e trasparenti sul bagnasciuga.

Ricordo ancora, in una splendida mattina di sole, l’incontenibile entusiasmo per quella meravigliosa biciclettata lungo la Sacca di Scardovari in lunga fila fino a Santa Giulia con sosta a Marina Settanta per il ristoro prima del ritorno. Che cuore grande quei ragazzi e quella gente della Bassa!.

Interessata sempre alla storia del luogo ovunque mi sono trovata ad insegnare, ricordo di aver fatto delle ricerche anche su questa parte incantevole del Polesine, di cui vorrei riportare qui alcuni cenni.

Cenni storici

Premetto che allora non esisteva alcun riferimento bibliografico che parlasse della storia del Basso Polesine e della sua evoluzione socio-economica, e che molto, se non tutto, ciò che si sapeva era piuttosto vago ed estremamente lacunoso. Molte delle notizie acquisite erano pertanto approssimative e, molto spesso, partono da dati pseudo-storici per sconfinare nella leggenda.

Fatta questa precisazione, sono in grado di riferire che i primi dati sull’umanizzazione del Basso Polesine risalgono al lontano 1715. In un manoscritto giacente presso gli archivi della “Fondazione Cini” di Venezia, si legge che il Doge Ruggero Dandolo demandava all’esperto “Idraulico” Giorgio Carrer l’incarico di portarsi nel territorio del Delta accompagnato dal cartografo veneziano Guglielmo Scarpa “per ricercar li limiti et disegnare una mappa della zona provvedendo at censire gli abitanti et inviarli a registrare presso la Serenissima Repubblica di Venezia li dati relativi alla ubicazione dei loro capanni, la consistenza del loro nucleo famigliare et il loro patrimonio essendo essa zona terra ad libitum hominum, ma subiecta al controllo amministrativo et fiscale della Serenissima”.

Dal rapporto Carrer-Scarpa risultava poi che “nella zona vivevano piccole comunità di pescatori et cacciatori di discendenza varia et, in generalitate, fuorilegge et perseguitati politici ibi rifugiatisi perché non controllabili da guardie et governi”. Ecco i motivi che hanno spinto alcuni uomini a cercare sede e dimora nelle zone emerse del delta paludoso e inospitale, assolutamente privo di strutture urbane e utilizzato dalla Serenissima solo come territorio di “confine politico e zona di caccia”.

Sempre dagli archivi della Fondazione Cini si ricava infine che: In anno Domini Millesettecentottantatre il Doge Pietro Vendramin assegnò in usufrutto possedimenti territoriali del delta dei fiumi Adige e Po alle famiglie “nobili” di Venezia per attività di caccia et coltivazione del riso.

Il 1783 è dunque l’anno in cui si verificò la presa di possesso di vari lotti di valle e terraferma da parte dei vari Venier, Tiepolo, Papadopoli, Camerini, Vendramin, Cester, Zuliani, Fasetti, Capello, Carrer, ecc., da cui deriva il nome di pressoché tutte le frazioni del comune di Porto Tolle.

Il documento considerato specifica inoltre che “….li terreni non assegnati in donatione at nobili Veneziani in forma ereditaria et tramandabile at ceppo cadetto potransi chiedere per acquisto di “avanzi” dalla popolazione stabile per importo simbolico di ducati dieci at fondaco Veneto (circa mezzo ettaro)”. Coloro – in realtà soltanto pochissime famiglie – che decisero di acquistare il loro territorio residenziale furono iscritti nei registri catastali di Venezia con la definizione, appunto, di “Avanzi”. E proprio da questo termine deriva l’attuale cognome di uno dei ceppi “base” della popolazione deltizia: gli Avanzo.

