Nel 1913 a Melara comparve la prima automobile di proprietà del nobile Mario Sani. Tutti la guardavano sbalorditi ed attoniti e, quando la vedevano passare per la strada con quella velocità, era come se vedessero una cosa dell’altro mondo.
L’arrivo della prima automobile destò dunque curiosità a Melara, ingenerò anche invidie, ma ebbe pure un esito imprevisto che mi piace qui ricordare.
Quell’anno Mario Sani con il suo fattore ed un paio di amici si recò, a bordo della nuova automobile, all’inaugurazione della prima stagione lirica all’Arena di Verona, ove, nell’anniversario della nascita di G. Verdi, fu rappresentata l’Aida. I melaresi erano abituati a sentire il bel canto soltanto nella loro chiesa quando all’organo si esibiva il maestro elementare Cesare Cugola, amico del grande musicista bergantinese Stefano Gobatti. Si trattava di musica sacra che, con il canto gregoriano, è sempre stata considerata manifestazione di alta spiritualità. Esecuzioni apprezzate dai melaresi, tanto che in queste occasioni erano invogliati ad andare in chiesa persino gli atei e gli anticlericali, fermandosi in fondo vicino alle porte sotto l’organo.
Ebbene, la notizia che il nobile Sani aveva raggiunto Verona per assistere alla rappresentazione lirica, ebbe un risvolto inatteso: un consistente gruppo di melaresi decise che l’estate successiva avrebbe raggiunto Verona per l’apertura della Stagione dell’Arena. Non era necessario essere proprietari di un’auto, si poteva contare sul mezzo di trasporto più comune: la bicicletta.
L’idea fu tenuta desta per dodici mesi, cosicché nell’estate del 1914 si formarono in paese parecchie comitive pronte a raggiungere in bicicletta l’Arena di Verona. Per tanti quello consisteva nel viaggio più lungo effettuato fino ad allora: la distanza da percorrere tra andata e ritorno era circa di 100 Km.
Il parroco del tempo Don Luigi Dal Pin dal pulpito aveva incitato le comitive pronte a partire per Verona a fermarsi a Tombetta nel santuario di Santa Teresa del Bambin Gesù a far preghiere. Il consiglio fu messo in pratica soprattutto dal gruppo della contrada di Santo Stefano che era composto da una ventina di persone in maggioranza donne.
La partenza avvenne di buon mattino fra le vive raccomandazioni dei famigliari di stare insieme e di non perdersi in città fra tanta folla, specialmente all’uscita dell’Arena dopo lo spettacolo.
Ogni ciclista nella sporta appesa al manubrio della bicicletta era provvisto di cibo per tutta la giornata. Il viaggio, nonostante il caldo e la fatica del pedalare per ore, si svolse in allegria fra canti e battute scherzose. Lungo la strada si unirono ad altre comitive, sembrava andassero a capo del mondo.
Arrivati alla periferia di Verona, non fu difficile ai nostri viandanti trovare il famoso Santuario di Tombetta. Ascoltarono la messa, si rifocillarono e poi ripresero il percorso. L’impatto con la città si caratterizzò per una sorpresa dietro l’altra: mai avrebbero pensato di vedere tante vie e piazze, ed un giovane della comitiva ingenuamente disse “Ma guarda quante case e vie ci sono qui, come ha fatto Verona a diventare così grande, mentre nella nostra Melara c’è solo una piazza e così poche vie?”.
Quando poi videro l’Arena, prima dell’entrata fecero un giro attorno all’antica costruzione e, vedendo i marmi nerastri e notando la mancanza di un tetto, un altro disse “Chissà che incendio c’è stato lì dentro, speriamo che non piova o che non s’incendi ancora durante lo spettacolo!”. Ora queste battute ingenue fanno ridere, ma immedesimiamoci nei tempi in cui erano nate e vissute quelle generazioni!
Una volta entrati nell’anfiteatro, grande fu la meraviglia nel vedere migliaia e migliaia di spettatori seduti in quell’immenso catino. Quando poi su quel grande palcoscenico con quei meravigliosi scenari, all’inizio dell’opera salirono i protagonisti, i coristi e i ballerini accompagnati da quella grande orchestra, ai nostri spettatori parve di sognare.
Anche quell’anno si rappresentava nuovamente l’Aida. Naturalmente nessuno della comitiva capì né la trama e tanto meno l’esibizione canora dei protagonisti, ma tutti si associarono al coro di applausi all’esecuzione della marcia trionfale chiedendo il bis. Al termine dello spettacolo, per non perdersi in quel mare di gente, all’uscita dell’anfiteatro un componente della comitiva di Santo Stefano si propose uomo guida con un ombrello chiuso alzato in alto.
Raggiunte le bici, intrapresero la via del ritorno giungendo a Melara all’albeggiare, alla stessa ora di partenza del giorno prima, stanchi ed assonnati ma entusiasti del loro primo viaggio.
Un’esperienza davvero memorabile che rappresentò anche l’avvio di una insospettata esigenza culturale: conoscere la vicenda del capolavoro di Giuseppe Verdi. Alcuni della comitiva pertanto comprarono il libretto dell’opera e quell’inverno nel filò della stalla uno di loro, un po’ spigliato, lesse tutta la trama dell’Aida soffermandosi sulle romanze principali.
Poi si passò alla lettura dell’opera programmata per l’estate successiva, sicché da allora in poi, quando ritornarono a Verona per l’avvio della stagione lirica, i nostri viaggiatori vi giungevano preparati. Per tempo veniva infatti acquistato il libretto dell’opera in calendario, che veniva letto più volte, in modo da poter poi apprezzare compiutamente la vicenda che si svolgeva su quel grande palco.
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Come citare questo articolo
Ildo Testoni. “All’Arena in bicicletta”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/allarena-in-bicicletta/