L’origine dei cognomi e dei toponimi

Insieme agli Avanzo figurano i Cacciatori (il riferimento all’attività esercitata è lampante); i Chiereghin (da Chierici, cioè incaricati dalle autorità religiose ad addottrinare gli abitanti del Delta in nome del Patriarca di Venezia); i Siviero (da Civiere: noleggiatore di civette, falchi e richiami per la caccia); i Mancin (coloro che pagavano e riscuotevano in nome del Doge i tributi della gente); i Greguoldo (coloro che erano autorizzati a “dipingere e adornare di greche ed imbiancature le povere case dei pescatori, nonché i casini di caccia e i casoni di valle dei nobili veneziani); i Garbin, che avevano dai proprietari veneti l’incarico di “garbare et mantenere navigabili i paradei e i canali di valle del Delta”; i Passadore, che avevano il compito di traghettare merci e persone dalla terraferma all’arcipelago deltizio. Arriviamo così alla zona che maggiormente mi interessava: Porto Tolle e Scardovari.

Porto Tolle è il nome non del capoluogo, come erroneamente si crede, ma di tutta l’area del comune che fa capo a Ca’ Tiepolo. Porto Tolle deriva il proprio nome da un porticciolo alla biforcazione del Po nei rami del Po di Venezia e del Po della Donzella. In questo porto venivano scaricate le merci della terraferma, soprattutto legname: le ‘tole’ in dialetto, che una pseudo-italianizzazione ha fatto divenire ‘tolle’; dunque tavole per costruire i casoni. Il legname veniva poi immagazzinato nell’immediato entroterra deltizio attribuendo il nome “Tolle” alla minuscola borgata dove viveva una piccola comunità di falegnami e carpentieri.

E proprio a questi ultimi si deve la costruzione di una barca da palude, a fondo piatto e dalla forma rudimentale: la scardova, da cui deriva il nome della frazione di Scardovari. Qui si sviluppò una comunità di pescatori che all’epoca esercitava la pesca valliva catturando pesci d’acqua dolce come carpe, tinche e scardole (e non scardove), che commerciavano insieme al riso a alla selvaggina, trasportando le prede al mercato di Tolle e addirittura di Porto Tolle. Da Scardovari prese il nome anche la Sacca, una vastissima laguna interna con un’apertura sull’Adriatico, dalla quale deriva appunto la denominazione geografica Sacca degli Scardovari.

Tra storia e leggenda

Così si fa risalire ad un fatto pseudo-storico il nome del Po della Donzella, detto anche della “Gnocca”, come è risaputo. La leggenda si mescola alla storia creando una poetica narrazione. Floriana Sullam, giovane ed erede del nobile ebreo Saverio Sullam (che ha dato il proprio nome ad una frazione del comune di Taglio di Po, Gorino Sullam), avrebbe dovuto sposare il nobile sessantaseienne Giustino Venier. Innamorata di un giovane veneziano nobile ma povero, all’imposizione paterna rispose con il suicidio, gettandosi nelle acque di quel ramo del Po, che da allora fu ricordato come il Po della Donzella. E Donzella fu chiamata la frazione di Ca’Farsetti nella cui golena fu ripescato il corpo dell’infelice “Donzella Sullam”.

L’anedottica bassopolesana contempla anche altri due fatti, in riferimento all’epopea garibaldina, in cui la storia si mescola alla leggenda.

Il primo narra che Garibaldi, inseguito dagli Austriaci, si rifugiò in un casone sperduto nella valle di Ca’Vendramin e poi denunciato agli Austriaci da un abitante di Porto Tolle. Quella spiata costò la vita a Ciceruacchio, al suo figlioletto e a due compagni che affrontarono gli Austriaci per permettere a Garibaldi di fuggire ad Adria, dove esiste ancora una lapide in Riviera Garibaldi, sulla facciata della casa che lo ospitò.

L’altro aneddoto recita che il colonnello garibaldino Marani, di Adria, fu colui che si incaricò, alla testa di alcuni patrioti bassopolesani, di organizzare la fuga di Garibaldi da Ca’Vendramin e di accompagnare l’eroe e i garibaldini prima ad Adria e quindi in luogo più sicuro.

Tornando alla realtà vissuta, il mio ricordo va ad un emblematico personaggio di Scardovari, indimenticabile per la singolare personalità: si chiamava Elleno Sacchetto ed era un anziano maestro, conosciuto e rispettato da tutti in paese. Era nota la sua passione per la cucina locale, di cui lasciò una serie di ricette in dialetto scardovaran-te, nelle quali si tramandano i sapori dei semplici prodotti locali caratteristici: pesce, ortaggi, frutta. I piatti di quell’antica tradizione possono competere con quelli confezionati dai migliori chef moderni, e ciò si può capire dalla forte passione dimostrata dal maestro nel dare minuziosi consigli per ottenere gustose pietanze quali, ad esempio, per citarne alcune: “Risoto de pesse valesan”, “Minestron”, “Fighi in potacin”, “Sardele bistecà”, ecc.

E, assieme alle ricette, ecco le regole “importanti” per il successo dei suoi piatti fornite dal maestro Sacchetto:

“Per far magnare da Cristian, ghe vole de la pasiensa e d’la passion, un fià de fantasia per condimento, onto de gombio… e tanto sentimento.

El cunsiero l’è bon se non l’è massa; meio, piutosto, ch’el sia scarso, un fià, cussì non ve fa male a la scarsela e po’ non ve fa mal gnanca al figà: oio, butiro, siola e sale fin, salvia, pevaro, sale, aio, osmarin.

Co gh’è ste robe podè far de tuto sia co la carne che col pesse fresco, coi salva deghi, quando ch’l’è staion, e ricordeve d’aver ghe del limon.

Ogni magnare el va coto a puntin: la pasta al dente, come pure el riso; la carne poco cota (prima la la gà da fare el sangue), rosolà, voltà e girà do volte nel cunsiero.

El pesse, ch’el sia fresco, ve lo racomando, el va ben coto, questo è proprio ver.

El pan fa’ manco male s’l’è biscoto e la polenta l’è meio brustelà.

Queste le regole base, sacrosante, semplici da ricordarse e miga tante.

Ma perdoneme ‘na malignità: prima de tuto…la bona volontà!”

Il maestro Sacchetto espresse anche in poesia l’attaccamento alla sua terra che dipinse con pochi tratti di penna come fosse il pennello di un pittore. La poesia “El Po” ne è un esempio palese:

In tel Po, l’acqua d’le volte la pare insucarà, e a ghè per l’arse, dei spin per metri a quantità, e in tel scolo del pigosso, a ghè tante cane fin de là, e po, su l’arse de Polesne ghè camin a quantità

chi passa de chi e de là, e per colpa de la piena, la draga lì ha scavà, e de sabbia l’ha ghè nà buttà, chel t’in quina meza vale, e l’arse l’è asfaltà per tutti i paesan. E in te la mensa de la Centrale ghè cinquecento e più cristian che da bassitalia i vien fin qua, e a ghè un busin tant piculin ches ciama el Bus del Canarin.

In questa poesia si scorge anche un pizzico di amarezza per una Centrale, quella di Polesine Camerini, che ricordo, negli anni in cui mi trovavo a Scardovari, fu oggetto di interminabili tensioni fra agricoltori e pescatori per l’impatto ambientale che determinò, causando un inquinamento non accettabile in un luogo particolare e unico come il nostro Delta.

In ogni numero di questa rivista si è parlato del Delta del Po, della bellezza suggestiva del paesaggio vallivo, dei problemi legati ad un fragile ambiente umido, delle trasformazioni economiche e turistiche del territorio, e mi è sembrato che anche questa mia memoria potesse giustamente trovare spazio, perché essa continua a vivere soltanto se espressa, altrimenti svanisce come il passare di uomini e cose.

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “Il Delta tra storia e leggenda”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-delta-tra-storia-e-leggenda/

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